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Qualcosa è cambiato. La politica, la partecipazione, il web.

Per provare ad immaginare come Internet, e la sua espansione abbiano cambiato la politica ed il rapporto con cui i cittadini si rapportano ad esso, potremmo cominciare pensando a quanto avvenuto in questi giorni, in occasione dell’elezione del capo dello Stato.Si è avuta la sensazione che i vertici dei Partiti abbiano per la prima volta percepito la protesta che andava riempiendo le pagine dei social network che frequentiamo abitualmente, ed abbiano preso per la prima volta in considerazione l’ipotesi che la grande massa informe degli utenti di Internet, un tempo derubricata a giochetto di un gruppetto di nerd, o di qualche esagitato, potesse essere in grado di influenzare scelte che il più delle volte venivano condotte nelle stanze dei palazzi Romani. Se pensiamo a ciò che sarebbe avvenuto qualche tempo fa, nelle stesse condizioni, avremmo avuto qualche notizia al TG della sera, qualche intervista veloce all’esponente del partito che avrebbe manifestato la propria distanza da tale scelta, e poi tutto sarebbe finito li. Avremmo avuto Franco Marini presidente in poco meno di un giorno. Magari ne avremmo discusso al mercato, sabato mattina, o al bar, a giochi già fatti.Invece il tam tam sulla rete, i tweet, le raccolte di firme, il mail bombing hanno, in un certo qual modo, invaso le stanze dei partiti, fino a diventare un rumore assordante tale per cui duecento deputati si sono allontanati da questa scelta.E’ successo tutto quello che sappiamo, il segretario Bersani che cerca di governare una nave impazzita della quale non riesce a tenere il timone, in cui ogni proposta viene boicottata. Ed infine il ritorno al passato con la richiesta di un reincarico per Napolitano.Potremmo da questo trarre considerazioni anche sul cosiddetto “vincolo di mandato”, ma me ne guardo bene in questo momento, perché non è questo il punto che voglio sottolineare. Quello che importa è capire che le modalità di partecipazione alla vita politica sono cambiate, ed è cambiato soprattutto il modo il cui questa viene percepita dai nostri rappresentanti in parlamento.Ci siamo di fatto convinti che una forma di partecipazione alla vita democratica del paese che vada oltre la partecipazione al voto una volta ogni cinque anni, sia diventata necessaria.I nuovi strumenti della rete ci hanno consentito una maggiore vicinanza nel comune sentire, ci hanno avvicinato insomma a chi la pensa come noi, costituendo quella massa critica che può avere un peso nella vita democratica. E’ stata insomma applicata, in una forma anarchica, quella democrazia partecipativa che da anni viene raccontata come terra promessa, ma che ha un suo fondamento nella cattiva gestione della res pubblica, nella mancanza di trasparenza che ha caratterizzato le scelte degli amministratori in questi anni. Del resto è una spinta che sentivamo da tempo nelle nostre comunità, e che ha portato alla creazione di comitati di cittadini che si occupano di questioni specifiche, di veri e propri partiti (che come tali non amano definirsi, comunque) che di queste istanze si fanno portatrici, e che arrivano ad ottenere i voti da parte di un terzo dell’elettorato. Un’esigenza di partecipazione che nel mondo ha