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Nel merito.

 In una società individualista una volta premiato il migliore, questo incassa tutto e il non-migliore schiatta di fame in fondo alla scala sociale. In una società solidale (che funziona) invece il migliore viene premiato e una parte della ricchezza che produce viene redistribuita al non-migliore, perché il non-migliore (in termini produttivi) può essere anche uno che non ha potuto studiare, che è nato in un’area disagiata, che gli è morto il papà a sette anni, un disabile, un anziano, etc etc.

Non si tratta insomma di decidere ‘meritocrazia sì o meritocrazia no’, come vogliono farci credere: siamo tutti per la meritocrazia e non per le clientele. Si tratta invece di scegliere quale modello di meritocrazia vogliamo: se quello che premia il migliore e basta o quello che premia il migliore rendendo il suo essere migliore anche un fattore di solidarietà e di coesione sociale.  

Non sarebbe affatto individuare un sistema meritocratico, che torni a premiare l’impegno e le capacità del singolo, ma, mi viene da pensare che questa sia più che altro la reazione necessaria, ed estrema, ad un periodo nel quale questo è andato a farsi benedire. In cui il familismo, il compiacimento del potente, i piccoli favori personali hanno preso il sopravvento, in ogni campo. E’ certo un tema importante per le primarie, e Renzi ha pur ragione nel farne un suo cavallo di battaglia, a patto che, di pari passo nel dar il giusto a chi lo meriti, non si arrivi a dimenticare chi non ne hai i mezzi, le possibilità, le opportunità.

Il candidato ideale

Soffermandomi sui nuovi manifesti elettorali per le vie della città, tra rivoluzioni in corso,  foto di donne con le meches riciclate dalla precedente campagna elettorale (forse per ammortizzare i costi del parruchiere, e del fotografo), mi faccio qualche domanda sul voto che sarà, alla fine di ottobre, qui in Sicilia.

Il luogo comune vuole che dalle elezioni siciliane si possano trarre deduzioni che anticipano quello che a livello nazionale potrà avvenire da qui al prossimo anno, perché la straordinarietà, e l’improbabile comportamento dei Siciliani al momento delle elezioni, costituisce un buon mezzo per comprendere anche l’imponderabile.
Per questo motivo mi sono voluto avventurare in un analisi del Siciliano medio al voto e del suo candidato ideale.
Il Siciliano è per sua stessa natura, un’individuo che ha la pretesa di saperla lunga, almeno più del proprio vicino di casa. La furbizia di cui si fa portatore consente di riconoscere sotterfugi e scoprire le intenzioni più nascoste del proprio interlocutore, perchè a lui per “fissa” (vedi stupido) non lo prende nessuno. Questo nonostante la storia gli remi contro in questa narrazione.

Per cui è capace di ascoltare tutti con la massima attenzione, valutando pro e contro di ogni discorso e solidarizzando con le posizioni, qualsiasi esse siano,  del suo interlocutore. Se quindi dovesse scegliere il suo candidato ideale, non sarebbe in grado di descriverlo, perché, semplicemente, esso non esiste.

Perché il Siciliano, a ragion veduta si potrebbe dire, non crede a nessuno. Vorrebbe votare per se stesso, di volta in volta, ma non può perché non ha tempo da perdere e con un solo voto non andrebbe molto lontano.

Partendo da questi presupposti, esistono però due candidati, che a grandi linee, possono trovare l’approvazione dei diversi tipi di siciliani.

Se la politica è l’occasione per chiedere il conto a vecchie amicizie, il candidato ideale deve essere sufficientemente marpione, non troppo schierato, con idee quindi vaghe, delle quali nessuno comunque verrà a chiedere il conto. Deve garantire il quieto vivere, la sopravvivenza dello status quo, per quanto sgangherato esso sia, costituito da un equilibrio tra assistenzialismo e menefreghismo per tutto quello che sembra non riguardarlo direttamente, o che non intacchi le piccole miserie quotidiane, necessarie per campare.
Deve essere in grado, in linea definitiva, di essere esibito come capro espiatorio per le inefficienze generali con cui si scontrerà quotidianamente (citando una frase di qualche giorno fa di Mario Monti), dalle file al pronto soccorso, alle macchine in doppia fila.

