Tu leggi “Il gorgo”, il bellissimo racconto di Fenoglio sul figlio che insegue il padre, convinto che questo voglia suicidarsi, e alla fine ne esci quasi sollevato.
Quaranta pagine più tardi, in un altro racconto, che in nulla sembra legarsi al primo, l’abisso. Il gorgo ritorna con tutta la sua tragedia.
Se non é questa l’arte del racconto, e la sua capacitá dai dettagli di restarti in testa, non so cos’altro lo sia
In questi giorni ho voluto riguardare le foto scattate ormai qualche anno fa in Iran, un paese che mi é rimasto sottopelle, che mi ha affascinato come pochi. Nel quale all’estrema attenzione che ti veniva intimata nei comportamenti da tenere per strada si sovrapponeva una vitalitá che incontravi negli occhi delle ragazze incrociate nei locali a bere un té, nei bambini che vedevi correre. L’accoglienza, il fascino e la bellezza che lí ho incontrato meritano qualcosa meglio di ció che da cinquant’anni la soffoca, e che in questi giorni é confusa tra la speranza e la paura.
I racconti di quei giorni, sono su a partire da qui.
Il momento nel quale, qualche settimana dopo essere tornato dalle vacanze, ritrovi in fondo allo zaino qualche conchiglia, un sassolino, e tutto ti riporta lì.
Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti arrivederci fratello mare mi porto un po’ della tua ghiaia un po’ del tuo sale azzurro un po’ della tua infinità e un pochino della tua luce e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose sul tuo destino mare eccoci con un po’ più di speranza eccoci con un po’ più di saggezza e ce ne andiamo come siamo venuti arrivederci fratello mare.
L’ultimo tratto degli Appennini, prima di inabissarsi nel mare a Marettimo, percorre la dorsale tirrenica della Sicilia, creando i Nebrodi ed infine le Madonie. Territori, fortunatamente, tra i meno frequentati dal turismo di massa, nei quali dal mare si risale velocemente verso costoni impervi.
Territori a volte dimenticati, spopolati, nei quali la fauna sta velocemente riprendendo ciò che probabilmente la mano dell’uomo aveva tolto. Nei quali le volpi raggiungono la porta di casa, e cinghiali si incontrano appena ci si muove su strade poco battute.
Uscendo di casa per provare a correre è inevitabile prendere le strade che portano su strade in salita, abbandonando le litorenee troppo frequentate dalle macchine e da turisti in cerca della propria spiaggia libera preferita. I paesi sono tutti arroccati alle cime più alte che puoi scorgere nei dintorni, a dominare territori troppo vasti se non riesci a godere di una vista che dal mare possa raggiungere ogni valle che li circonda.
Ma le montagne più alte, le ho sempre guardate da lontano. Troppo alte, e disabitate. Nessun paese sulla loro sommità, si alzano alle spalle di Castelbuono e Geraci, ed i colori abbandonano il verde intenso per guadagnare quello delle pietre e della terra. Frequentate pochissimo anche dai madoniti, gente si di montagna ma che si muove su quel territorio più per bisogno che per diletto, e che di certo non perde tempo a camminare per strade poco battute nelle quali non si possa raccogliere del finocchietto selvatico o dei buoni funghi.
È il massiccio del Carbonara, non poco distanza da Pizzo Carbonara, la seconda montagna più alta di Sicilia, con i suoi 1979 metri, e quest’anno ho finalmente visto da vicino quel punto che era solo il confine del mio occhio di bambino, quando dalle case di campagna mi guardavo intorno cercando domande. Una guida, uno di quelli che corre sul serio e che definisce quelle strade il suo parco giochi personale, territorio dei suoi allenamenti, mi ha portato a fare un giro, partendo da San Guglielmo, su fino a Cozzo Luminario, poi ancora più in su, per poi tornare a valle da Piano Pomo con i suoi agrifogli giganti fino a Piano Sempria.
Incrociando sulla nostra strada un numero impressionante di cinghiali e daini, e persino uno appena nato. Con poiane e falchi ad accompagnare dall’alto la nostra corsa, mentre il nostro sguardo si spingeva dall’Etna al promontorio di Mongerbino, nei pressi di Palermo.