un eguale sentire, dagli indignados spagnoli, ai vari movimenti Occupy, dal Pirate Party tedesco, ma che non è stata ancora in grado di trovare un metodo affinché le scelte della base possano essere riprodotte dai propri rappresentanti. Perché una strada sicura dai possibili, e probabili, brogli ancora non è stato individuata. Ed in Italia, dove Casaleggio favoleggia sulla creazione di un software in grado di riuscire a colmare questo consistente gap, le decisioni vengono prese attraverso un sondaggio dalle modalità poco chiare, o peggio ancora da un’unica persona che si fa portatrice delle presunte esigenze della base, perseguendo in realtà il più pericoloso dei disegni.Senza arrivare a questi estremismi, il tema è sicuramente interessante ed è auspicabile che quante più persone si interessino alla cosa pubblica e arrivino a partecipare alle scelte della collettività, ma queste forme di partecipazione dovrebbero essere prima di tutto testate, applicate alle piccole realtà, ai piccoli comuni. Non confidando esclusivamente nella rete come strumento di partecipazione per poter raggiungere anche coloro che non sono ancora in grado di sfruttare le potenzialità della Rete.Oltretutto questa estrema fiducia nelle masse e nella competenza diffusa ha dei limiti piuttosto evidenti. Nessuno chiederebbe al proprio meccanico di curare i denti dei propri figli, così come su ogni aspetto della gestione pubblica sarà sempre necessaria quel grado di competenza, quel professionismo della politica, così tanto dileggiato di questi tempi.Lasciare libero campo alla rabbia da sicuramente vantaggi dal punto di vista elettorale, ma diventa pericoloso se questa prende il sopravvento sulla razionalità, che dovrebbe essere alla base delle scelte più condivise. Diventa soprattutto pericoloso quando si perde la fascinazione per la complessità e rimangono soltanto le semplificazioni. E dopo aver parlato per anni dell’influenza che la tv degli anni 80 ha avuto sulle scelte politiche dei vent’anni successivi, dovremmo cominciare a quanto la mancanza di approfondimento, la faciloneria di certi giornalisti, l’indignazione divenuta strumento di marketing, possano essere utilizzate in maniera strumentale da chi avrà i mezzi, e le capacità, per farlo. Pensavo a questo guardando qualche giorno fa una serie inglese, Black Mirror, nella quale un pupazzo televisivo viene candidato in una circoscrizione dopo aver dileggiato in tv i candidati ufficiali dei Laburisti e dei Conservatori, colpevoli dell’essere “della stessa pasta”. Molti ne ammirano i suoi toni e spingono per la sua candidatura, ma alla fine il vecchio sistema torna a vincere, perché poi quello che conta della protesta è che rimanga tale, senza assumersi delle responsabilità. Perché ciò che vale, soprattutto, è continuare a vendere il brand del pupazzo,che parte alla conquista di nuovi mercati mondiali.I limiti di quest’impostazione sono insomma tutti davanti ai nostri occhi, ma voltarsi dall’altra parte continua a non essere la soluzione. Restare sulla tavola da surf nonostante queste onde, continuando ad esercitare la razionalità, sarà una sfida, da ora in avanti. Perché i nuovi strumenti della Rete non sono di per se né buoni né cattivi, e dove andremo a parare dipenderà soprattutto dal nostro modo modo di utilizzarlo.

