Elementi successivi

Per chi non ha molto tempo, vi dico che a breve Genova entrerà a far parte della mia vita, non da subito ma succederà. Mi trasferirò li, o comunque sarà una delle città tra cui mi dividerò, insieme a Milano.
Per chi invece volesse continuare, avevo voglia di metter giù due righe in più.

C’era, quando studiavo analisi matematica, questa cosa delle serie numeriche. Andavi a prendere un dato termine e sommavi, sommavi, mettevi insieme un numero dopo l’altro infinite volte, senza sapere quello che saresti andato a trovare. A volte quella somma divergeva, tendeva cioè ad assumere un valore infinito, altre, invece, ti trovavi ad osservare la sua convergenza verso un valore che ne definiva il carattere. Proprio cosi, il carattere, ed i matematici avevano studiato criteri che consentissero di comprendere piuttosto velocemente, non solo la convergenza, ma anche il valore assunto da questa somma infinita.
Sarebbe come sentir suonare la sinfonia soltanto guardando le note sullo spartito, come saper già cosa succederà domani andando a guardare quelle che sono state le scelte assunte fino al giorno prima, se non ce ne fossimo già dimenticati. Niente male, ad aver un dono di questo tipo.
Di fatto però, le scelte che andiamo a compiere continuano a sommarsi una dietro l’altra senza che ci sia dato sapere cosa ci sarà dopo la curva, andando a definire quello che sarà il nostro percorso successivo. Si potrebbe addirittura dire vanno anche loro a sommarsi andando a definire il nostro distintivo carattere.
Non stabiliscono una strada verso la felicità o per qualsiasi altra fandonia di questo tipo, definiscono ciò che siamo, il nostro modo di affrontare la strada.
I giorni della settimana trascorsa sono stati colmi di scelte, magnifiche, perchè sperate da tanto tempo, ma allo stesso tempo complicate, cariche di innumerevoli sfaccettature, da renderle cosi importanti da provocare grovigli allo stomaco e mal di testa, a forza di esaminare i vari risvolti da ogni possibile punto di vista.

Si direbbe che si debbano fare di cuore, tali scelte. Oppure ragionando d’istinto, mettendo tutto quello che si può nei propri pensieri, e partorendo la decisione.
La mia, la nostra, è stata folle. A giudicarla dall’esterno soggetta ad ogni possibile critica.
Ho messo la libertà al primo posto, questa parola spesso abusata.
Folle perchè nella scelta della città in cui dovevamo decidere di vivere, non avevamo a dire il vero, molte possibilità. Folle perchè una scelta, la più saggia forse, la più sensata, ci conduceva in un luogo che non sentivamo di amare, in cui avevamo la sensazione che non ci saremmo mai trovati a casa. Un luogo che non sentivamo come nostro.
Siamo stati folli perchè abbiamo scelto una città, che non conosciamo neanche tanto bene, ma in cui la nostra pelle ha respirato quell’aria bella che desideravamo respirare. Abbiamo scelto, a pensarci bene, di darle una fiducia inaudita.
Siamo stati folli perchè certe situazioni si complicheranno, altre richiederanno nuove soluzioni, e forse maggiori sacrifici.

Siamo stati folli perchè abbiamo permesso che non fosse soltanto il percorso lavorativo a decidere tutto delle nostre vite, perchè abbiamo finalmente scelto di scegliere, di mettere le nostre idee al primo posto, mettendo tutto intorno.
Forse è stato tutto assurdo, ed ha ragione il mondo intero, ma a quello che si racconta a parole, bisogna dargli un senso. Un senso che oggi mi rende fiero di me stesso.
Abbiamo scelto Genova, insomma.
Non sappiamo se questa somma di elementi successivi ci condurrà, proprio come una serie, ad una divergenza piuttosto che ad una convergenza.
Sappiamo soltanto che non avremo nulla di cui pentirci. Di cui aver rimorso.

Campo dei fiori, Roma


Un Bertolaso vi salverà

Grave danno allo scarico dell’acqua di casa mia.
Si preannuncia l’arrivo di Bertolaso.