(1- continua)

Sarà la prima volta che non andrò a votare.

[Luci della centrale elettrica dixit]

Sarà la prima volta che non potrò votare, Palermo è lontana, e posso avere soltanto una residenza per volta. Ma la testa è rivolta li, come sempre. Fossi stato lì, sarei stato obbligato a scegliere, ma questa condizione di parziale spettatore mi ha evitato una scelta difficile. Ferrandelli e Orlando se le sono date di santa ragione in questa campagna elettorale, ed avrei molto da rimproverare ad entrambi per ragioni diverse. Rimprovererei ad Orlando l’incapacità nel rendere servizio alla città senza essere sempre e comunque protagonista, quando la sua esperienza poteva essere messa al servizio di qualche volto nuovo, in quell’auspicato desiderio di rinnovamento che cova nell’elettorato intero. Ma questo è un discorso intero e ritrito su una generazione che continua a non volere lasciare la prima pagina dei giornali, a non volere lasciare le posizioni che contano.

Rimprovero a Ferrandelli certe amicizie pericolose di cui si è vociferato in questi mesi, un atteggiamento ecumenico e trasversale da politico consumato, diverso per molti aspetti da quello che ricordavo all’inizio del suo percorso politico.

Degli altri non ci sarebbe neanche da parlarne, anche se questo continuo darsi la zappa sui piedi potrà portare qualche volto di un rinnovamento di plastica verso la poltrona di sindaco. Sicuramente potrà far bene Nuti ed il M5S, ma non sarà sicuramente il voto di questi due giorni a cambiare il volto di Palermo, soprattutto perché le risposte che dovranno venire dal prossimo sindaco non saranno quelle che la maggioranza dei Palermitani si aspetta. Un lavoro, una sistemazione per il figlio, domande che dovranno (sarebbe il minimo) rimanere inevase, nonostante le promesse di questi mesi.

Ma i miei sono occhi che guardano da lontano, ed i pochi giorni trascorsi nelle scorse settimane per le vie della città mi hanno riportato ad un atteggiamento di sconforto. Quando uscendo dalla metropolitana ho visto sui manifesti elettorali volti che ricordavo per le strade del mio quartiere a far passare il tempo in maniera più o meno lecita, quando ho visto il volto più pulito (soltanto perché non passato dal carcere almeno lui) di una acclarata famiglia mafiosa del quartiere candidarsi alla circoscrizione, ho capito che la fiducia nella capacità dei miei concittadini di fare scelte lungimiranti stanno a zero.

E disaffezione alla politica e sconforto generalizzato di molti onesti cittadini daranno libero spazio al peggio che la politica possa produrre. Sarebbe un peccato, visto che le energie non mancano, come quelle che raccontavo qualche tempo fa, come quelle del Teatro Garibaldi occupato, in questi giorni.
Buona domenica Palermo.

p.s. Rubando l’idea a Moby Dick, la migliore trasmissione musicale degli ultimi anni, ho raccolto una playlist palermitana.

Inghiottito dalla montagna

Uno degli aspetti più positivi del lavoro che mi ritrovo a fare è senz’altro la possibilità di visitare posti che altrimenti non avrei modo di conoscere, di vedere. E non parlo di Iran, del Delta del Niger, o dei venti giorni al largo dell’Egitto, ma anche di posti a pochi passi eppure inaccessibili. Perché spesso valvole, motori e pompe stanno dislocati in pochi ameni ed anche piuttosto tristi, mentre altre volte ti trovi ad andare a cercarle all’interno di una montagna.

Sulle Dolomiti, nei pressi di Peio, per dire, esiste una centrale idroelettrica costruita a duemila metri di altitudine, poco più di ottant’anni fa. Ti inerpichi per strade strettissime fino ad arrivare alle sue porte, e quando ti appresti ad entrare ti rendi conto di essere ancora a metà del percorso. Perché ti trovi davanti un trenino giallo, ed un tunnel. Da li il trenino infatti sale per seicento metri ancora in altitudine, su pendenze diverse, tanto che i seggiolini su cui mi siedo sono costruiti in maniera tale da basculare e tenerti in equilibrio. Il tunnel è  stretto giusto quanto basta per passarci dentro, scavato a mano, a colpi di picozze e dinamite, da uomini talpa, le cui giornate devono essere state lunghe a passare.