Post precendemente pubblicato qui.

La Russia, Limonov, ed il libro che dovevo leggere.

Un esercizio che provo a fare ogni volta che per la prima volta mi trovo in un luogo così distante e del quale so così poco è cercare di capire il terreno nel quale mi muoverò, cercare d’afferrare qualcosa in più di quello che i miei occhi riescono a catturare.
Mentre la realtà può essere infatti monotona, se non hai tempo di approfondirla, le storie lo sono raramente.
Quasi casualmente mi sono imbattuto, poco tempo prima di partire, nella recensione di un romanzo di cui sembra si parli molto, apprezzato tra i migliori dell’anno appena trascorso.
Limonov, di Emmanuel Carrère è una biografia di un uomo dalle molte vite, ma è soprattutto un viaggio nella “russitudine”, nella storia di questa terra negli ultimi sessantanni, a cavallo tra socialismo reale, perejstroika, il veloce avvento del libero commercio, e la pseudo-restaurazione dell’era Putin.

Limonov, al secolo Eduard Savenko, nato in Ucraina nella primavera del ’42 è un personaggio difficilmente sintetizzabile, per cui non mi cimento in quest’impresa, se non citando le parole dell’autore:

È stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperado
 

Una vita vissuta al centro di un palcoscenico, muovendosi su una sceneggiatura scritta in prima persona, partendo da Char’kov, piccola cittadina nella quale si trova a trascorrere la sua adolescenza, in pieno stalinismo. Da li prende avvio la sua epopea, con l’amicizia di una piccola cricca di disperati, avvezzi a piccoli crimini, risse e colossali sbronze, le zapoj, come si dice da quelle parti,
dalle quali ci si riprende soltanto dopo qualche giorno e dopo molti cetrioli sottaceti.

Da li, alla ricerca di un lavoro, prende a vendere libri alle stazioni, fin quando non scopre di possedere un talento, apprezzato da molti, per la poesia, che per la prima volta gli consente di salire al centro dell’attenzione dei piccoli intellettuali della cittadina. Da li si muove a Mosca, dove frequenta gli intellettuali underground, tra dissidenti e collaborazionisti, sempre piuttosto tollerati dal regime.

Si innamora della bellissima Tanya, che lascia per lui una star del cinema, e con la quale decide di fuggire verso New York, ben consapevole che non potrà mai più tornare nella sua patria. Non sono tempi, quelli di Stalin, in cui sono ammessi ripensamenti, e i visti per l’espatrio non cosi facili da ottenere.
A New York tentano fortuna, lui come scrittore, lei come modella, attraverso esuli russi introdotti nei salotti più  importanti della città, quelli delle riviste Conde Nast, e di Vogue. Un illusione che dura poco.
In poco tempo giunge la fame, si separano, e lui disperato comincia a frequentare i bassifondi, diventando barbone, lasciandosi andare ad esperienze omosessuali, spinto dalla curiosità di provare tutto ciò che la vita può lasciarti provare.Da quell’esperienza verrà fuori il suo libro più scandaloso, “Il poeta russo preferisce i grandi negri”, che avrà successo soltanto qualche anno dopo, in Francia.
Ma ciò che interessa è che ha toccato il fondo, per l’ennesima volta. Da li rinasce, sfrutta il suo fascino e la sua cultura, diventa maggiordomo, fin quando il suo talento non viene notato da Evgenij Evtušenko, poeta suo connazionale, ospite del miliardario per il quale lavora. Si trasferisce a Parigi. Dove ottiene il successo, come scrittore e come giornalista, presso un giornale poco politically correct. Scandalizza i francesi ed i francesi lo adorano.
Arriva poi il suo periodo più controverso, l’infatuazione per il nazionalismo Serbo, durante la guerra dei Balcani, la fame di guerra, quella che suo padre non ebbe il coraggio di fare, e che lui insegue. Diventa amico di criminali di guerra, e in Francia viene mandato in onda un documentario in cui sembra che spari ad alcuni civili, quasi per scherzo. Ma di questo non è realmente sicuro nessuno.
L’ultima stagione è quella del ritorno in Russia, della fondazione del partito nazional-bolscevico, che mescola insieme la nostalgia per la grandezza dell’impero sovietico, il nazionalismo, le arti marziali, e la critica a Vladimir Putin. C’è destra e sinistra in lui, c’è il macho e l’omosessuale, c’è nichilismo e ribellione.

E’ comunque un eroe romantico. Con questa sua epopea, ed il giornale che fonda, un popolo di ragazzi dalle teste rasate comincia ad adorarlo. Ragazzi non facilmente classificabili come neonazisti, più spesso affascinati dalla cultura underground, loser di provincia, senza una direzione precisa su cui andare a parare, ma con bisogno di qualcosa in cui credere. Sono i Nazbol, come si definiranno, e Limonov è capace di intercettare la loro rabbia.
Si allea con il campione di scacchi Kasparov e con gli intellettuali (categoria che odiava, e a cui odiava di appartenere) nel fronte dissidente a Putin, nonostante questo sia quanto più vicino a lui di quanto lui sia disposto a credere. Auspica la rivoluzione e si candida alla presidenza della Russia, con scarsi risultati.

