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Greetings from Dubai/5 . Il rientro

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Quando torno a casa, dopo un viaggio lungo come questo, svuotare la valigia è rimescolare i ricordi di un mese, uno per volta. Adesso sarò pronto per l’Italia?

Greetings from Dubai/3. Per il riposo c’è sempre tempo

Trovare del tempo in queste giornate, anche solo per scrivere, è una faccenda complicata, quando poi passo dalla mia camera giusto il tempo di una doccia e pochi minuti prima di chiudere gli occhi.

Sono giornate così,e ve le racconto, vagamente.

Ogni mattina la sveglia suona presto, un pulmino raccoglie tutti noi fuori dall’hotel intorno alle sette e ci porta verso l’ingresso del Drydocks. Le facce a quell’ora sono tutte piuttosto assonnate e ci si scambia così veloci battute, ma il viaggio dura così poco da rendere il silenzio un gradevole intermezzo. Fuori è già caldo, per cui dall’ingresso del porto ci si muove tutti in ordine piuttosto sparso fino a raggiungere gli uffici, e l’unico caffè ragionevole della giornata.

Tuta bianca indossata, a cavallo delle nostre bici raggiungiamo la banchina dove è accostata la nave.

Quattro rampe di scale prima di arrivare sul ponte, dove già i primi indiani sono intenti nel loro lavoro, mentre qualche altro ne approfitta, appoggiato ad un angolo, per dormire ancora un attimo.

Non sono stato fortunato questa volta, e ci penso ogni mattina, quando il resto del gruppo si dirige verso una comoda, e condizionata, sala di controllo ed io nella direzione opposta, vado nella mia postazione all’aperto. Sistemo le mie bottiglie d’acqua al fresco, accendo quel ventilatore sgarrubbato che almeno mi hanno fornito e il notebook. Sono il primo ad arrivare, solitamente. Poi mi raggiunge David, quello che dovrebbe essere il supervisore di questa parte d’impianto, inglese, sessantasettenne, trapiantato in Venezuela, ingombrante nella stazza e nei suoi aneddoti che mescolano le cene a base di bacon e salsicce, della sera precedente, con quelle di una vita spesa in giro per il mondo. Poi è la volta del gruppo dei quattro filippini, il mio braccio su e giù per le scale a controllare e testare tutto ciò che non va. Stanno insieme praticamente tutto il giorno, ed alla sera la loro stanza in albergo è la stessa, mi hanno raccontato. Vivono per sei mesi così, mentre le loro famiglie stanno a Manila o giù di lì. Ma sono lì sorridenti, e mi mettono allegria per l’intero giorno, soprattutto quando alla fine di un test particolarmente difficile improvvisano una danza davanti al quadro elettrico.

Poi, li vengono in tanti a dare un occhio, il croato, il cinese, il francese e l’americano e poi chissà chi altro, ed ancora io mi stupisco di quanto possa riuscire a comprendere con il mio inglese sgangherato tutti gli accenti possibili in cui è possibile parlare la stessa lingua. Tra i quali, naturalmente il più incomprensibile, è proprio quello degli inglesi.

Dodici ore passano poi velocemente in questo modo, contando poi delle lunghe pause che tutti si concedono, e come potrei pure biasimarli.

Così quando alle sette lascio la nave ed il cantiere si è quasi svuotato, arrivo nello spogliatoio, e tolgo la tuta madida  di sudore, provo un piacere del tutto mio nel scolarmi almeno due lattine di quei succhi di frutta, che così buoni solo qui, ed un caffè. Quello che basta per non sentire più la fatica, raggiungere casa, fare una doccia, ed essere pronti per la sera in cui c’è una città da scoprire.

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p.s. la foto l’ho scattata venerdi, il nostro giorno libero, in giro per il deserto arabico, a neanche quaranta chilometri dalla città.

I’m not an android

Via Inkiostro

Sono un romantico

Questa foto, vera o meno, la continuo a guardare da un giorno intero.

La vittoria vera dovrebbe essere al 70%

Rischio di essere il solito pessimista a guardare il bicchiere sempre pieno, ma se anche dovessimo raggiungere il 53% in cosa dovremmo gioire nel sapere che esiste almeno il 47% che se frega di esprimere il proprio diritto al voto, e che di certo non fa dell’astensione una scelta politica?

L’opinione del non votante

Domenica non voterò. Non sarà una scelta deliberata, o forse lo è stato per chi ha deciso di farmi partire, probabilmente subdolo sostenitore del fronte degli astensionisti.
Ad ogni modo anche senza il mio voto il quorum sarà raggiunto a mani basse, se restassi a giudicare soltanto dalla mia pagina su Facebook, in cui tutti, inequivocabilmente, urlano un coro di Si. Gli slogan facili facili, acqua pubblica per tutti, nucleare no, Silvio a casa, fanno sempre un certo effetto, a maggior ragione se possono dare la spallata alla fine di un’era, come continuano a sostenere tutti incautamente.
Soltanto che poi i risultati dei referendum restano, decidono le politiche di un paese per anni, mentre le legislature si accavallano l’una sull’altra, per cui un occhio un po’ oltre dovremmo deciderci a buttarlo.