[il video, di un tratto di risalita Centrale di Malga Mare.mov]

 Il cane del custode si è accomodato nella cabina tra di noi, ed è il primo ad avvertirci di essere arrivati su un cima, alzandosi dal suo posto e aspettando l’apertura delle porte.  A duemila e seicento metri stanno gli operai, la centrale operativa, ed i tecnici a cui chiedo di poter guardare immediatamente la diga, e le Dolomiti.

Sto li soltanto per qualche minuto, e poi di nuovo dalla cabina al centro della montagna, dove ci fermiamo. Camminiamo in un tunnel nel quale passa una condotta dell’acqua che dalla diga viene spinta giù fino alle turbine, anch’essa della stessa epoca, sforzandomi di immaginare lo sforzo che debba essere stato trasportare e poi chiodare quelle tubazioni in quelle condizioni.

 Ci fermiamo li, dove tra stalattiti ed umidità ci troviamo a lavorare per qualche ora, illuminati e riscaldati giusto da qualche lampada alogena, cercando di far girare bit nel modo più corretto e discutendo del sudore e della fatiche che quelle rocce devono aver assorbito, qualche tempo fa.

Le turbine, a fondo valle

 

Ognuno a modo suo

Un pomeriggio di qualche tempo fa si giocava così con i suoi vinili.

Da un’idea di Ale.

Leggere Colazione da Tiffany a Shiraz/Jafar

A pochi metri dall’ingresso dell’università un piccolo chiosco resta aperto a tutte le ore del giorno, e della notte. Riviste, bibite e sigarette sono sempre disponibili, ma non è questa di certo la particolarità che lo rende tappa obbligata delle serate qui in città. Di ritorno da un ristorante, è la sorpresa che hanno preparato questa sera per me. Dietro il bancone un uomo sulla settantina, preso dai suoi affari, ci accoglie sornione, specie riconoscendo volti nuovi nel suo rifugio. Sorride con tutti i denti che gli sono rimasti e si affanna a dare la mano a tutti noi, trattenendole tra le sue per un tempo a cui inizialmente non riesco a dare spiegazione. La colgo quando prende la mia, di mano, e comincia ad accarezzarla con alcune dita e poi con l’altra mano, tra gli sguardi divertiti degli altri. Regala poi perle a ripetizione, proponendo ogni sorta di prezzo per stare con lui, uscendo fuori da quello che spesso diventa la sua stessa casa, cercando di abbracciarci. Ogni volta è uno spettacolo diverso ma sempre assicurato. Jafar è uno spettacolo, qui, con la sua omosessualità ostentata, e con l’esuberanza che non riesce a contenere nonostante l’età.
Si raccontano storie, su di lui, di cui alcuni sanciscono con assoluta certezza. Raccontano che sia stata una spia, e che la posizione del suo chiosco non sia del tutto casuale, a pochi metri dall’università. Raccontano che conoscesse tutti, da sempre, e ne conoscesse le abitudini. Chi frequentasse chi, e naturalmente anche le tendenze sessuali. Raccontano che molti furono uccisi in seguito alle sue soffiate, qualche anno fa.
Raccontano, anche se sembra surreale, dopo aver riso così tanto, storie come questa. Sembra tutto così normale, in superficie.

