Sabato mattina

Il vino che corre veloce e che, appena poggi la testa sul cuscino, impone ai tuoi occhi di chiudersi. Risvegliarsi al mattino e poi rigirarsi nel letto fin quando se ne ha voglia.
E poi Genova, questo sabato mattina, o forse lo sarà sempre, è ciò che richiedi ad una mattina di primavera. Le mamme con le figlie, sorridenti per gli affari fatti pochi minuti prima al mercato rionale. La panettiera che urla ad un vecchietto che non ce la fa proprio a sentirla quando viene il suo turno, una piazza con le panchine affollate, i cani che fanno i fatti loro.
C’è un mercato coperto, con le bancarelle che sembrano una Ballarò più ordinata e vien voglia di far spesa. Comprare del pesce, per esempio, che sembra aver l’occhio vivo, mica come in quei tristi banconi degli ipermercati milanesi.
Riempire le buste così di sardine, polpi e vongole e poi a casa, ad affettare il prezzemolo, l’aglio, mettere tutto sul fuoco, e godersi il pranzo, in questo sabato tipicamente italiano.

Un cretino

Un cretino che si muove con movenze da cretino, che usa la sua stupidità per aprire scatole che sono chiuse fin troppo bene.
Un cretino che farebbe di tutto per condire il silenzio, per congiungere gli attimi di sospensione. Che non ha paura di sembrar cretino con le sue battute troppo idiote per essere vere.
Un cretino che impazzirebbe nel veder teste quasi sempre chine, capaci di non sussurrar parole per decine e decine di minuti.
Piuttosto, preferisce fare il cretino.
Visto che lo è.

Diciamo

Dovrebbero oramai averlo capito che andare in televisione non è soltanto fare passerella. Quando vai ad un dibattito politico dovresti sapere già che c’è qualcuno che è pronto ad afferrarti per la giugulare e schiaffarti a terra prendendo la tua magagna, perchè anche tu l’hai fatta, e utilizzandola con la maestria della mantide, che per ore sta in attesa del momento giusto.
Dovresti averlo capito, o qualcuno te lo dovrebbe aver spiegato.
Dovresti aver anche tu affilato l’arte della risposta che smorza i toni, che passa oltre con superiorità. Avresti dovuto passare ore in sala di simulazione, proprio come i piloti, a schivare i colpi di un Sallusti qualsiasi.
Se, come D’Alema, non lo hai ancora imparato, dovresti cominciare a pensare di metterti da parte, te come tutti i tuoi compari nella stessa situazione.
Magari lasciando spazio a qualche faccia nuova.

Nomi e cognomi

Stasera ho visto un uomo che metteva in fila le parole, che non era un attore, e neanche un giornalista, ma ci teneva li con la forza dei suoi monologhi e di quelle verità.
Ho visto un uomo che, cosa rara, faceva nomi e cognomi.
E adesso, tornato in casa, dopo aver riso con lui, il senso di immobilità di certi momenti, mi rende inquieto.

Macchie indelebili

Il giorno dell’incidente nella piattaforma petrolifera al largo della Lousiana è coinciso con quello del mio rientro in Italia.