Un personaggio sempre dal lato sbagliato, contro-corrente per natura e per ego, ma coerente a suo modo, nell’inseguire una specie di caos, nel non accontentarsi della tranquillità. A tratti ti riconosci nella sua umanità. Come in carcere, dove resterà per due anni, dopo averne rischiati quattordici, incastrato dalla FSB. Dove si fa apprezzare dai suoi compagni di cella per l’umiltà con cui affronta la pena, nonostante ci si aspetti l’alterigia della celebrità, del prigioniero politico.
A tratti non ti meravigli di odiarlo.

Da uno come lui ti aspetteresti che finisse male, dopo aver rischiato di morire suicida, in guerra, o magari ucciso mentre rientra a casa, come Anna Politkovskaja. Ed invece, sembra quasi avviarsi verso una vecchiaia in cui sembra soltanto fingere di credere ad una rivoluzione che ha sempre auspicato. Una volta ebbe modo di dire che «se un artista non capisce per tempo che deve dedicarsi a qualcosa di più elevato di se stesso, come un partito o una religione, allora lo attende un miserabile destino fatto di sbronze, trasmissioni televisive, pettegolezzi, meschine rivalità, e per finire un infarto o un cancro alla prostata».

Sembra di leggere la descrizione di Giuliano Ferrara.


In ogni caso, la religione non l’ha ancora fondata, ma non saprei cosa attendermi per il finale dello spettacolo che ha saputo costruire intorno alla sua figura. Carrère ne traccia uno possibile, aiutato da una fugace discussione con lo stesso protagonista del suo racconto.
Fa riflettere, però, che da noi sia diventato improvvisamente famoso per un libro che ne racconta le gesta, e non per le azioni con cui ha dipinto la vita. 
Un libro, una biografia, che è un lavoro di ricerca impegnativo, certamente, viste le decine di libri scritti dal nostro Limonov, e i numerosi documenti reperibili, a volerli cercare.
Ma che riesce a condensare il tutto in una semplicità di linguaggio che ci fa accettare tutto, storie e luoghi, come la Transistria,
che pare venir fuori dalla fantasia di Tolkien e nomi di uominin di cui riusciamo di cui a malapena ad immaginare la pronuncia.
E’ stato un viaggio notevole, questa lettura, uno squarcio sulla società russa, i suoi angoli più grigi, ma forse più profondamente veri della natura di questa terra.
Una buona maniera per cominciare a conoscere questa parte di mondo.

Immersione nel bianco

L’attesa, poi, naturalmente, finisce. Prepari le valigie e ti dirigi verso l’eliporto, nel quale le procedure d’imbarco tendono ad essere estremamente complicate. Indosso tre maglie, una tuta pesantemente imbottita sopra la quale indosserò lo scafandro giallo, a tenuta stagna. La gomma posta alle sue estremità aderisce in maniera perfetta al collo e ai polsi. Devo fare qualche piegamento sulle ginocchia per fare uscire l’aria che è rimasta intrappolata ed evitare l’effetto palloncino con il quale potrei occupare più di qualche posto a sedere.

Da quassù, sull’elicottero, sorvolare il Mar Caspio, quella distesa infinita di bianco, risulta un’esperienza accecante. Quasi tutti chiudiamo gli occhi per respingere la riflessione naturale di quella superficie. Dapprima, vicino alla costa, guardo da vicino la steppa. Voliamo a bassa quota su una prateria sconfinata alternata ad acquitrini ghiacciati. La prateria poi lascia campo al ghiaccio, che in alcune zone prende la forma di una sottile pellicola accarezzata dal mare, leggermente deformata, dalla quale possono osservare il formarsi a bassissima velocità dell’onda.

In quasi quaranta minuti ecco spuntare all’orizzonte l’isola. Un atollo, a dire il vero. Il frangiflutti aperto agli angoli disegna una grande rettangolo, due isole satellite completano la costellazione, mentre al centro la grande isola, alla quale sono accostate grandi navi. Delle quali, immagino, conoscerò tanto nel giro di qualche giorno. Sarà in una di queste che dormirò, mangerò, su quasi tutte le altre passerò le mie giornate.