Perchè le cose sono un tantino più complesse, ed anche se sarei l’ultimo a voler fare da cane pastore,  mi mette di malumore l’idea che l’unico modo per raggiungere il quorum consista nello spingere su queste leve populiste che tanto denigriamo, sospinte così acriticamente nell’era dei socialcosi, neanche fossero dei sostituti degli altoparlanti della tv. Del resto, che Facebook fosse stata l’occasione persa più notevole degli ultimi trent’anni ce ne eravamo accorti da tempo.  Per cui, anche se saranno soltanto poche le voci a fare da controcanto, io vi dico che voterei con tre Si ed un No, piuttosto deciso. I motivi sarebbero tanti, ed ho provato a sintetizzarli, ma ne è venuto fuori il pippone di cui sotto. Per cui, se volete, fermatevi pure qui. O leggete solo l’ultima riga, almeno.

 

Senza volermi fingere razionale, le scelte istintive applicate ai referendum mi risultano indigeste. Al nucleare abbiamo, per dire, detto no quando piuttosto dovevamo dire si, abbiamo cambiato idea con gli anni (basterebbe ricordare certi sondaggi e le dichiarazioni di qualche politico adesso sul fronte del Si), fino a quando Fukushima non ha cambiato nuovamente i nostri orizzonti. Ed è andata anche bene così, perché, in fondo, siamo oltre tempo massimo per investimenti così massicci, nonostante, sarebbe bene ribadirlo, il nucleare rimane la fonte energetica che costa meno e più pulita, e non sarebbe da pensare come alternativa alle rinnovabili, ma come un’integrazione necessaria. Ma come detto, è un treno che è già passato e con troppi salti nel vuoto, specie pensando alla gestione delle scorie.

Vada anche per il legittimo impedimento (anche se già ridimensionato dalla corte costituzionale), anche solo per il piacere di scrivere “Silvio, saresti già in galera, fosse per me”.

Ma sull’acqua che vengono fuori i miei dubbi. La paura del grande demone del privato è una di quelle che sono nel sangue degli Italiani, difficile da estirpare, anche quando rappresenta l’unica alternativa.
Sarà che ricordo quando, durante l’estate, nel luogo dove passavo le vacanze, passavo molte mattinate ad aiutare a portare secchi dalla fontanella pubblica verso casa (una scena che neanche nel libro Cuore), sarà che ho le immagini piantate nel cervello da tetti uniformemente ricoperti di serbatoi per l’acqua, riempiti il più delle volte dalle autobotti di privati (quelli vanno bene, no?), mentre la rete degli acquedotti perde come neanche un colabrodo.

Sarà per questo che dall’investimento dei privati sui servizi idrici non mi sembra possa venire un grande male, a maggior ragione se questo venga fatto secondo regole chiare. L’idea che poi questi investimenti debbano esserci senza produrne profitto mi sembra davvero fuori dal mondo. Voterei per questo senza alcun dubbio No al secondo quesito, mentre sul primo l’idea che la gestione venga decisa con gare pubbliche consentirebbe una maggiore opportunità di scelta, che altrimenti il decreto Ronchi non consentirebbe. E quindi, questo mi porterebbe a votare Si al primo quesito.

Ma io sto già facendo la valigia, e così dovrei rigirare per conto mio l’idea che Jovanotti ha lanciato su twitter, se qualcuno la volesse raccogliere. La volete una pizza?

 

Pro(t). Ad aver problemi, ma di quelli seri.

Improbabili discussioni in chat.