Di Mango ricordavo le giacché oversize nei Sanremo annoiati di Pippo Baudo, quelli che cercavamo di evitare e che adesso vengono beatificati, il questo culto perenne per la nostalgia.
Ma di Mango, tornando a lui, non mi piaceva nulla, mi suonava come un suono antico, con quella sua voce cantilenante e quasi eterea.
Quest’estate, nella quale mi sono preso il tempo per maneggiare con continuità posti dai quali cerco di allontanare il pensiero il piu possibile, per non diventare vittima della malinconia, la voce di Mango é stata una riscoperta e una colonna sonora, la compagnia perfetta per certi paesaggi e sensazioni.
Canzoni come Mediterraneo, sono poi, perfette in questo senso, anche grazie alle parole di Mogol.
É il mediterraneo, nella sua essenza, il Sud.
La montagna là / e la strada che piano vien giù
tra i pini e il sole / un paese
Mediterraneo da scoprire
con le chiese
Mediterraneo da pregare
Siedi qui / e getta lo sguardo giù
tra gli ulivi / l’acqua è scura quasi blu
e laggiù / vola un falco laggiù
sembra guardi noi / fermi così
grandi come mai
Guarda là / quella nuvola che va
vola già / dentro nell’eternità
Quella lunga scia / della gente in silenzio per via
Non so se potrei definirmi animista, se gli oggetti contengano un anima o hanno soltanto un potere evocativo, portando con se un ricordo o una sensazione vissuta. Cosí, ridare vita a delle vecchie tavole di castagno, abbandonate in un angolo da cinquant’anni o forse più, e portarle adesso a una vita nuova, in una nuova casa, é come creare un ponte con un mondo antico e con quell’uomo che quelle tavole lavoró la prima volta. Mio padre.
Avrò visitato davvero abbastanza paesi, si chiede il viaggiatore competitivo e che, come in una giornata di lavoro, valuta le sue performance anche durante le vacanze.
Sui socialini vari é tutto un fiorire di classifiche dei posti da visitare nel 20xx, la lista di quelli che hai già visto, nei negozi di cianfrusaglie varie, di cartine geografiche dalle quali grattar via i luoghi già visti.
Il viaggio diventa quindi un’esperienza orizzontale, sulla quale surfare, in attesa della prossima onda. E non sto arrivando a dire che surfare sia brutto, anzi. Viaggiare per vedere, anche solo per qualche giorno, un luogo nuovo, soprattutto se molto diverso da ciò che conosci, é rigenerante, é utile, persino.
Ma se c’è una cosa che ho capito, é che non serve a niente accumulare. Il famelico desiderio di afferrare tutto, che ha sempre fatto parte di me, ha cominciato a lasciare spazio al desiderio di scendere in profondità. Se potessi viaggiare davvero, vorrei poter stare in un luogo almeno qualche mese, soltanto così potrei aver pensato di capire almeno qualcosa di quel luogo.
Ho bisogno di tempo, per assaporare qualcosa. Ed allora va bene, anche visitare ogni anno lo stesso luogo, ed ogni anno scoprire qualcosa che ancora non conoscevi, incontrare gli stessi volti e salutarti, saper qualcosa delle loro vite che vada oltre l’incontro fortuito per una settimana o per un’ora. Saper dove comprare il pane e dove il pesce. Nel quale aver il tempo per annoiarti e star anche fermo per un po’.
É così che il viaggio perfetto diventa quello verticale, in profondità. O almeno questo é ciò che penso.
Zorba viveva la vita come pura emanazione della libertà di spirito, senza sovrastrutture di pensiero nel cercarne scopo o significato. Amava quando voleva, suonava quando lo desiderava, lavorava fino a sfinirsi. Aveva vissuto molte vite, Zorba. Girava il mondo come se fosse alla ricerca di qualcosa, senza rendersene conto, o forse solo per necessita. Un essere primitivo, per certi versi, ma che sembrava aver colto a pieno l’essenza della vita, il suo significato più profondo dell’esser priva di scopo.