Due notizie da Palermo

Apprendo solo adesso che le forze dell’ordine, dopo vari tentativi, hanno effettuato lo sgombero dello Zetalab, storico laboratorio sociale occupato palermitano, che tra le tante attività offriva ospitalità ad un folto gruppo di extracomunitari, aiutandone l’inserimento nel nostro paese. La storia del luogo, che giaceva in stato d’abbandono da parecchi anni, ed i motivi che hanno condotto alla giornata di oggi sono spiegati in queste pagine.

Nella stessa giornata la città si è svegliata con i muri tapezzati dai manifesti su cui campeggiava l’immagine dei recenti arresti di Nicchi e Raccuglia, con su la scritta “Farete tutti questa fine“. Era la lodevole iniziativa della Giovane Italia, movimento giovanile dell’ala ex-An del Pdl, un modo per ricordare l’anniversario della nascita di Paolo Borsellino. Il manifesto non si fermava allo slogan ma si faceva portatore di un messaggio alla classe politica per dare l’ultimo scossone al potere mafioso.
Fermo restando che iniziative come queste siano apprezzabili, soltanto un cruccio mi disturba. Da sempre, almeno da quando ho memoria, non ricordo un’iniziativa simile proposta dai gruppi affini a quello di cui sopra che abbiano ricordato con la stessa enfasi le altre vittime della ferocia mafiosa. Il limite tra la necessita della memoria e lo sfruttamento dell’immagine, e delle simpatie politiche, di un uomo della caratura di Paolo Borsellino, è parecchio sottile.

Update: Sergio, sul suo blog, racconta l’esperienza diretta su quanto successo ieri allo Zetalab.

La mia lingua, frenata

Non riuscivo a capire cosa mi trattenesse in quei pochi secondi dal pronunciare quelle poche parole, a dire semplicemente “Pronto”, la mia lingua che sembrava frenata da quella voce che non riconoscevo più, dimenticata com’era da milioni di altre, che in questi anni si erano sovrapposte ad essa. Era forse l’emozione per una pagina che si riapriva, che ridiventava contemporanea, che veniva a farmi visita, dopo esser stata parte fondamentale di una vita precedente. Di fatto, non la riconoscevo.

Il suo profilo su facebook, sul quale avevo sbirciato, era incompleto, nessuna foto, nessun’altra indicazione, potevano aiutarmi a riprendere contatto in maniera meno imprudente. Soltanto una data di nascita per farmi capire la sua età adesso, e farmi comprendere solo oggi, quanto era giovane allora, quando lo guardavo e cercavo da lui un aiuto, una parola, una guida.
In quegli istanti di silenzio, in quel vuoto, mi sono trovato a riempire quegli anni di silenzio, a ricercare un appiglio che mi riconducesse all’ultimo momento in cui ci siamo sentiti, che mi servisse a capire che era davvero lui a parlarmi all’altro capo del telefono. Non l’ho trovato, nient’affatto, ma occorreva andare avanti.

“Pronto, sei tu?” “Ciao, Mauro, si certo che sono io”

E da li il diluvio su di me.
Sono passati poco più di dieci anni, dieci anni, dall’ultimo momento che ci siamo visti. Sono passato più d’una volta davanti casa sua senza ricordarmi il numero civico, e più d’una volta mi sono ripromesso di fermarmi, posteggiare, in quella strada cosi affollata, incasinata, e girare uno per uno i portoni, fino a trovare quel cognome. Mai fatto, sempre rimandato, chissà poi perchè.
In effetti non avevo dimenticato quanto fosse stato importante averlo avuto al fianco, in quel momento, quando l’insicurezza dell’adolescenza tocca i suoi picchi, quando la timidezza della mia infanzia sembrava insuperabile, avere lui accanto a dire la parola giusta per stimolarmi, spingermi oltre il burrone, tirarmi in mezzo al cerchio, darmi il giusto carico di responsabilità.

