Voglie.

Mi è venuta voglia di appoggiare Matteo Renzi.

Toc.

Nel merito.

 In una società individualista una volta premiato il migliore, questo incassa tutto e il non-migliore schiatta di fame in fondo alla scala sociale. In una società solidale (che funziona) invece il migliore viene premiato e una parte della ricchezza che produce viene redistribuita al non-migliore, perché il non-migliore (in termini produttivi) può essere anche uno che non ha potuto studiare, che è nato in un’area disagiata, che gli è morto il papà a sette anni, un disabile, un anziano, etc etc.

Non si tratta insomma di decidere ‘meritocrazia sì o meritocrazia no’, come vogliono farci credere: siamo tutti per la meritocrazia e non per le clientele. Si tratta invece di scegliere quale modello di meritocrazia vogliamo: se quello che premia il migliore e basta o quello che premia il migliore rendendo il suo essere migliore anche un fattore di solidarietà e di coesione sociale.  

Non sarebbe affatto individuare un sistema meritocratico, che torni a premiare l’impegno e le capacità del singolo, ma, mi viene da pensare che questa sia più che altro la reazione necessaria, ed estrema, ad un periodo nel quale questo è andato a farsi benedire. In cui il familismo, il compiacimento del potente, i piccoli favori personali hanno preso il sopravvento, in ogni campo. E’ certo un tema importante per le primarie, e Renzi ha pur ragione nel farne un suo cavallo di battaglia, a patto che, di pari passo nel dar il giusto a chi lo meriti, non si arrivi a dimenticare chi non ne hai i mezzi, le possibilità, le opportunità.

Occupy

Un anno fa nasceva il movimento Occupy Wall Street, ed io, quando passai da New York non volevo perdermi l’occasione di vedere questa sorta di occupazione permanente. Cercai quindi Zuccotti Park, immaginando una sorta di giardino in cui avrei trovati accampati i manifestanti.

Girai per circa due ore intorno a Wall Street, chiedendo informazioni ai passanti, che davvero poco mi sapevano dire a tal proposito. Trovai infine una minuscola piazza, circondata dai grattacieli, con non più di una ventina di persone. E mi domandai quanto questo movimento fosse stato forse eccessivamente pompato dai mass-media, quanto di ciò che avevo letto nei mesi prima fosse reale, quanto questa manifestazione avesse pesato nell’opinione pubblica degli americani.

E anche su quanto io sia sempre fuori tempo.

Istantanee palermitane – 09/2012

Le spiagge, frequentate esclusivamente da nonne e nipoti, i soliti fancazzisti, i negozi abbandonati in via Roma, soprattutto. Una serata a parlare di Palermo, nella camera dello scirocco di Fondo Micciulla. Il mercato, a me sconosciuto, dell’Albergheria, dove Palermitani, Nigeriani, Rumeni e chissà quanti altri parlano la stessa lingua e ti vendono, su lenzuoli stesi in terra, qualsiasi cosa sia stato possibile rimestare e recuperare tra i rifiuti della città. Un mercato delle pulci, dell’usato, del riciclo, una bidonville palermitana. Un simbolo della città forse più povera che in passato, vitale come sempre.

E poi la pioggia, e le balate bagnate dove scivolare è un attimo.

(il resto su instagram, maoviator)

Il candidato ideale

Soffermandomi sui nuovi manifesti elettorali per le vie della città, tra rivoluzioni in corso,  foto di donne con le meches riciclate dalla precedente campagna elettorale (forse per ammortizzare i costi del parruchiere, e del fotografo), mi faccio qualche domanda sul voto che sarà, alla fine di ottobre, qui in Sicilia.

Il luogo comune vuole che dalle elezioni siciliane si possano trarre deduzioni che anticipano quello che a livello nazionale potrà avvenire da qui al prossimo anno, perché la straordinarietà, e l’improbabile comportamento dei Siciliani al momento delle elezioni, costituisce un buon mezzo per comprendere anche l’imponderabile.
Per questo motivo mi sono voluto avventurare in un analisi del Siciliano medio al voto e del suo candidato ideale.
Il Siciliano è per sua stessa natura, un’individuo che ha la pretesa di saperla lunga, almeno più del proprio vicino di casa. La furbizia di cui si fa portatore consente di riconoscere sotterfugi e scoprire le intenzioni più nascoste del proprio interlocutore, perchè a lui per “fissa” (vedi stupido) non lo prende nessuno. Questo nonostante la storia gli remi contro in questa narrazione.