Sarà qui che, per questo febbraio, girerà il mio mondo.

(….picture are strictly forbidden)

L’arte dell’attesa

atyrau

Il senso della parola burocrazia probabilmente non lo puoi conoscere realmente fintanto che non passi da queste parti.

Uffici su uffici da cui passare, documenti da produrre, procurare. Nell’ordine mi hanno sottoposto ad un check medico completo, come forse avevo fatto solo per la visita militare , ho frequentato un corso sulla sicurezza elettrica, per due volte, un corso sulle emergenze, ed infine stamattina anche un esame orale, a cui nessuno dei miei precedessori si era mai sottoposto. E per il quale ho dovuto scomodare anche i miei genitori dall’Italia per cercare il documento di laurea, assolutamente necessario, almeno a partire da quando sono arrivato io. 

Spostato in un albergo dall’atmosfera decisamente diversa, gestito da Italiani, comincio a respirare l’aria tipica di questi luoghi. A pochi metri dall’albergo un parco giochi, di quelli che amano costruire certi architetti nelle zone popolari, è frequentato da gente che porta da mangiare ai corvi, mica ai gatti, mentre le giostre leggermente arrugginite suggeriscono alle mamme di non far avvicinare troppo i propri bimbi.

Il fiume Ural passa a pochi metri da qui, ed in questo periodo è totalmente ghiacciato, così tanto da vedere donne attraversarlo con le buste della spesa, ragazzi giocare ad hockey e qualcuno fare dei piccoli buchi dal quale infilare la lenza e provare a pescare. E’ un luogo davvero molto frequentato, con le coppiette che passeggiano sul lungofiume e qualcuno che fa jogging, come in qualsiasi altra città occidentale. Ho provato anch’io ieri sera, complice il clima più mite, a fare una corsa, per sentire che effetto facesse a queste temperature. Ho attraversato il fiume fino all’altra sponda ed al ritorno sono pure scivolato su una lastra di ghiaccio.

L’attesa, prima di poter raggiungere l’isola che non c’è, sarà lunga, a quanto sembra. Gli elicotteri volano di rado, qualche volta per il vento, qualche volta per la nebbia, per cui occorre trovarsi pronti con le condizioni climatiche opportune. Il tutto è gestito dal governo Kazako, ma rallenta notevolmente il turn over dei lavoratori, e del resto non esistono altre alternative. Le rompighiaccio non possono essere utilizzate in questo periodo, per il livello dell’acqua troppo basso. Esisterebbe anche la possibilità di usare degli overcraft, per i quali qualche anno fa venne costruito un grande hangar, mai utilizzato perché non consentiva un adeguato ritorno economico al governo, essendo di proprietà statunitense.

Del resto tutto qui gira intorno a questo progetto, e guai ad allontanare le mani da questa bella torta.

28 giorni.

Tipico comitato d’accoglienza

Da quanto non scrivo qui? Parecchio, direi. Eppure ne ho fatta di strada quest’anno. Fisicamente passando per Shiraz, forse l’ultima volta che davvero ho avuto voglia di scrivere, poi New York, Istanbul, la Cappadocia, e poi di nuovo in Egitto, ad Alessandria, di nuovo in mezzo al mare. Ma non solo, perchè molto altro intanto è cambiato.

Ed adesso, nel giorno del mio compleanno, inauguro dall’atrio di un austero hotel da repubblica post-sovietica quelli che saranno i movimenti per l’anno appena cominciato.

Col freddo, appena sceso dalle scalette dell’aereo, che sembra in grado di bruciare la pelle. E l’Eurasia, che mi accoglie con lo sguardo da orientale di uomini col colbacco, mentre i miei pensieri si muovono sulla netta sensazione di non aver esattamente previsto un freddo così intenso. Uno strato di ghiaccio spesso qualche centimetro ricopre interamente ogni strada, sul quale già qualche italiano perde improvvidamente l’equilibrio.

