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19 Luglio 2014. La storia al contrario.

L’antimafia è oramai un buon orpello con cui ornarsi, e questo è francamente oramai assodato. In Sicilia, più che altrove, per una sensibilità oramai diffusa su questi temi, e che non può prescindere da decenni di retorica.

Ma vedere certe immagini dimostra che ignoranza, pressappochismo e qualunquismo, a distanza di vent’anni hanno capovolto la storia. 

Massimo Ciancimino è in via D’Amelio. Massimo Ciancimino dice: “Sono l’unico ad avere il coraggio di presentarsi qui”. E racconta, non pago, di essersi tatuato la data del 19 luglio sul braccio, accanto a quella di nascita di suo figlio. Emblemi dei momenti più importanti della sua vita, aggiunge. Come se non bastasse, in un crescendo che, più che rossiniano definirei fantascientifico, leggo che Ciancimino e Salvatore Borsellino sono stati immortalati avvinti in un forte abbraccio. A quel punto penso a uno scherzo. Chiamo la collega che conferma tutto. Non ha bevuto, né è il caldo ad armare la sua penna. Tranne qualche divertente, ironica e indignata reazione su Fb tutto tace. Pure quando si raggiunge l’apoteosi con una agenda rossa che confessa la donazione di denaro fatta dal figlio di don Vito al movimento. Trecento euro che, se si applicasse la proprietà transitiva, potrebbero costare una paradossale accusa di riciclaggio.
Devo dire che la prima frase che m’è venuta in mente quando ho capito che era tutto vero è la solita citazione del grande Blade Runner…“Ho visto cose che voi umani…” Ebbene sì, ragazzi, abbiamo visto cose che voi umani non potreste immaginare… Altro che navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Abbiamo visto uno che è stato condannato per avere riciclato i soldi di un padre che rappresentava tutto quel che Borsellino combatteva, assurgere al ruolo di icona dell’antimafia. Abbiamo sentito parlare di verità uno che è accusato di essersi divertito a fare un copia e incolla con i documenti di cotanto padre e calunniare gente innocente, fino a prova contraria.
Uno che è riuscito a tenere sotto scacco una Procura (che glielo ha consentito) dispensando a singhiozzo papelli vari. Uno che…e potrei continuare all’infinito, perché il suddetto – da poco tornato libero – ha sul groppone tante di quelle accuse – da parte di procure di tutta Italia – da riempire pagine e pagine. E in questo clima di follia, mentre Massimo Rolex (soprannome dall’intuibile origine) diventava simbolo di chi lotta in nome di Borsellino (tanto da meritare l’abbraccio commosso del fratello) la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi, che mi risulta incensurata e mai accusata di avere riciclato soldi sporchi e che non smistava i pizzini di Provenzano, viene contestata in via D’Amelio. Perché i politici son tutti uguali, fanno orrore tutti allo stesso modo, rappresentano la Casta e non li vogliamo. Anche qui senza distinguere, senza pensare, nella sola logica del “mi piace” “non mi piace” che basta a catalogare tutto. E’ un mondo alla rovescia questo, perdonate l’espressione un po’ da vecchia che vagheggia di tempi migliori. Un mondo in cui due intellettuali come Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo, giurista di fama nazionale l’uno, storico tra i più stimati del Paese l’altro, solo per avere espresso un’opinione dissonante sull’impianto accusatorio della trattativa vengono insultati e accusati da un procuratore della Repubblica di mettere in pericolo la sicurezza dei pm che lottano la mafia. Lo stesso Procuratore che parlava al telefono di un’inchiesta riservata con il manager di una banca e chiedeva informazioni ai suoi sostituti per riferirle al potente uomo d’affari.
E’ un mondo alla rovescia. E, temo, che raddrizzarlo non sia più possibile.