Per cui è capace di ascoltare tutti con la massima attenzione, valutando pro e contro di ogni discorso e solidarizzando con le posizioni, qualsiasi esse siano,  del suo interlocutore. Se quindi dovesse scegliere il suo candidato ideale, non sarebbe in grado di descriverlo, perché, semplicemente, esso non esiste.

Perché il Siciliano, a ragion veduta si potrebbe dire, non crede a nessuno. Vorrebbe votare per se stesso, di volta in volta, ma non può perché non ha tempo da perdere e con un solo voto non andrebbe molto lontano.

Partendo da questi presupposti, esistono però due candidati, che a grandi linee, possono trovare l’approvazione dei diversi tipi di siciliani.

Se la politica è l’occasione per chiedere il conto a vecchie amicizie, il candidato ideale deve essere sufficientemente marpione, non troppo schierato, con idee quindi vaghe, delle quali nessuno comunque verrà a chiedere il conto. Deve garantire il quieto vivere, la sopravvivenza dello status quo, per quanto sgangherato esso sia, costituito da un equilibrio tra assistenzialismo e menefreghismo per tutto quello che sembra non riguardarlo direttamente, o che non intacchi le piccole miserie quotidiane, necessarie per campare.
Deve essere in grado, in linea definitiva, di essere esibito come capro espiatorio per le inefficienze generali con cui si scontrerà quotidianamente (citando una frase di qualche giorno fa di Mario Monti), dalle file al pronto soccorso, alle macchine in doppia fila.

(1- continua)

Di Festini e proiezioni di ritorni

Evidenzio una differenza. Guardo da lontano il modo in cui i palermitani guardano al Festino, come osservano e come partecipano ad una tradizione, ogni anno diversa, ogni anno tradizionalmente uguale da trecento ottantotto anni.
Penso alla spocchiosa maniera con cui tanti pensano a questa sfilata per le strade del Cassaro, tra folle appiccicose, sudate come solo lo si può essere in spazi così stretti e affollati in una notte d’estate. Allo sfuggire per le strade dell’Albergheria, cercando di recuperare terreno per capire cosa accadrà in qualche altro incrocio essenziale, ai Quattro Canti dove il sindaco griderà, forse, quest’anno, il grido che si aspetta come segno di appartenenza e di partecipazione.
Una ressa popolare e profana a cui è nettamente meglio non partecipare. Come fanno per la maggior parte i palermitani. Quelli che non hanno voglia di sudare, quelli che semplicemente se ne fottono, quelli educati a guardare con distacco a questi eventi popolari, così come si faceva negli anni settanta, quando il dialetto si doveva nascondere, gli scarponi sporchi di terra riporli nell’armadio ed indossare il vestito del buon cittadino moderno. Come si faceva così in ogni angolo della Sicilia, del Sud. Come si faceva allora. Probabilmente ovunque.
Poi tutto è cambiato, nelle trionfo delle tarante e delle tarantelle, delle foto in bianco e nero delle pubblicità di  Dolce e Gabbana, delle coppole d’arte vendute alle bancarelle, nell’ambientalismo di ritorno ad un mondo che si vorrebbe fermo mentre tutto il resto, le nostre vite, si muovono ad un’altra velocità.
Una sensazione che percepisco anche nella differente partecipazione tra chi è rimasto e chi si è distaccato da quei luoghi. Tra chi, essendo parte di quei luoghi, non ha bisogno di quei giorni per ribadire un’appartenenza. E tra chi, pur non avendo mai partecipato al Festino, a feste come quelle, sente il bisogno di esserci, almeno qualche volta, almeno quest’anno, per la necessità estrema, epidermica, di ricordarsi cosa si è, nonostante ciò sia soltanto una proiezione di un mondo di cui non si è mai stati parte.

Sarà la prima volta che non andrò a votare.

[Luci della centrale elettrica dixit]

Sarà la prima volta che non potrò votare, Palermo è lontana, e posso avere soltanto una residenza per volta. Ma la testa è rivolta li, come sempre. Fossi stato lì, sarei stato obbligato a scegliere, ma questa condizione di parziale spettatore mi ha evitato una scelta difficile. Ferrandelli e Orlando se le sono date di santa ragione in questa campagna elettorale, ed avrei molto da rimproverare ad entrambi per ragioni diverse. Rimprovererei ad Orlando l’incapacità nel rendere servizio alla città senza essere sempre e comunque protagonista, quando la sua esperienza poteva essere messa al servizio di qualche volto nuovo, in quell’auspicato desiderio di rinnovamento che cova nell’elettorato intero. Ma questo è un discorso intero e ritrito su una generazione che continua a non volere lasciare la prima pagina dei giornali, a non volere lasciare le posizioni che contano.

