Non era ‘omo pè sti tempi cupi

Forse una parola tocca dirla.

Non ero felice di come si stavano muovendo le cose all’interno del Pd dopo le elezioni, ma non sono tantomeno gaudio nell’apprendere delle dimissioni di Veltroni. Anzi, era uno dei pochi che ammirassi realmente nel quadro politico italiano.
Non sarà attraverso il suo addio che cambieranno gli argomenti e le priorità del partito, anzi, questa mi sembra la vittoria di coloro che non accettavano i cambiamenti che si cercavano di apportare.
Le sue colpe sono state quelle di non aver saputo farsi forza del mandato attribuitogli dai suoi elettori nelle primarie.
Eppure la campagna elettorale è stata una delle migliori mai viste, seppur chiaramente persa in partenza. Si sono viste spinte ed idee nuove e, fino ad un certo punto, si è visto con le chiavi in mano del partito. Si vedevano scricchioli interni ed indesiderati (vedi candidature un pò ambigue ed una pulizia mai totale), ma si consideravano a quei tempi retaggi dell’oligarchia di partito.
Le chiavi però di colpo sono sparite quando la priorità delle elezioni era superata. Sono cominciati gli attacchi più o meno sotterranei ed è venuta meno la forza iniziale.
Si è visto risucchiare nelle tremende logiche interne e non ha avuto la capacità di tirarsene fuori, uscindone a testa alta. L’opposizione che doveva scagliarsi veementemente contro i decreti portati avanti in questi mesi restava alla sbarra a litigare con opinioni discrepanti.
Ed invece è sembrato volesse tenere insieme tutti i cocci del partito senza perderne neanche uno, per poi venire stritolato esso stesso. Le sue capacità di comunicatore si invischiavano con le sue deficienze nel tener testa a chi voleva “detronizzarlo”.
Perchè credo sia un compito immane tenere insieme un partito che si divide su ogni questione, che si perde in battaglie difficilmente comprensibili come quella per le nomine Rai, o che cerca di portare avanti delle questioni fondamentali (vedi il testamento biologico) mentre alcuni dei suoi capetti dicono il contrario, o si candidano al suo posto otto mesi prima della scadenza del mandato.
Adesso non so cosa accadrà e non vedo nessuno all’orizzonte capace di dare una scossa reale. Lo stesso Soru è uscito bruciato insieme al Veltroni con estrema gioia di tanti a sinistra che lo potevano vedere come una new-entry. Bersani, seppur bravo, lo vedo troppo invischiato in vecchie logiche e poi incapace di accendere. Realmente il nulla.
Arriverà un’altra batosta alle europee mentre dall’altra parte continueranno a sghignazzare animatamente.
Staremo a vedere. Anche se adesso il buio è ancora più forte.

In Sardegna

Una colata di cemento vi sommergerà!

Sveglia presto

Sveglia presto stamattina.
Prima che sorgesse il sole.
Oltrettutto non sto bene, l’australiana sta cercando
di abbattermi. Ieri sono rimasto a casa il pomeriggio
ma oggi voglio comunque tornare a lavorare,
non voglio delegare ad altri il mio lavoro di questa settimana.
Sono uscito di casa presto per accompagnare all’aeroporto i miei due ospiti.
Adesso tutto tornerà come prima
con la casa svuotata, e con i miei soli impegni
a riempire la giornata.
In effetti sono un pò stanco di pensare solo a me,
per quanto possa essere libero di scegliere
ciò non mi rende cosi sereno quanto pensare all’infuori di me,
per accudire ed essere accudito.
Perchè quando la mia mente è troppo libera
divaga
mi confonde
e allora meglio un obiettivo al giorno
e proiettato lontano
fuori dal mio egoismo.

Matteo Renzi

La vittoria netta di Matteo Renzi a Firenze mi sembra un ottimo segnale per i piani alti del Pd.
Un segnale che la linea che stanno seguendo non è quella che vogliono i suoi elettori. E che comunque continueranno a non comprendere.

Ecco cosa cerca il mercato del lavoro

E non è solo.

Spegniamo tutto oggi

Come un anno fa, anche oggi qui m’illumino di meno.
Aderite tutti quanti, dalle 18!

L’ora

E’ l’ora,
di salire di un livello.

E poi basta

Volevo solo invitarvi a leggere questo articolo.