Inutile descrivere il movimento delle mie gambe, al ritorno da un’esperienza di quel tipo, dopo aver potuto saggiare realmente la vita nell’offshore.
Dopo il disastro del Piper Alpha, nel 1988, in cui persero la vita 167 persone, le regolementazioni internazionali sulla sicurezza
si sono fatte più stringenti, ed ogni operazione è regolamentata da rigide procedure che possano prevenire le possibilità di
incidenti. Ogni singola operazione, effettuata in quell’ambiente, possiede un grado di rischio ben superiore a quelle effettuate
a terra, non fosse altro che per la difficoltà di fuga.Per questo l’accesso alla piattaforma può avvenire soltanto dopo aver partecipato da un corso, da ripetere ogni quattro anni, di addestramento e di sicurezza, della durata di almeno tre giorni, anche abbastanza duro.
Naturalmente ciò non può bastare ad eliminare le probabilità di incidenti, visto quella componente di casualità o di non curanza dell’operatore che il più delle volte è la causa del danno.
Fa comunque particolarmente impressione pensare che questo evento sia accaduto nel Golfo del Messico, ritenuto dagli addetti al lavoro che ho conosciuto, il migliore possibile in cui operare. Quello in cui un pò tutti auspicavano di poter lavorare nel futuro.
Del resto, per quanto anche li non fossero concesse deroghe alla sicurezza, e venissero, per dire, eseguite prove di evacuazione ogni settimana, era evidente come su qualcos’altro ci fosse la possibilità di venire a patti con le regole.
Nulla di eccezionale, visto che ad ogni livello, governativo ed aziendale, erano note, ma che facevano storcere il naso un pò a tutti.
Andando oltre al gioco di rimbalzo tra BP e governo americano, che si rivelerà comunque sterile, sarà interessante comprendere quali saranno i futuri provvedimenti che tutti i produttori ed i governi coinvolti assumeranno per evitare futuri, e comunque probabili, eventi di questo tipo.
E sperando che per tutti serva da monito ai più disinvolti.
Visto che comunque del petrolio sembra che non ne sappiamo ancora fare a meno. Tutti.

Sarà tutta colpa del rum

In quei giorni in cui potevo controllare i miei feed per almeno fare un pò di pulizia o leggere i post più brevi, mi soffermai soltanto su un post.
La sera prima avevo letto un bell’articolo, su Wired sulla bloguera cubana Yoani Sánchez, una delle poche voci libere che, con non poche difficoltà, da quell’isola giungono al resto del mondo.
La presenza, oramai, su molte riviste internazionali, comincia a dare parecchio fastidio dalle parti di Raul Castro.
Tant’è che la mia attenzione fu catturata da una lettera di Gianni Minà sul Fatto Quotidiano.
Senza pensare alle imitazioni di Fiorello, di Gianni Minà continuo a ricordare le vecchie trasmissioni sulla Rai e, nonostante la pericolosa deriva senile che hanno preso le sue opinioni, una simpatia naturale.
La lettera però è tutto un’intendere fatti imprecisati, ipotesi complottiste internazionali, che può far cadere le braccia anche ai più ben intenzionati, se con un minimo di buon senso.
Ed infatti oggi Wired risponde ad ogni sua proposizione per mano del traduttore italiano di Yoani, e lo fa senza risparmiare neanche un colpo.
Istruttivo, per comprendere certi vizi.

Lentamente si ritorna

Sono tornato da appena due giorni.
E’ un lentissimo ritorno alla normalità.
Tengo lontano il rumore del nostro provincialismo, per il nostro piccolissimo mondo. Quasi mi infastidisce, oggi.
Sono passato direttamente da Genova, e soltanto oggi sono arrivato a casa, posticipando a domani il ritorno in ufficio.
Mi sono ricordato di non aver pubblicato quanto avevo scritto le ore prima della partenza.