via diPalermo.it

Aspettiamo che tutto venga giù

«In un paese come l’Italia niente sembra possibile. Si spera che tutti siano arrestati, che tutti cadano in scandali, dal flop dell’industriale al sindaco passando per l’attore, per potersi dire: non sono io incapace, è che chiunque ha un posto di valore è una schifezza, io non sono una schifezza quindi non lavorerò mai. Io sono nato in una terra dove agire, cercare di emergere, è visto con diffidenza. Dove fare è sospetto mentre non fare è sinonimo di onestà. La fama ti mette addosso un mirino. Perché tutti vogliono vedere cadere tutti. Per sentirsi migliori»

Roberto Saviano, sul finire di un’intervista molto bella sul Post.it, dice una frase perfetta, che racconta molto del paese in cui viviamo. Aspettiamo soltanto di vedere la caduta per giustificare i nostri limiti.

Com’è difficile essere democratici

Di questi tempi è oggettivamente difficile essere democratici e di sinistra. E’ breve lo spazio di manovra. E’ complesso lasciare spazio al ragionamento, mantenendo ben saldi quei principi che dovremmo avere ben chiari,  senza lasciarci fagocitare dallo spirito manettaro e populista che ci circonda.

Ieri, per esempio, il Pd, ha abdicato in quel senso. Si è spostato verso quella corrente li, probabilmente perché le elezioni sono così vicine e la gente ha poca voglia di ascoltare, oggi, delle giustificazioni che appaiono ai più soltanto fumo negli occhi.

Per cui, durante il voto per l’arresto di Francantonio Genovese, più che seguire i ragionamenti di principio ha preferito inseguire lo spirito del tempo.  Ha raccontato bene queste mie argomentazioni Peppe Provenzano, su facebook:

È un post molto impopolare, forse poco conveniente, ma si è come si è. Riguarda l’autorizzazione all’arresto di Francantonio #Genovese. Con alcune premesse necessarie. Dalla fondazione del PD in Sicilia, a cui ho partecipato per quanto ho potuto, sono stato un fiero avversario di Genovese. Bastava il giudizio politico per esserlo, non certo quello giudiziario – tutto da verificare (e da aspettare, anche). E il giudizio politico riguardava un uomo che per cultura e costume, per modalità di raccolta del consenso, conflitti di interesse ed esercizio della funzione dirigente ed elettiva, era quanto più lontano da come io immaginavo e immagino il PD, e che ad esso recava una dannosa opinione. Al punto da pensare che uno come Genovese sarebbe incompatibile con il PD, se il PD fosse qualcosa di definito e definibile. Ricordo allora un illustrissimo esponente del PD nazionale, per decenni campione indiscusso di intransigente legalità, spiegarmi per un’ora che mi sbagliavo di grosso. Feci parte, su indicazione della mia provincia, della prima segreteria regionale unitaria sotto la sua guida: ne uscii poco dopo per insignificanza dell’organismo e per insanabile contrasto sulla conduzione della linea politica. Ho continuato ad avversare Genovese e il suo costume politico, anche quando i principali esponenti renziani in Sicilia facevano con lui cordata interna, e ancora quando quasi tutti – anche tra i bersaniani – continuavano a considerarlo elemento imprescindibile di accordo in ogni passaggio politico. Fino alla decisione di lasciarlo partecipare alle primarie interne, consentendogli una prova di forza spudorata, abbastanza illusoria se si pensa che negli stessi mesi si stava preparando il disastro politico del voto amministrativo per il PD di Messina. La questione morale era già una questione politica. Finite le premesse, per dire che quanto è accaduto ieri alla Camera è grave vulnus democratico, con piccole miserie annesse. E non per il fatto che si è votato a favore – magari l’autorizzazione all’arresto andava accordata, non vi era traccia di “fumus persecutionis”, e va be’. Ma per le modalità con cui si è arrivati al voto, il comando dall’alto a mezzo stampa, la richeste del voto palese per la pressione sciacalla del M5S, per la tempistica scelta senza una vera discussione parlamentare. Si è voluto fare carne da campagna elettorale della vita di un uomo. E questo deve scandalizzare ogni vero democratico, anche quando si tratta di un avversario politico o del peggiore dei delinquenti (cosa che non sappiamo). Come deve far rabbrividire ogni vero democratico che l’esito del proprio voto sia rappresentato dalla faccia da tonno di un deputato grillino che sghignazza facendo il gesto delle manette. Ma c’è la campagna elettorale, lo so, dobbiamo arginare l’ondata populistica e antipolitica. Certo, a patto che non ci abbia già travolto.