Vakeel Bazaar

Leggere Colazione da Tiffany a Shiraz/2

Quello che mi aspetto da un qualsiasi fine settimana occidentale lo ritrovo anche qui, giovedì sera. Le strade diventano trafficate in corrispondenza del centro, mentre il nostro tassista cerca di districarsi con inversioni ad u su strade a quattro corsie o sfiorando le macchine più vicine per tentare un sorpasso, mentre ragazzi in rollerblade si infilano tra una e l’altra, sfidando la sorte ed il carcere (così mi dicono), tra uno slalom e l’altro. Le distanze così ravvicinate consentono poi sguardi più ravvicinati tra un abitacolo e l’altro ed è divertente incrociare quelle di donne che sorridono o che, riconoscendoti come occidentale, cominciano ad atteggiarsi e a ballare per attirare l’attenzione in qualche modo, non mancando minimamente il bersaglio.
E’ evidente il desiderio di libertà che si respira parlando o più semplicemente osservando gli atteggiamenti con cui si sono mostrati a noi, ma con il quale, più semplicemente, vivono ogni giorno. Tutto appare normale, nella vita di ogni giorno, da far dimenticare quello che i quattro caproni che li governano decidono ogni giorno da Teheran sulle loro teste.
L’unico segno evidente di anomalia che si riscontra facilmente si ha navigando sulla Rete. Molti siti sono bloccati. Twitter, Facebook, ma anche semplici siti di notizie, Repubblica, Corriere o La Stampa rimandano ad un’incomprensibile pagina in farsi. Ma anche per quello esiste il rimedio e sono tutti attrezzati con semplici programmi che creano tunnel (non facciamo i nerd, su) per passare tra le maglie della censura. Devi sviluppare una sensibilità superiore per cogliere i dettagli capaci di farti drizzare le orecchie. Chi è qua da più tempo nota dettagli a me difficilmente comprensibili, dopo solo tre giorni. Le macchine della polizia più frequenti. Su una collina che incrociamo recandoci sull’impianto, il numero maggiore di cannoni che sbucano dal terreno, in una zona militare non così lontana da un piccolo abitato. O, come Saadi (un nome fittizio), il nostro contatto qui, ci raccontava oggi, difficoltà ben più tangibili. Come l’impossibilità nel reperire dall’estero, viste le scarse riserve interne, il materiale necessario per produrre prodotti per la dialisi. Un problema di cui si stava occupando in prima persona, avendo una società di import/export e di referenze per le società straniere, dopo una telefonata del padre, disperato per non aver trovato lui una via per importare queste attraverso le vie tradizionali.

Sono problemi che non riscontri facilmente camminando tranquillamente per le strade, frequentando i loro ristoranti, sedendosi tra coppie che sorseggiano the. Quello che vedi è solo una ricercata normalità, una naturale libertà negli atteggiamenti, che ti va venire voglia di esserci, quel giorno.

Da “Pollo alle prugne” di Marjane Satrapi

Mi piace. Punto.

Dare una connotazione sociologica a qualsiasi successo del momento, è una tentazione inevitabile per gli scrivani di mezzo mondo. Vacanze di Natale flop al botteghino? Un altro segno chiaro della fine del berlusconismo. Lady Gaga prima in classifica? La voglia di leggerezza di cui abbiamo bisogno in un periodo di crisi. The Artist piace a tutti, ed a sinistra più che mai? Normale, per come rappresenta un personaggio che rifiuta il mondo che avanza costruendo delle barricate alla modernità e rifugiandosi in ciò che lo aveva reso felice. Per come rappresenta tutti noi, esseri che vivono con difficoltà un mondo che va troppo veloce rispetto alle proprie gambe. Come la Camusso con l’articolo 18 e i giornalisti del Manifesto con le difficoltà nel far fronte alla crisi dell’editoria.

E non può essere che sia piaciuto semplicemente perché fatto benissimo, curato nei dettagli, sapiente nel toccare le corde delle emozioni, semplice nella struttura ed originale nella costruzione.

Non può essere semplicemente perché si cercano sprazzi di bellezza e non dei cappelli da mettere in testa per psicanalizzarci e scrivere due righe per riempire un’altra mezza pagina di giornale.

Un’anomalia genetica

Il lato positivo nell’avere una manualità praticamente impedita è essere circondato da chi è in grado di compensare questo deficit e moltiplicarlo per dieci.

A me il ruolo di raccogliere le idee.

Così sapete dove venirmi a prendere

Il tasto “watch later” e le playlist di youtube stanno diventando la mia nuova dipendenza.