É stato burnout?

Puoi, come in quel libro di Baricco, guardare quel quadro appeso e vedere che improvvisamente cade giù, senza alcuna ragione apparente. Oppure puoi andare li vicino, osservare i suoi movimenti, e sistemare quel vecchio chiodo. O cambiarlo del tutto.

In questi ultimi tempi é un po’ quello che ho fatto.

Gli ultimi due anni, lavorativamente, non sono stati molto semplici, e tutto si rifletteva inevitabilmente su ogni aspetto della quotidianitá. La mia mente tornava inevitabilmente a ragionare intorno a ció che succedeva in quell’ufficio, alla ragioni che stavano dietro alle decisioni che non capivo. Insonnia e ansia erano diventate parte di me. Gli occhi sbarrati nel cuore della notte una costante alla quale cercare ragioni.

Mi bastava entrare in alcune stanze per cambiare d’umore, e per farmi vivere male un lavoro che sostanzialmente continuava a piacermi. Ma era tutto il resto ad essere diventato tossico. La disorganizzazione del lavoro e le mancanze comunicative si traducevano in una guerra continua tra le parti, per le quali eri costretto a vivere guardandoti le spalle e sostanzialmente tutelando il tuo lavoro costruendo un muro di email ed evidenze.

Per quanto potessi tentare di scalare la montagna di lavoro che si accumulava, la tensione continua era sempre lì. Situazioni di questo tipo portano inevitabilmente a porsi delle domande su se stessi e a mettersi in discussione, ma raramente si cerca di spostare lo specchio in direzione opposta, verso le aziende e le organizzazioni che le reggono.

Dipendenti che lasciano il lavoro senza avere un’alternativa pronta, un perenne stato di stress che si avverte nelle parole di quasi chiunque, sono condizioni che fanno parte integrante delle aziende “performanti”, capaci di rispondere alle esigenze del mercato in maniera “reattiva”.

E se qualcuno non è in grado di reggere il passo, pazienza, è un problema che si può relegare ad incapacità personali di reggere il passo di un mercato del lavoro che chiede sempre di più.

Ma se le condizioni di burnout sono così diffuse, e argomento di discussione sempre più frequente, il problema diventa culturale e l’incapacità di molte aziende di affrontare la questione una vera questione da mettere sul banco. Ed è per questo che bisognerebbere volgere lo sguardo in quella direzione.

Nonostante questo è inevitabile passare da una fase di introspezione personale e di analisi, che nel mio caso si è tradotta nel sovraccaricarmi ulteriormente di lavoro per dimostrare prima di tutto a me stesso che il “problema” non ero io, portandomi in una spirale lavorativa (e decisamente malata) dalla quale ho deciso di uscire soltanto quando avevo dimostrato pienamente a me stesso il mio valore, e che il problema era semmai altrove.

Dall’altra parte, nè da parte dei dirigenti, nè delle fantomatiche “risorse umane”, è mai nata l’esigenza di far nascere un confronto su situazioni che si andavano rivelando una dopo l’altra. Un’analisi che potesse portare azioni correttive, che interrogasse su inefficenze e processi organizzativi, su prassi e metodi che potessero essere messi in discussione.

Per chi ha l’opportunità, interrogarsi, capire le situazioni, e scendere da treni in corsa, è in questi casi l’unica possibilità.

Anche se non è una soluzione priva di dolore, sperando che il prossimo treno sia migliore.

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