Oltre alle passioni

Il calcio si sa, è cosa effimera.

Mauro in AMa ricordo dieci anni fa, quando aspettavamo che il Palermo salisse in serie A come se fosse un traguardo irraggiungibile, dal quale potesse partire una sorta di rinascita della città, che in quel momento stava vivendo qualche fermento positivo. E quindi sono contento, anche adesso che seguo il calcio da più lontano, annoiato delle pay tv e dei soliti commenti a margine delle partite. Ale in A

Per questo sabato sono andato a riguardarmi le vecchie foto, sgranate, fatte con una macchina digitale in prestito, e ho recuperato persino una grossolana presentazione in powerpoint che odora di ingenuità e genuità, ma attraverso la quale recupero il senso di quei sorrisi spiritati di una città che fino ad allora non avevo visto condividere una gioia così immotivata.
Max in A

La presentazione è adesso su slideshare e peccato che abbia perso la colonna sonora, con l’inno d’annata di Alamia e Sperandeo.

Quelli di sinistra

Leggo adesso di Pelù (bravissimo, ma la new wave italiana però è morta da un po’), Renzi e amenità varie, e leggo i commenti in giro, sui vari socialini.

E capisco che l’espressione “boyscout di Licio Gelli“, in cui si accosta un uomo ad un faccendiere quanto meno oscuro, dileggiando un movimento come quello scout di cui probabilmente non si conosce nulla, non merita una controrisposta perché in quanto tale verrebbe catalogata come un’imposizione di un pensiero unico che vedi Matteo Renzi come una sorta di Kim Jong Un Italiano.

E sento anche che anche gli 80€, molto più di quanto sia mai stato ottenuto con un rinnovo contrattuale proposto dai sindacati italiani si possa definire elemosina senza per questo vivere questa come un’offesa verso chi è più in difficoltà.

E mi sembra che tutto questo puzzi terribilmente di superficialità. E voi però si, che siete di sinistra. 

Rammendatori di pensiero

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Ogni volta che faccio migrare un libro dalla mia cameretta d’adolescente alla nuova libreria a millequattrocentosettantotto chilometri di distanza mi ritrovo proiettato in una dimensione nella quale mi ritrovo seduto in qualche angolo della casa a rileggere quelle pagine, e mi ritrovo a pensare al potere evocativo che hanno gli oggetti per tutti noi. Senza oggetti a ricordarci pensieri che pensavamo di avere smarrito, a rievocare le emozioni che in quel momento avevamo vissuto, avrei la sensazione di perdere la terra sotto i miei piedi. Sfoglio le pagine, rileggo le parti che avevo sottolineato, e quei pensieri riaffiorano.

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E non ne faccio un discorso di melanconia o, ancora di nostalgia. Ero molto più nostalgico a vent’anni, a dire il vero. Quando avevo molto meno da ricordare, molto meno da rimpiangere. Quando ascoltavo i discorsi degli anziani sui bei tempi andati e tutto sembrava immensamente affascinante, ed immaginavo posti disabitati ripopolarsi attraverso i loro racconti.

Adesso, piuttosto, il passato sembra relegato ad un angolo nel quale vado a ripescare raramente, e non so se si tratta di una sorta di autodifesa realizzata dal mio organismo, o piuttosto uno degli effetti collaterali della maturità, nella quale ogni istante che vale la pena di vivere è esclusivamente quello che adesso sto vivendo.