Me: se non fai nulla perché non trovi una serie di esercizi da fare la sera… tipo per i dorsali.
Lui: ecco il solito palestrato che pensa al fisico anche nelle ore di lavoro.
Me: pensa al fisico che pensa ai palestrati. Roba che neanche i Village People.
Lui: comunque stasera allenamento di nuovo.
Me: CERCA GLI ESERCIZI.
Lui: per il fisico, farei esercizi sulla termodinamica.
Me: preferisco la pura dinamica la termodinamica non mi ha mai appassionato, al massimo pro-porrei idraulica.
Lui: è più basilare la dinamica e noi siamo pro.
Me: Pro – to -tipi.
Lui: Pro -strati.
Me: Pro-lissi.
Lui: Pro -tetti.
Me: Io mi sento più pro-tette.
Lui: Pro -capite ovviamente.
Me: Dipende quanti pro-dotti ho in mano ma se vuoi faccio un pro-nostico.
Lui: Sperando che siano pro-ficui quelli che hai.
Me: Allora tu batti a mazze, pro-babilmente. si dice pro-ficae (che latinismo, eh).
Lui: Sono pro-nto.
Me: Fa una cosa, pro-gramma che è meglio.
Lui: Veramente è quasi ora di andare a pro-vvigionarmi.
Me: Pro-lunga questo tempo, perché prima dell’una non si va da nessuna parte.
Lui: Pro-testo, ho fame.
Me: Pro-va con i cracker nel cassetto.
Lui: Penso sia un pro-blema mangiare qui e non di la.
Me: Pensi possa dare pro-blemi alla pro-stata?
Lui: No ma è una pro-cedura che potrebbe creare molliche sul portatile.
Me: Dovresti usare un pro-iettore, per evitare questo.
Lui: L’hai tu un pro-iettore? Che pro-clami inutili che fai certe volte. mio pro-de, ti mancan le parole?
Me: Pro-metto che di pomeriggio te ne pro-curo uno, così uno-due.
Lui: Mi piace quando ti pro-dighi così premurosamente.
Me: Non so se è messo nell’armadio per pro-teggerlo (finirà questo vocabolario, no?).
Lui: D’altronde si tratta di un pro-dotto di valore. siamo pro-fani della lingua noi, tzé. ti sento pro-ferire parole con altri. Pensa a lavorare!
Me: Che Pro-meteo mi assista.
Lui: Non pro-fanare gli dei. o era un pro-feta? Cosa era?
Me: Si dice sia stato un Pro-tomartire (con questa ti ho steso).
Lui: Quant’è pro-fonda la tua cultura!
Me: Ma no, è tutta questione di pro-filassi.
Lui: Hai fatto grandi pro-gressi negli anni.
Me: Vedo pro-filarsi il Nobel.
Lui: Nessuno avrebbe da ridire ad un pro-fessionista come te. Pro-lungherei ad oltranza questa discussione, mi sto divertendo molto.
Me: Non vorrei pro-crastinare ulteriormente il mio lavoro però.
Lui: Potresti pro-lungare il tuo turno e pranzare dopo per recuperare 15 minuti.
Lui: Pro-vo un senso di vuoto dopo questa discussione. vuoto pro-fondo vuoto.

Gli esercizi, poi, non li ha trovati più nessuno.

Fuori luogo.

Ieri sono scappato dal centro giusto in tempo (non volontariamente) per non avere a che fare con i festeggiamenti dei milanisti. Chi c’era mi ha raccontato, tornando, che l’inno della serata era “Eto’o, Eto’o, Eto’o, Eto’o, Eto’o, ti hanno visto con le rose, con le rose nel metrò”. Ecco, a parte che di giocatori corretti come Eto’o se ne vedono pochi e poi, se lo sfottó tra cugini è cosa sana, vederlo così banalmente cadere nel razzismo fa veramente pena. Senza contare che, nel silenzio quasi generale, sono affondati in mare, quasi novecento immigrati.

Il boia dei giorni feriali

Quando morì Saddam ci offrirono la possibilità di assistere a quell’esecuzione, guardammo quelle immagini con attenzione, per nulla scandalizzati. Saziavamo la nostra sete di vendetta, compiaciuti.
Restai stupito, quando qualcuno, la stessa persona che avrei immaginato girare lo sguardo dinnanzi ad una scena di Old Boy, mi confessò candidamente di aver guardato quelle immagini e di averne tratto serenità, o felicità oserei dire, come nell’assistere ad un’espiazione da una ferita. Uscii da quella discussione frastornato nell’immaginare come la deriva di un’educazione non troppo differente avesse generato espressioni così diverse, lontane, da ciò che ritenevo banalmente giusto, assodato, corretto, per una visione del mondo che non facesse riferimento ad immagini da medioevo. Ingenuo, pensavo, che i tempi delle corse alla piazza per assistere alle evoluzioni del boia fossero passati.

Ieri, è chiaro, non si poteva che provare gioia per la fine di una caccia che durava da quasi un decennio, per la fine di un uomo che era riuscito ad instillare in noi il senso della paura, della vulnerabilità, più di chiunque altro. Ed allora va bene il sollievo provato da tutti noi, vabbene l’orgoglio per la vittoria, ma l’ubriacatura collettiva stona, ed anche se un popolo ritrova la sua essenza, la sua unità in questi momenti (e che a noi mancano da sempre), a me sono sembrate persino eccessive  le parole di Obama che ricordano così tanto la legge del taglione. Perché se siamo occidente, se siamo popolo civile, forse dovremmo ricordarcelo di tanto in tanto. Non per buonismo, ma per coerenza.

In alternativa c’è sempre un Papa da beatificare, o una messa a cui assistere, domenica prossima.