C’è stato molto di mezzo tra quell’ieri e quest’oggi. Ho bene in mente come la rottura, lentamente sia avvenuta, come si sia rotta la magia di quegli anni, con piccoli strattoni, con le disgrazie che la vita ti nasconde e che, inesorabilmente, ti cambiano.
D’un tratto è sparito tutto. Ho cambiato frequentazioni, ho cambiato zona, ho cambiato abitudini, e di tutto quello che era stato rimaneva ben poco.
Era una perdita, per come la vivevo allora, una sconfitta. Una svolta, totale.
Si è trasformata poi in un attimo di bellezza probabilmente irripetibile, che tanto dovrebbe dirmi sulla paura di cambiare che in questi giorni mi prende.
C’è stato da quel punto li, però, un prima ed un dopo. A legarli è stato l’impegno che mi sarei assunto di li in avanti, e mi sono trovato a pensare spesso, in quei momenti, che molto di quello che davo era l’immagine di ciò che era stato lui per me. Per quanto sia stato buono il mio lavoro, in quegli anni, era il frutto di ciò che lui aveva seminato, e che si stava perdendo.
Ci siamo incontrati adesso, in una vita ancora diversa, per uno strano gioco del destino, e chissà perchè.
Un prete, Don Cesare, che non ho mai conosciuto, a legare quest’assenza.
Adesso che sta di nuovo tutto per cambiare, l’ho ritrovato.
Il mio capo Reparto.

Lo stesso discorso, da sempre.

Un paio di sere fa Serena Dandini mostrava nella sua trasmissione un vecchio filmato (minuto 25, per chi volesse) custodito nelle teche della Rai con Beniamino Placido, nel quale il giornalista (di cui tanto ho sentito parlare in questi giorni, quanto lo disconoscevo quando era in vita) riprendeva un anedotto semplice ma quanto mai efficace raccontato da Tolstoj, la storia di una contessa russa che va a teatro con la sua carrozza, in una gelida notte invernale, per vedere “La capanna dello Zio Tom”, e si commuove, sinceramente, nel vedere come laggiù, in una terra lontana, quei poveri “negri”, o neri, che dir si voglia, soffrano vivendo in situazioni assurde, mentre il suo cocchiere l’aspetta fuori dal teatro letteralmente morendo di freddo.
E mi viene cosi da pensare alla rincorsa alla solidarietà, agli appelli accorati per le raccolte fondi per quello che di terribile è successo ad Haiti, alla commozione corale con cui parteciperemo a questo lutto e parallelamente ripenso a tutti i distinguo, alle prese di posizione, alle parole sprezzanti con cui si sono accompagnate le immagini della cacciata da Rosarno degli immigrati.
Come se non si trattasse della stessa sofferenza, come se fossero eventi incorrelati, come se non ci trovassimo dinnanzi ai segni lampanti di un mondo spesso trascurato che bussa alle nostre porte chiedendoci il conto.
E’ lo stesso discorso, da sempre, però a quanto pare, è necessario ribadirlo costantemente.

Qualcuno che alza la testa

E da un pò che non scrivo di ciò che succede qui intorno, in fondo c’è fin troppo rumore ed evitare ridondanze, soprattutto se non aggiungono altro a quanto già leggo qui e li, può anche essere visto come un segno di maturità.

Però oggi ho sentito che Google ha detto no, finalmente, a quel colosso economico nel quale ogni altra azienda del mondo vorrebbe finir dentro.

E a me pare un’ottima notizia per il futuro, un segnale che forse, non necessariamente, ogni nazione debba abbassare la testa, in nome di un interesse puramente economico, alla Cina, una delle più grandi dittature ancora presenti al mondo e nella quale le libertà personali vengono calpestate giorno per giorno.

(l’immagine l’ho rubata a lui)

Electronic Bus Stop

Si, è proprio da nerd, ma non ho resistito.

Palinsesti paralleli

Sarà uno strano gioco dei palinsesti se su Raidue Minoli santifica Craxi e sulLa 7 danno “La grande fuga”?

The hangover

Questa è la commedia più divertente che abbia visto negli ultimi cinque anni, almeno.
La storia è semplice, tre dude accompagnano il loro amico a Las Vegas per festeggiare l’addio al celibato, e si ritrovano il giorno dopo alle prese con i casini di una notte da bagordi a cui devono assolutamente trovare un senso per poter arrivare in tempo per la cerimonia nuziale.
C’è il figo, professore per necessità più che per volontà, il dentista represso dalla fidanzata iper oppressiva, ed il fuori di testa, disadattato, ma assolutamente il più geniale della compagnia.
Difficile trovare un modo più godibile per passare due ore di leggerezza e di ilarità (letteralmente, sarò io scemo, ma non ho smesso di ridere un attimo) soprattutto facendo il confronto con ciò che dalle nostre parti non cessa neanche per un anno di far botteghino.

p.s. e devo dire grazie per il suggerimento a certe frequentazioni in rete

Un blog che è già carta straccia