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A modo mio

Di cartoni e spazi

Di scatole ne vado riempiendo continuamente in queste settimane. Le riempio, le porto dietro, le distribuisco per cantine e raccolgo l’ indispensabile, sempre oltre il necessario. Mi muovo per case a cui non farò in tempo ad abituarmi, in cui le svuoto, e con le quali riempio armadi alti fino al soffitto.

Ho svuotato la casa in cui per tre anni ho vissuto, le pareti si sono liberate di quadri e suppellettili, gli armadi hanno fatto spazio a sagome disegnate sui muri, i divani si sono trasformati in cuscini, i letti in materassi gonfiabili. Le spalle stavano oramai le ultime sere appoggiate ai muri sporcati del nostro passaggio. L’occasione che serviva per liberarsi da tante inutili abitudini.

Il punto è che quando punti a raccogliere tutto all’interno di un cerchio minimo, ti ritrovi a non sapere più cosa andavi cercando. Tutto ti sembra lì per un motivo, ma sembra più l’ansia di un raccoglitore di cianfrusaglie per mercatini o cassonetti, più che l’arte ragionata di una raccolta che segue un senso. Ed allora via a tutto ciò che da questo senso distrae.

Ed allora via alle ore di navigazione ininterrotte, ed ininfluenti. Che non si capisce davvero dove porti quest’ansia di sapere che ci è presa da qualche tempo a questa parte. Succeda quel che vuole in giro per il mondo, ciò che importa probabilmente è nel marciapiede sotto casa. Questo continuo aggiornamento del quale, se poi te ne chiedono un resoconto, non ricordi che un accenno che ti rende incapace di formulare un’idea che riconosca come tua. Idee spezzettate senza andare nel profondo, senza coglierne il senso perché già un attimo dopo c’è qualcosa di più o meno interessante, ma comunque qualcos’altro. Il mio cervello è ancora troppo poco evoluto per poter surfare senza farsi prendere dall’ansia da una velocità d’assorbimento che non riesce a sorreggere, per cui una rapida sforbiciata è ciò di cui potrei aver bisogno.

Lavorare per svuotamento. Da riempire ci sono soltanto dei cartoni, e questo può bastare.

Di tela in tela

In  confronto a questi qui, anche Penelope era una dilettante. Proprio non ce la fanno, e non per giochi di potere o quant’altro.

 

Per essere di poche parole ci possono essere molte ragioni

Cose che capitano

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Brolo, 08/08/2011

Che tipo strano

Io, quando in estate mi trovo in macchina e non sono preso dalla briga di guidare, mi metto a guardare fuori e con il pollice e l’indice disegno  un piccolo spazio. Ci guardo poi attraverso e cerco tutti gli oggetti che nell’orizzonte riescono a stare all’interno di quello spazio, siano un guardrail, ed allora potrei proseguire per chilometri con lo stesso oggetto, o una pala eolica, un albero o una casa. Vai a capire perché.

Contro la modernità

Dopo aver preso due sacchetti per paura che le birre si frantumassero a terra, mi sono convinto che se il mater-bi è il futuro io torno indietro.

Col massimo rispetto, frà.

Avrei evitato, qualche sera fa, di assistere ad un concerto dei Club Dogo, e non per innaturale stizza nei confronti di qualsiasi gruppo rap, ma tanto per una reazione epidermica che questi qui, e loro simili, possono scatenarmi. Ed invece mi sono trovato a poca distanza dal palco, complice il banchetto di AddioPizzo che per qualche sera abbiamo tenuto al Carroponte, reperto industriale della Milano che non c’è più, affidato ad oggi all’Arci e trasformata in un’area affascinante da concerti.

Le cose che ho capito, guardandoli da vicino, è che fare il rap oggi è materia piuttosto semplice, e che, dai tempi dei Sangue Misto e dei Sottotono, questi qui hanno capito la lezione degli americani per cui giocare a fare i cattivi paga sempre. Soprattutto se il tuo target di riferimento sono i quindicenni, e non vuoi andar oltre. L’effetto è lo stesso che, del resto, otteneva Shrek sui più piccoli ogni volta che pronuncia la parola “cacca”. Successo facile. E poi rime veloci a base di populismo d’accatto, quello che va così tanto, alla Beppe Grillo insomma, ed il gioco è fatto. Che poi, poracci, certe rime fanno ridere anche me, e vorrei sperare che si guardino allo specchio con ironia ogni volta che producono “bella zio” a ripetizione ed “Ehi brotha, rompiamogli il culo” da ragazzacci di borgata che sperano di entrare all’Hollywood.

Ma se l’effetto poi prodotto è quello che potrei giudicare da quanti si sono avvicinati al nostro banchetto quella sera, mi viene da pensare piuttosto ad un’altra camera di produzione di menefreghismo, costruita con grande maestria. °Finta, non come le loro Nike nuove.

Datemi piuttosto le rime senza senso alla “rap turubistico”, o quelle con cui mi divertivo quando avevo quindici anni, quando di inglese non capivo proprio una cippa.  Datemi almeno una base decente su cui ballare, perdio.

Greetings from Dubai/5 . Il rientro

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Quando torno a casa, dopo un viaggio lungo come questo, svuotare la valigia è rimescolare i ricordi di un mese, uno per volta. Adesso sarò pronto per l’Italia?