Quella ragazza che amavamo
di ADRIANO SOFRI

ORMAI la diversità dei pensieri si era tramutata in una dannazione reciproca, una messa al bando, una insofferenza esasperata. E neanche ora, neanche in hora mortis nostrae, si rimarginerà, temo. Ma, forse solo per un piccolo risarcimento, forse perché è la cosa più importante, possiamo riconoscerci tutti – quasi tutti – in un acquisto dapprincipio imprevedibile, e che non era nei propositi. Abbiamo tutti – quasi tutti: non fa bene ignorare il cinismo e la cattiveria vera – voluto molto bene alla ragazza Eluana.

Le abbiamo voluto sempre più bene, man mano che passavano gli anni e la ferita si esacerbava mille volte di nuovo e noi intanto diventavamo grandi o vecchi, nascevamo e ci ammalavamo e, qualcuno, morivamo: e quel viso di ragazza continuava a guardarci illeso dal tempo e dalla sventura. Prima della fotografia, i ritrattisti delle famiglie del nord d’Europa, di quelle che potevano permetterselo, dipingevano una volta all’anno il gruppo di famiglia, sicché sulle pareti domestiche scorrevano le generazioni, i bambini diventavano adulti, gli adulti vecchi, matrimoni rinnovavano la scena, nuovi nati facevano la loro comparsa.
In quelle gallerie di quadri ricordo, c’erano alcune figure di bambini o di giovani che non cambiavano più aspetto, il tempo non le lavorava più, perché erano morti giovani o bambini, e una rossa crocetta dipinta sopra la testa avvertiva della loro perdita, ma non si aveva cuore di espellerli dal gruppo. Il signor Englaro, rifiutandosi, contro la propria presumibile convenienza, di esporre le fattezze di Eluana se non fino al punto in cui l’ebbe perduta, ha suscitato in tutti noi lo stesso risultato pieno d’affetto e di rimpianto.
Abbiamo voluto bene a quella ragazza meravigliosa, al modo in cui i suoi occhi continuavano a guardarci così da lontano, così da vicino, e l’abbiamo rimpianta come una nostra compagna di viaggio insieme perduta e illesa. Abbiamo voluto bene, ogni giorno di più, anche alla Eluana che non vedevamo, che non abbiamo mai visto, nella quale la ragazza dagli occhi profondi si continuava e si consumava, e abbiamo avuto pietà di lei e di noi. Quel padre che, chiuso in un suo cerchio senza uscita, combinava e ricombinava senza ostentazione e senza falso pudore le belle fotografie della sua creatura, come per ricominciare ogni volta a far scorrere la vita della sua carissima figlia prima che la promessa si spezzasse, ce l’ha fatta amare, senza proporselo.
Senza proporsi altro se non di avere la legge dalla propria parte, e le persone, perché una buona legge dev’essere dalla parte delle persone e del loro dolore. L’ha conservata così, nella memoria di una comunità che l’aveva adottata, benché si lacerasse sul suo destino.
Se c’è una sottile speranza che l’Italia non esca più amara e incattivita da una vicenda oltraggiosamente accanita, è in questo amore condiviso. Il signor Englaro non ha mirato a nessuna convenienza. Non ha fatto conti. Ha fatto quello che sentiva come il suo dovere. Se fosse stato un uomo politico – cioè un politico, oltre che l’uomo che è – si sarebbe sottratto alla piccola trappola della gara col tempo, che metteva in scena nel rullo di tamburi del precipitoso finale il copione degli uni che bruciavano le ore per salvare una vita, degli altri che bruciavano i minuti per sacrificarla. (“Il sacrificio non sia vano”: frase pronunciata ieri sera in Senato, non so con quanta consapevolezza, bestemmia più enorme di tutte, che accusa di un sacrificio umano, e pretende di riscattarlo, per giunta con una legge folle).
Si sarebbe esposto alle intemperie sulla cima di un campanile friulano per protestare: dopotutto il capo del governo si era spinto, non so con quanta consapevolezza, a dire che quella sua figlia perduta avrebbe potuto partorire. Avrebbe fatto uno sciopero della fame e della sete, per replicare a chi lo accusava di voler assassinare per fame e sete la sua creatura. Li avreste visti volare, allora, i sondaggi, angeli custodi della superstizione e della demagogia contemporanea.
Verrebbe voglia di dire che bisogna tutti sforzarsi di richiudere questa ferita, ma non sarà così. Le ferite non si chiudono. Non si chiuse quella di Moro. La disputa sul corpo di Eluana è per l’Italia del nuovo millennio una tragedia senza catarsi, senza redenzione, come fu quella sul corpo di Moro per la fine del secolo scorso. Ho guardato il minuto di raccoglimento al Senato: sembrava piuttosto, per quei grami presenti, la concentrazione nell’angolo prima dell’ultimo round.
Certi uomini politici – cioè certi politici, prima degli uomini che dimenticano di essere – fanno molti conti. Vedrete: anche ora che il corpo di Eluana non è più perquisibile dai Nas, mostreranno di voler procedere per la loro strada. Legislatori tutti d’un pezzo, pronti a decretare la mia, la vostra, l’impossibilità di ciascuno di rifiutare per sé la nutrizione artificiale, una volta che ci trovassimo privati senza ritorno della nostra coscienza. Pazzia. Silvio Berlusconi ha voluto dire che lui, nella condizione di Beppino Englaro, non potrebbe mai “staccare la spina”. Sia risparmiata la prova a lui e a noi. Tuttavia la prova è stata imposta a tanti, e qualunque sia la loro scelta, compresa quella di non rassegnarsi mai al commiato, dev’essere rispettata, amata e sostenuta. Ma provi Berlusconi a immaginare un’altra eventualità: che tocchi a lui di uscire da una rianimazione in una condizione vegetativa irreversibile. Vorrebbe o no poter decidere, finché il senno e la fortuna siano dalla sua, come debba chiudersi la sua esistenza, o preferisce lasciarne il peso ai suoi figli, per giunta votando ad horas l’obbligo a nutrirlo artificialmente senza fine? Questo era già il punto, ora lo è ancora più nitidamente. Mettete via i cartelli opposti che intimano: “Giù le mani da Eluana”.
Salutiamola, Eluana, con l’amore che si sapeva riservare alle ragazze perite, tenerelle, pria che l’erbe inaridisse il verno. Quanto a noi, scriviamo ciascuno sul proprio cartello: “Giù le mani da me, per favore”.