Ma gli oggetti, dicevo. Gli oggetti, adesso, proiettato sull’istante in cui esisto, assumono un sapore che diventa imprescindibile. Mi ricordano ciò che ero. Ciò che pensavo potessi diventare, quando sarei stato grande. Mi portano a fare i conti con me stesso, a fare i conti con i sogni che a quell’età coltivavo.

E sarà così sempre.

Leggevo, qualche mese fa una nota ad un’opera esposta al Museo del Novecento di Milano. L’opera rappresentava un libro aperto dal quale tutte le parole erano state cancellate. La nota spiegava che gli oggetti servivano proprio a questo. Poiché le cose imparate permettono soltanto di comprendere che apprendere significa prima di ogni altra cosa dimenticare, gli oggetti agiscono da rammendatori del pensiero.

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Sono importanti non in quanto simpatici ammennicoli per adornare le nostre case, per riempire una parete vuota con una libreria o una discoteca. Sono importanti perché anche solo osservando quegli oggetti i nostri pensieri riprendono a tessere pensieri abbandonati e che, magari, del tutto inutili non erano.

Ed é strano che dopo anni di infatuazione per la rivoluzione digitale, dopo le discussioni con gli amici innamorati dell’odore della carta sulle infinite possibilità che la rivoluzione liquida degli ebook e della musica in streaming, mi ritrovi a rivalutare l’importanza di elementi che ritenevo retaggi del passato.

Ma come farei senza sfogliare il libretto di un cd o la quarta di copertina in un libro a ricordare quello che ero? Non potrei, perché io dimentico tutto. Sono distratto per natura. E senza oggetti, non saprei proprio come fare.

Abbiamo fatto tutta questa strada per arrivare fin qua?

E’ arrivò il giorno in cui tutto finì. In cui è finito il percorso in cui molti avevano creduto, nella speranza che la scelta di rinnovamento nella politica Italiana potesse davvero avvenire.

La scelta di oggi di Matteo Renzi di chiudere l’esperienza di governo di Enrico Letta per ragioni tutt’altro che chiare rappresenta la fine di quella speranza in nome di una manovra di palazzo che tanto invisa sembrava qualche tempo fa.

Se ne possono comprendere le ragioni, tra cui l’impossibilità del ritorno al voto con questa legge elettorale che non garantirebbe alcuna governabilità, le difficoltà nel fare approvare l’Italicum, le spinte interne della minoranza del partito che voleva un maggiore impegno di sostegno al governo (strumentale, si capisce da sè, allo stesso logoramento di Renzi). Si capisce che le alternative si restringevano.

Ma passare al ruolo di capo del Governo senza passare dalle elezioni mette in discussione quasi tutto del progetto che ha condotto Renzi li dove è adesso. E che mette in gioco non soltanto la sua credibilità, ma anche la credibilità di chi per quel cambiamento si è speso.

Perché andare al Governo adesso richiederebbe delle riforme tali da giustificare questa decisione, con una probabilità bassissima di farle passare vincendo l’ostruzionismo di una maggioranza ballerina.

Forse sono soltanto un po’ stordito dalla decisione di oggi, ma delle due, una. O è uno stupido, ipotesi che tendo ad escludere, o ha delle certezze che noi non possiamo avere.

La conclusione più probabile è comunque che Grillo, in fondo, ce lo meritiamo.

E scusateci per il disturbo.

Muovendosi a casaccio

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Da “Il senso di una fine” di Julian Barnes

Il senso di un impegno

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Disegno di Giuseppe Scalarini.

Ciò che risulta chiaro, nella situazione attuale, alla luce dei tanti movimenti di protesta che nascono, della rabbia montante, è che qualsiasi proposta politica di rappresentanza venga percepita come incapace di rispondere alle esigenze del momento.
Il nostro stesso impegno politico, non viene percepito per ciò che davvero è.