Arrivo in hotel, ad Atyrau, quando qui è già notte, accompagnato da due ragazzi che con due parole d’inglese mi chiedono del Milan, e di Balotelli. Anche qui.

Metto disordine tra i miei oggetti riempendo la stanza d’albergo nella quale rimarrò per qualche giorno, almeno fin tanto che non avrò fatto ogni visita medica e ogni corso di sicurezza che mi consentirà di arrivare sull’isola che non c’è.

Neanche su Google Map.

Letture #1 – L’ingegneria al potere

Da IL 46.

Voglie.

Mi è venuta voglia di appoggiare Matteo Renzi.

Toc.

Nel merito.

 In una società individualista una volta premiato il migliore, questo incassa tutto e il non-migliore schiatta di fame in fondo alla scala sociale. In una società solidale (che funziona) invece il migliore viene premiato e una parte della ricchezza che produce viene redistribuita al non-migliore, perché il non-migliore (in termini produttivi) può essere anche uno che non ha potuto studiare, che è nato in un’area disagiata, che gli è morto il papà a sette anni, un disabile, un anziano, etc etc.

Non si tratta insomma di decidere ‘meritocrazia sì o meritocrazia no’, come vogliono farci credere: siamo tutti per la meritocrazia e non per le clientele. Si tratta invece di scegliere quale modello di meritocrazia vogliamo: se quello che premia il migliore e basta o quello che premia il migliore rendendo il suo essere migliore anche un fattore di solidarietà e di coesione sociale.  

Non sarebbe affatto individuare un sistema meritocratico, che torni a premiare l’impegno e le capacità del singolo, ma, mi viene da pensare che questa sia più che altro la reazione necessaria, ed estrema, ad un periodo nel quale questo è andato a farsi benedire. In cui il familismo, il compiacimento del potente, i piccoli favori personali hanno preso il sopravvento, in ogni campo. E’ certo un tema importante per le primarie, e Renzi ha pur ragione nel farne un suo cavallo di battaglia, a patto che, di pari passo nel dar il giusto a chi lo meriti, non si arrivi a dimenticare chi non ne hai i mezzi, le possibilità, le opportunità.

Il candidato ideale

Soffermandomi sui nuovi manifesti elettorali per le vie della città, tra rivoluzioni in corso,  foto di donne con le meches riciclate dalla precedente campagna elettorale (forse per ammortizzare i costi del parruchiere, e del fotografo), mi faccio qualche domanda sul voto che sarà, alla fine di ottobre, qui in Sicilia.

Il luogo comune vuole che dalle elezioni siciliane si possano trarre deduzioni che anticipano quello che a livello nazionale potrà avvenire da qui al prossimo anno, perché la straordinarietà, e l’improbabile comportamento dei Siciliani al momento delle elezioni, costituisce un buon mezzo per comprendere anche l’imponderabile.
Per questo motivo mi sono voluto avventurare in un analisi del Siciliano medio al voto e del suo candidato ideale.
Il Siciliano è per sua stessa natura, un’individuo che ha la pretesa di saperla lunga, almeno più del proprio vicino di casa. La furbizia di cui si fa portatore consente di riconoscere sotterfugi e scoprire le intenzioni più nascoste del proprio interlocutore, perchè a lui per “fissa” (vedi stupido) non lo prende nessuno. Questo nonostante la storia gli remi contro in questa narrazione.

Per cui è capace di ascoltare tutti con la massima attenzione, valutando pro e contro di ogni discorso e solidarizzando con le posizioni, qualsiasi esse siano,  del suo interlocutore. Se quindi dovesse scegliere il suo candidato ideale, non sarebbe in grado di descriverlo, perché, semplicemente, esso non esiste.

Perché il Siciliano, a ragion veduta si potrebbe dire, non crede a nessuno. Vorrebbe votare per se stesso, di volta in volta, ma non può perché non ha tempo da perdere e con un solo voto non andrebbe molto lontano.

