Siamo poi gente che ha bisogno di vittorie, o meglio, siamo un popolo che ha bisogno di vittorie, come direbbe Sofri nel suo libro. E così oggi è quasi un giorno di festa, con dei sorrisi che si aprono, in questa politica vissuta come un tifo da stadio, in cui un giorno così è un’occasione buona per indossare una polo rossa, anche se poi tutto è relativo, ed è ancora troppo presto. Ciò che importa e che per una volta le risposte su cui non riponevamo molte speranze, sono state smentite dalla realtà verso una direzione che non pensavamo di aspettarci, pessimisti come siamo diventati. Adesso, probabilmente, capiranno che non siamo poi gente su cui strategie da tea party possono funzionare, e che probabilmente l’antivirus verso certe grevità l’abbiamo già in noi, ed ogni tanto ce ne ricordiamo. Hanno perso in tanti, e farebbero bene ad accorgersene, ma loro, almeno abbasseranno i toni, comprensibilmente, e la Moratti si morderà le labbra su quella frase, a cui si è prestata, e che è anche solo il simbolo di una deriva evitata.
Pensavo a questo svegliandomi stamattina e controllando, con tocco scaramantico, che tutto fosse esattamente come ieri sera l’avevo lasciato. Aggiungendo questo a quei momenti di trascurabile felicità, come li definisce Francesco Piccolo in un libro letto poco tempo fa, e perso in qualche hotel poche pagine prima della fine. Ci pensavo constatando che, tra l’altro, quella domenica lì sarà si quei dei ballottaggi, ma anche quella della finale. Quella di coppa Italia, intendo.
Un futuro fantastico
Con lo sguardo esterno alle elezioni milanesi mi faccio un’unica domanda, che girerà come un tarlo nella testa di tanti fino ai risultati di domani sera. Mi chiedo se questi millantatori, mistificatori della realtà, capaci di farci credere che un tavolo è quadrato quando l’evidenza ci suggerisce che sia rotondo, saranno in grado di vincere ancora, imponendo una visione irreale, poggiata sui loro interessi. A seconda della risposta che ne verrà domani sera troveranno credito, giustificazione all’uso di mezzi sempre più fantastici ed allora vedremo asini capaci di volare, puttanieri diventare santi e santi rubare in chiesa, ed allora sarà davvero un futuro fantastico, uscito non dalla fantasia di un nuovo Walt Disney, ma da quella di modesti venditori di bufale a buon mercato.
E’ così ovvio
Ieri sera l’ho visto meno allegro, Allegri.
Come uno scricchiolo di ossa rotte
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Da Amore non ne avremo, disco oramai introvabile. Tanto che ho dovuto scomodare quelli dell’etichetta discografica per andare a rovistare tra i fondi di magazzino ed inviarmene una copia.
Fuori luogo.
Ieri sono scappato dal centro giusto in tempo (non volontariamente) per non avere a che fare con i festeggiamenti dei milanisti. Chi c’era mi ha raccontato, tornando, che l’inno della serata era “Eto’o, Eto’o, Eto’o, Eto’o, Eto’o, ti hanno visto con le rose, con le rose nel metrò”. Ecco, a parte che di giocatori corretti come Eto’o se ne vedono pochi e poi, se lo sfottó tra cugini è cosa sana, vederlo così banalmente cadere nel razzismo fa veramente pena. Senza contare che, nel silenzio quasi generale, sono affondati in mare, quasi novecento immigrati.
Volevo solo fare un tuffo
I Palermitani hanno voltato le spalle al mare, si dice. Basta guardare ai suoi colli, così punteggiati da migliaia di case, e pensare, di contrasto, all’idea che ad oggi l’unica spiaggia cittadina sia Mondello, dall’altra parte di Monte Pellegrino, separata nettamente dalla città dal Parco della Favorita. Non è sempre stato così, e basterebbe guardare immagini precedenti alla seconda guerra, per rendersi conto come il mare entrasse nella città, giungesse a pochi metri da Porta Felice, e come le spiagge di Romagnolo ed Acqua dei Corsari fossero popolate dai palermitani, magari i più poveri, che in quel mare trovavano ristoro dalle fatiche di ogni giorno.
Poi, la guerra, i bombardamenti, i detriti buttati in mare, e la città che ha messo terra tra lei e il mare.
Del resto, quando durante le ricreazioni delle superiori, ci spingevamo verso il mare di Romagnolo, di tanto in tanto ci chiedevamo come mai quelle spiagge fossero dimenticate da Dio e luogo buono soltanto per gettare rifiuti. Guardavamo, passando velocemente, ai tempi, la zona del Foro Italico frequentate da baraccopoli e giostre, ed ignoravamo totalmente l’esistenza di un passato diverso. Gli anni, fortunatamente, hanno portato ad un recupero di alcune zone, e con esso al desiderio di volgere lo sguardo al mare, come avviene in qualsiasi altra città del mediterraneo.