Per quanto possa essere generoso, autenticamente solidale e spinto da ideali di giustizia, chi oggi si propone in politica (come individuo o come gruppo) è destinato alla lontananza (se non al disprezzo) proprio da quelli che vorrebbe rappresentare, “i sommersi” del Paese. Del resto, i tentativi vecchi e nuovi di rappresentanza a sinistra sono tutti qui, con i loro dolorosi  fallimenti, a urlarcelo. 

Questioni che come partito di sinistra dovremmo porci prima di tutto nelle piccole realtà, come la nostra, nella quale l’impegno politico non può fermarsi alle riunioni, ai comitati formati in occasioni di elezioni, all’organizzazione delle primarie. Deve cercare nuovi metodi, nuovi percorsi per mettersi a disposizione della comunità.   

Ed è su questo che qui forse è utile aprire la discussione, raccogliere le idee, alimentare il confronto. Perché le case history virtuose nel mondo non mancano: dalle iniziative d’aiuto sociale “porta a porta” che sono state fondamentali nel creare e indirizzare i grandi movimenti della Primavera araba alle attività di organizzazione dei contadini senza terra in America Latina. Fino ai gruppi di scambio, di acquisto, di riuso, di coworking e di socializzazione dei beni che stanno nascendo in molteplici forme in tante aree del pianeta.
Solo “charity” o “cooperazione”? No, non scherziamo. Quello è il primo step. La base di partenza. Conta molto di più il processo che viene dopo, che pure dal primo non può e non deve essere staccato mai: la coscientizzazione, la crescita comune, la pedagogia così come la concepiva Paulo Freire, cioè «le persone che si educano insieme con la mediazione del  mondo».  
Cioè la politica, alla fine: quella vera. 

E’ quello che chiedo ai militanti di vecchia data e ai nuovi, al popolo di sinistra che è venuto a votare per le primarie. Cerchiamo di trovare un modo, raccogliendo le idee sulle modalità da attuare quelle che sono le idee della sinistra, evitando di perderci in dibattiti ideologici che tanto ci appassionano, ma che risultano incomprensibili per i nostri interlocutori. Incontriamoci.

Per il blog del Pd di Brugherio

La politica e i suoi costi

Potremo riprenderci dalla sbornia anticasta di questi anni, senz’altro necessaria, quando torneremo a dare giudizi più equilibrati, a dare il giusto valore alla politica, distinguendola dai suoi cattivi rappresentanti.

Un esempio sono i suoi costi, sui quali sottoscrivo quanto scritto in quest’articolo:

Uscire dalla leggenda della gratuità come pregio assoluto e, di conseguenza, del costo come disvalore del quale provare vergogna è un passaggio non più rinviabile, non soltanto nei palazzi del potere ma anche nel modo di sentire di tutti noi. Il web, che i grillini conoscono e usano bene, è in tal senso una guida preziosa. Passata l’euforia per l’informazione a costo zero dei blog e dei social network, ci si è resi conto che un prodotto di qualità si paga e che se, com’è noto, le bugie hanno le gambe corte, le panzane dal canto loro si muovono rasoterra.

Nella sua accezione più pragmatica, che in verità è l’imprinting dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, la politica è vista come servizio. E un servizio costa, specialmente se è di qualità. Questo concetto elementare è molto diffuso nelle democrazie più avanzate, a esempio quelle del Nord Europa, che riescono a stratassare i cittadini senza suscitare rivolte di piazza, solo perché offrono servizi e prestazioni di prim’ordine. Oggi in Italia e soprattutto in Sicilia, a causa di decenni di ruberie istituzionali, ha preso piede una sorta di illusione collettiva, che il denaro altrui sia il frutto del peccato e che il recupero del benessere diffuso debba avvenire gratuitamente.

via Gery Palazzotto