Partendo da questi presupposti, esistono però due candidati, che a grandi linee, possono trovare l’approvazione dei diversi tipi di siciliani.

Se la politica è l’occasione per chiedere il conto a vecchie amicizie, il candidato ideale deve essere sufficientemente marpione, non troppo schierato, con idee quindi vaghe, delle quali nessuno comunque verrà a chiedere il conto. Deve garantire il quieto vivere, la sopravvivenza dello status quo, per quanto sgangherato esso sia, costituito da un equilibrio tra assistenzialismo e menefreghismo per tutto quello che sembra non riguardarlo direttamente, o che non intacchi le piccole miserie quotidiane, necessarie per campare.
Deve essere in grado, in linea definitiva, di essere esibito come capro espiatorio per le inefficienze generali con cui si scontrerà quotidianamente (citando una frase di qualche giorno fa di Mario Monti), dalle file al pronto soccorso, alle macchine in doppia fila.

(1- continua)

Sarà la prima volta che non andrò a votare.

[Luci della centrale elettrica dixit]

Sarà la prima volta che non potrò votare, Palermo è lontana, e posso avere soltanto una residenza per volta. Ma la testa è rivolta li, come sempre. Fossi stato lì, sarei stato obbligato a scegliere, ma questa condizione di parziale spettatore mi ha evitato una scelta difficile. Ferrandelli e Orlando se le sono date di santa ragione in questa campagna elettorale, ed avrei molto da rimproverare ad entrambi per ragioni diverse. Rimprovererei ad Orlando l’incapacità nel rendere servizio alla città senza essere sempre e comunque protagonista, quando la sua esperienza poteva essere messa al servizio di qualche volto nuovo, in quell’auspicato desiderio di rinnovamento che cova nell’elettorato intero. Ma questo è un discorso intero e ritrito su una generazione che continua a non volere lasciare la prima pagina dei giornali, a non volere lasciare le posizioni che contano.

Rimprovero a Ferrandelli certe amicizie pericolose di cui si è vociferato in questi mesi, un atteggiamento ecumenico e trasversale da politico consumato, diverso per molti aspetti da quello che ricordavo all’inizio del suo percorso politico.

Degli altri non ci sarebbe neanche da parlarne, anche se questo continuo darsi la zappa sui piedi potrà portare qualche volto di un rinnovamento di plastica verso la poltrona di sindaco. Sicuramente potrà far bene Nuti ed il M5S, ma non sarà sicuramente il voto di questi due giorni a cambiare il volto di Palermo, soprattutto perché le risposte che dovranno venire dal prossimo sindaco non saranno quelle che la maggioranza dei Palermitani si aspetta. Un lavoro, una sistemazione per il figlio, domande che dovranno (sarebbe il minimo) rimanere inevase, nonostante le promesse di questi mesi.

Ma i miei sono occhi che guardano da lontano, ed i pochi giorni trascorsi nelle scorse settimane per le vie della città mi hanno riportato ad un atteggiamento di sconforto. Quando uscendo dalla metropolitana ho visto sui manifesti elettorali volti che ricordavo per le strade del mio quartiere a far passare il tempo in maniera più o meno lecita, quando ho visto il volto più pulito (soltanto perché non passato dal carcere almeno lui) di una acclarata famiglia mafiosa del quartiere candidarsi alla circoscrizione, ho capito che la fiducia nella capacità dei miei concittadini di fare scelte lungimiranti stanno a zero.

E disaffezione alla politica e sconforto generalizzato di molti onesti cittadini daranno libero spazio al peggio che la politica possa produrre. Sarebbe un peccato, visto che le energie non mancano, come quelle che raccontavo qualche tempo fa, come quelle del Teatro Garibaldi occupato, in questi giorni.
Buona domenica Palermo.

p.s. Rubando l’idea a Moby Dick, la migliore trasmissione musicale degli ultimi anni, ho raccolto una playlist palermitana.