“Zorba, credo, ma potrei anche sbagliarmi, che gli uomini siano di tre specie: quelli che hanno come meta di vivere, come dicono, la loro vita; di mangiare, bere, amare, diventare ricchi, coprirsi di gloria… Poi ci sono quelli che hanno come scopo non la propria vita, ma la vita di tutti gli uomini; sentono che tutti gli esseri umani sono una cosa sola e si sforzano di illuminare il piú possibile gli uomini, di amarli, di fare loro del bene. E infine ci sono quelli che hanno come obiettivo quello di vivere la vita dell’universo. Tutti, uomini, animali, piante, stelle, siamo una cosa sola, la stessa sostanza che combatte la stessa terribile lotta. Quale lotta? Trasformare la materia in spirito”.
E Zorba, il libro, é la storia dell’incontro tra chi la vita la pensa, e cerca significato nella filosofia e nei libri, e quest’uomo mitologico e volitivo. Uomini che intrecciano le proprie vite, in un’isola greca per un breve tratto della loro vita, creando un amicizia che trae spunto da questo contrasto, dal quale emerge chiaramente che la vita non va solo pensata ma vissuta col corpo intero, con ogni membra, per assaporarne ciò che é.
Zorba si offese; alzò la voce: “Nuova strada”, gridò, “nuovi progetti, ho smesso di ricordare le cose passate, ho smesso di chiedere quelle future; quello che succede ora, in questo momento, è ciò che m’interessa. Dico: ‘Che fai adesso, Zorba?’. ‘Dormo’. ‘Allora dormi bene!’. ‘Che fai adesso, Zorba?’. ‘Lavoro’. ‘Allora lavora bene!’. ‘Che fai adesso, Zorba?’. ‘Abbraccio una donna’. ‘Allora abbracciala bene, Zorba, dimentica tutto il resto, non esiste nient’altro al mondo, solo lei e tu, vai!’”
Amo sempre come una storia ti porti a scoprire connessioni e collegamenti con altre storie, in un filo che tutto tiene insieme.
Qualche sera fa ho recuperato un film, che mi aveva incuriosito quando uscí al cinema, ma che poi persi, come spesso capita in questi anni.
Il film, Stranizza d’amuri, per certi versi non mi ha conquistato, forse per le pretese poetiche non del tutto riuscite, ma la storia é senz’altro capace di toccare corde profonde. É la storia di due ragazzi, Giorgio Agatino Giammona e Antonio Galatola, trovati morti ammazzati e abbracciati uno all’altro sotto un albero di limone, perché amanti, nella Sicilia del 1980.
É una storia che parla di cosa significava essere gay allora, ma parla anche, di quanto fosse importante, soprattutto allora, difendere il “buon nome” della famiglia, non far parlare la gente, non ostentare la propria diversità per nascondersi nella massa. Sono discorsi che risuonano in chi, come me, ha vissuto ampiamente la vita di paese, con quegli occhi sempre presenti, ad osservarti, anche quando pensi di essere solo.
I risvolti, e la storia del reato, sono incredibili, ed invito ad ascoltare la puntata di Altre Indagini di Stefano Nazzi.
Ciò che però scaturí da quel duplice delitto segnó una parte della storia d’Italia, ed é quel tratto di filo che ho riannodato, e che non conoscevo, come credo in tanti. Perché quel delitto smosse le coscienze di molti, creó manifestazioni di massa, a cui parteciparono dei giovanissimi Nichi Vendola e Francesco Rutelli, e portarono alla creazione dell’Arcigay.
E sembra incredibile non sapere, nonostante la mia curiosità, che quel primo battito di associazionismo prese il via proprio da Palermo, dove nacque il primo circolo Arcigay, il Neo, per dare spazio e rifugio a chi non lo aveva. La storia di due dei suoi fondatori, Massimo Milani e Gino Campanella, l’avevo incrociata qualche mese fa su Instagram(chi dice che non serve a nulla, sottovaluta le possibilita per chi ha coscienza) nell’occasione della morte di Massimo Milani, e sono sicuro che aprirà altre porte.