Cose notate in questi giorni

Non tutto però quello che ho notato in questi giorni è stato negativo.
Ho visto per esempio la movida palermitana dirigersi in massa verso Piazza Rivoluzione. E non è mai un male riappropriarsi pienamente di zone dimenticate per troppo tempo.
Ho visto aperta, con estrema meraviglia, una parte di quella meraviglia dell’urbanistica che è la rotonda di Via Leonardo Da Vinci. Nonostante il semaforo, è un passo avanti.
E poi la mitica villa all’incrocio tra Viale delle Scienze e Viale Regione Siciliana, proprio dinnanzi al carcere Pagliarelli, sede di non so quante supposizioni ogni volta che mi trovavo a passare da li fin da piccolo. Mi chiedevo sempre di chi fosse, che storia avesse e soprattutto cosa ci facesse piantata li.
E ora l’ho trovata restaurata, con un fascino di certo un pò diverso, ma sempre curiosa. Anche se mi chiedo adesso se qualcuno andrà a vivere in un punto cosi assurdo o se diventerà qualcos’altro.
Ne sapete qualcosa?

Pressapochismo

Non appartengo alla categoria di coloro che pensano di aver trovato l’Eldorado lontano da casa.
Guardo intorno e vedo ciò che non mi piace anche qui. Cosi come facevo giù.
E quando mi ritrovo nella città non ne elenco i difetti per contrapporli a ciò che invece altrove esiste. Li guardo, me ne dispiaccio e forse ne ho persino maggiore consapevolezza per mancanza di consuetudine nel frequentarla.
Ma non ne faccio mai uno scontro di civiltà. Quando qualche conoscente incontrato per le sue strade mi apostrofa dicendo “A Milano si che …” mi viene da rispondere con un sorriso, quanto meno.
Per molti sono probabilmente giustificazioni e autoconvincimenti che rendono meno amaro il distacco, un distacco che raramente è frutto di scelte libere, non dettate dalle necessità.
Ed è certo che qui le possibilità di realizzazione sono moltiplicate, se è questo ciò che si vuole.
Ma fuori di questo, poche frottole.
E’ vero però che i difetti ti vengono subito agli occhi, lanciati in faccia col vento di questi giorni.
E ciò di cui mi lamento più facilmente è lo spirito mesto con cui si è rassegnati un pò a tutto. Alla placida arrendevolezza con cui si accetta il pressapochismo.
Lo guardavo qualche mese fa alla stazione in una serie di cartelloni pubblicitari montati al contrario. Lo guardavo girare e mi chiedevo il motivo per il quale si trovassero cosi bistrattati. Per quale motivo nessuno che li lavora ogni giorno non trovasse tutto quello semplicemente fastidioso.
La risposta è chiaramente nella nostra storia che non trova svolte se non in un declino riscontrabile nel proliferare di cassonetti colmi fino a strabordare e in una generazione (anche la mia, per interdersi) oramai saltata quasi a piè pari, senza rimpianti ne rimorsi.
Come se fosse colpa sempre di qualcun’altro.

Un blog che è già carta straccia