A farmi venire certi pensieri, in questa giornata passata in casa a sedare la febbre, sono stati certi spezzoni di un documentario, dal didascalico nome Marenegato, dal quale sono stato effettivamente rapito.
Marenegato – volevo solo fare un tuffo from marenegato on Vimeo.
Un progetto per raccontare qual’era Palermo e qual’era il suo rapporto con il mare, le mutazioni e le storie che, inevitabilmente, sarebbero andate perdute. Come l’avventura dell’Acquario di Palermo, e del suo creatore Eliodoro Catalano, l’uomo pesce, come definito nelle cronache dell’epoca, e la sua storia della cernia voluttuosa e morta ubriaca, ma felice, o ancora dell’Acquasanta e delle sue sorgenti di acqua miracolose che arrivavano fino in mare, e dove la regina Carolina d’Austria veniva a ristorarsi.
L’uomo pesce from marenegato on Vimeo.
Il boia dei giorni feriali
Quando morì Saddam ci offrirono la possibilità di assistere a quell’esecuzione, guardammo quelle immagini con attenzione, per nulla scandalizzati. Saziavamo la nostra sete di vendetta, compiaciuti.
Restai stupito, quando qualcuno, la stessa persona che avrei immaginato girare lo sguardo dinnanzi ad una scena di Old Boy, mi confessò candidamente di aver guardato quelle immagini e di averne tratto serenità, o felicità oserei dire, come nell’assistere ad un’espiazione da una ferita. Uscii da quella discussione frastornato nell’immaginare come la deriva di un’educazione non troppo differente avesse generato espressioni così diverse, lontane, da ciò che ritenevo banalmente giusto, assodato, corretto, per una visione del mondo che non facesse riferimento ad immagini da medioevo. Ingenuo, pensavo, che i tempi delle corse alla piazza per assistere alle evoluzioni del boia fossero passati.
Ieri, è chiaro, non si poteva che provare gioia per la fine di una caccia che durava da quasi un decennio, per la fine di un uomo che era riuscito ad instillare in noi il senso della paura, della vulnerabilità, più di chiunque altro. Ed allora va bene il sollievo provato da tutti noi, vabbene l’orgoglio per la vittoria, ma l’ubriacatura collettiva stona, ed anche se un popolo ritrova la sua essenza, la sua unità in questi momenti (e che a noi mancano da sempre), a me sono sembrate persino eccessive le parole di Obama che ricordano così tanto la legge del taglione. Perché se siamo occidente, se siamo popolo civile, forse dovremmo ricordarcelo di tanto in tanto. Non per buonismo, ma per coerenza.
In alternativa c’è sempre un Papa da beatificare, o una messa a cui assistere, domenica prossima.
Ed è anche l’ora di tirar via il dente
Comitato d’accoglienza
La strada in cui vivono i miei genitori, anzi proprio sotto quel palazzo in cui sono in questi giorni, ha vissuto sempre di grandi certezze e di piccole variabili che ne hanno dipinto lo spazio per un tempo che già tu sai essere breve. Le certezze incrollabili sono rappresentate da un panificio, che negli anni ha ingombrato di sedie e gazebi l’intero marciapiede, un barbiere con la solita clientela ferma li davanti a scambiare due chiacchiere, e da una gastronomia, ossia un locale, che, per come lo definiamo a Palermo, vende tutto ciò possa saziarti a qualsiasi ora della giornata, dalla pasta al forno, al panino coi cazzilli fino alle arancine con la carne. Le variabili temporanee occupano uno spazio risibile tra queste entità, ed hanno sempre avuto vita difficile. Negli anni ricordo, in ordine sparso, una sartoria, un’assicurazione, un’agenzia di viaggi, un negozio d’abbigliamento, uno di corredi, un negozio di telefonia. Ma ne potrei ricordare sicuramente molti di più, se la memoria non m’ingannasse.
Il panificio nell’ultimo anno si è trasferito un pò più in là per un’ingiunzione del tribunale. Ma, tanto per capirsi, gazebo e piante sono rimasti lì, a segnare il territorio. Pochi giorni fa, invece, l’ennesima variabile temporanea, ha tirato su la saracinesca, e già tra i condomini è partito il gioco sadico delle scommesse sulle possibilità di durata di quest’ultima attività. Intanto, giusto ieri, la serratura era già bloccata dall’attack, ad impedirne l’accesso. Giusto per capire l’aria che tira.
B-side
Giza, ed un set per le strade di Alessandria, qui, ض