Rimprovero a Ferrandelli certe amicizie pericolose di cui si è vociferato in questi mesi, un atteggiamento ecumenico e trasversale da politico consumato, diverso per molti aspetti da quello che ricordavo all’inizio del suo percorso politico.

Degli altri non ci sarebbe neanche da parlarne, anche se questo continuo darsi la zappa sui piedi potrà portare qualche volto di un rinnovamento di plastica verso la poltrona di sindaco. Sicuramente potrà far bene Nuti ed il M5S, ma non sarà sicuramente il voto di questi due giorni a cambiare il volto di Palermo, soprattutto perché le risposte che dovranno venire dal prossimo sindaco non saranno quelle che la maggioranza dei Palermitani si aspetta. Un lavoro, una sistemazione per il figlio, domande che dovranno (sarebbe il minimo) rimanere inevase, nonostante le promesse di questi mesi.

Ma i miei sono occhi che guardano da lontano, ed i pochi giorni trascorsi nelle scorse settimane per le vie della città mi hanno riportato ad un atteggiamento di sconforto. Quando uscendo dalla metropolitana ho visto sui manifesti elettorali volti che ricordavo per le strade del mio quartiere a far passare il tempo in maniera più o meno lecita, quando ho visto il volto più pulito (soltanto perché non passato dal carcere almeno lui) di una acclarata famiglia mafiosa del quartiere candidarsi alla circoscrizione, ho capito che la fiducia nella capacità dei miei concittadini di fare scelte lungimiranti stanno a zero.

E disaffezione alla politica e sconforto generalizzato di molti onesti cittadini daranno libero spazio al peggio che la politica possa produrre. Sarebbe un peccato, visto che le energie non mancano, come quelle che raccontavo qualche tempo fa, come quelle del Teatro Garibaldi occupato, in questi giorni.
Buona domenica Palermo.

p.s. Rubando l’idea a Moby Dick, la migliore trasmissione musicale degli ultimi anni, ho raccolto una playlist palermitana.

Inghiottito dalla montagna

Uno degli aspetti più positivi del lavoro che mi ritrovo a fare è senz’altro la possibilità di visitare posti che altrimenti non avrei modo di conoscere, di vedere. E non parlo di Iran, del Delta del Niger, o dei venti giorni al largo dell’Egitto, ma anche di posti a pochi passi eppure inaccessibili. Perché spesso valvole, motori e pompe stanno dislocati in pochi ameni ed anche piuttosto tristi, mentre altre volte ti trovi ad andare a cercarle all’interno di una montagna.

Sulle Dolomiti, nei pressi di Peio, per dire, esiste una centrale idroelettrica costruita a duemila metri di altitudine, poco più di ottant’anni fa. Ti inerpichi per strade strettissime fino ad arrivare alle sue porte, e quando ti appresti ad entrare ti rendi conto di essere ancora a metà del percorso. Perché ti trovi davanti un trenino giallo, ed un tunnel. Da li il trenino infatti sale per seicento metri ancora in altitudine, su pendenze diverse, tanto che i seggiolini su cui mi siedo sono costruiti in maniera tale da basculare e tenerti in equilibrio. Il tunnel è  stretto giusto quanto basta per passarci dentro, scavato a mano, a colpi di picozze e dinamite, da uomini talpa, le cui giornate devono essere state lunghe a passare.

[il video, di un tratto di risalita Centrale di Malga Mare.mov]

 Il cane del custode si è accomodato nella cabina tra di noi, ed è il primo ad avvertirci di essere arrivati su un cima, alzandosi dal suo posto e aspettando l’apertura delle porte.  A duemila e seicento metri stanno gli operai, la centrale operativa, ed i tecnici a cui chiedo di poter guardare immediatamente la diga, e le Dolomiti.

Sto li soltanto per qualche minuto, e poi di nuovo dalla cabina al centro della montagna, dove ci fermiamo. Camminiamo in un tunnel nel quale passa una condotta dell’acqua che dalla diga viene spinta giù fino alle turbine, anch’essa della stessa epoca, sforzandomi di immaginare lo sforzo che debba essere stato trasportare e poi chiodare quelle tubazioni in quelle condizioni.

 Ci fermiamo li, dove tra stalattiti ed umidità ci troviamo a lavorare per qualche ora, illuminati e riscaldati giusto da qualche lampada alogena, cercando di far girare bit nel modo più corretto e discutendo del sudore e della fatiche che quelle rocce devono aver assorbito, qualche tempo fa.

Le turbine, a fondo valle

 

Sit here!

New York  –  E 77th Street

Iran/USA. E’ solo un gioco

Shiraz – Arg of Karim Khan

New York  – Central Park

Un blog che è già carta straccia