Ultimo giorno.
Le ultime ore prima di partire si consumano lentamente, nell’attesa annoiata nella camera d’albergo.
Annoiato forse non sarebbe l’aggettivo più adatto nel descrivere la pienezza di questi momenti. Avrei potuto avere tutto il tempo per annoiarmi in questi giorni, ma non si può mai dire che mi sia trovato nella condizione di desiderare null’altro da fare.
In nave le attrattive non sono molte. Le giornate cominciano alle sei del mattino, la colazione è servita fino alle sette, e già in quell’ora ognuno ha conquistato la propria posizione.
Alle nove, secondo una tradizione rispettata ovunque, su ogni piattaforma, si serve una
pizza fumante, mentre il caffè nero e lungo è sempre a disposizione.
Si pranza già dalle undici e fino all’una, e praticamente a distanza di ogni due ore
c’è la possibilità di sgranocchiare qualcosa, almeno fino alle nove di sera.
Due ore dopo la cena.
Ho passato molto tempo lavorando, anche oltre l’orario in cui gli altri riposavano, e con indosso ancora la mia tuta da lavoro gironzolando tra la nave ascoltavo i canti di preghiera
dei Nigeriani, riuniti in sala mensa, e le discussioni nella sala caffè.
Il telefono, l’unico, spesso non funzionava, ed anche la Rete, nell’unico computer a disposizione, qualora girasse, era di una lentezza che mi portava indietro al ’97.
Chiamavamo con il nostro satellitare, fuori, sul ponte. Per fortuna. E, nel mare tutto illuminato dalla torcia che bruciava gas, una di
quelle sere un bel gruppo di delfini si è messo a giocherellare, difronte a me, eccitato come un bambino al luna Park.
Nonostante tutto erano giornate talmente piene che anche tornando in cabina, trovavo il modo per
godermi anche le ore di relax, prima di andare a letto. Ho letto Lindo Ferretti e la sua autobiografia, “la verità dell’Alligatore” di Massimo Carlotto,
ed un paio di numeri di Wired e dell’Internazionale.
Mi son fatto una cultura di televisioni locali e di reti internazionali. Avrei voluto vedere per intero
l’Inter battere il Barcellona, se la televisione non avesse continuato a gracchiare per tutti e novanta i minuti.
E poi ho visto una gran quantità di film.
– in volo, “Questioni di cuore”, Voto 8.
– L’intera serie di “Romanzo Criminale”. Voto 8.
– Good night and good luck. Voto 6,5.
– Fascisti su marte. Voto 6,5.
– Soul Kitchen. Voto 5,5.– Lo spazio bianco. Voto 7.
– Lebanon. Voto 6,5.
– La matassa. Voto 7,5.
– Così parlò Bellavista. Voto 4,5.
– Valentino, l’ultimo imperatore. Voto 8.
– Gli abbracci spezzati. Voto 7,5.
– Accordi e disaccordi. Voto 6,5.

Oh, sono già quasi venti giorni che son lontano da casa.

p.s. le foto, fatte con un iphone, sono meglio che nulla. Per cui magari le pubblico, o magari no.

Nella prigione dorata

Sono ancora in Nigeria. Siamo sbarcati a terra giusto ieri mattina. Dall’elicottero alla jeep, e poi diretti in base. Saremmo dovuti rientrare in Italia già mercoledì ma i nostri passaporti sono fermi ad Abuja per il rinnovo del visto, tra un mese e mezzo sarò nuovamente qui.
I voli poi sono totalmente affollati dopo il caos aereo di questi giorni, ed anche volendo l’unico posto per il nostro biglietto open sarebbe per martedì prossimo. Il piano d’emergenza ci riporterà a casa invece domenica mattina con un volo port harcourt, lagos, Istanbul, Bologna, Milano. Praticamente interminabile. Comincio ad essere stanco, anche perché, finito il lavoro, ci si annoia e vien voglia di casa. Ieri praticamente il morale era a terra, come le nostre valigie.
Qui in base però si sta bene, se non pensassi a ciò che c’è fuori potrei pensare di essere in un villaggio vacanza. Piscina, centro relax, birra, drink e musica.
Fuori invece non si può neanche mettere il naso. Ci si muove soltanto scortati e il rischio di rapimenti è altissimo. La sera prima del nostro arrivo la base era circondata da militari per un mancato pagamento di tasse, e nessuno sarebbe neanche potuto entrare o uscire dalla base. Davvero un gran casino, davvero.

Un’esperienza mistica, o quasi

Giorno 9
Come si dice, se qualcosa può andar storto, puoi star piu che sicuro
che lo farà.
In effetti, davvero nulla è andato liscio, fin da quando siamo
arrivati. Materiale sbagliato, per dirne una.
E poi, il mio di lavoro. Avrei dovuto sbrigare la faccenda in poco più
di due giornate, nella migliore delle ipotesi, ed invece le dodici ore
giornaliere volavano via come se nulla fosse, lasciandomi poco tempo
anche per respirare. In effetti il fiato era continuamente sospeso, e
l'ansia mi ricordava i tempi dell'università, mal di pancia compresi.
Un problema incomprensibile, un po' per tutti, ma che mi faceva
restare al palo.
Le ho provate un po' tutte, ed alla fine, martedi sera, almeno in test
sembrava dovessi poter gridare il mio eureka. Si trattava di provarla
sul campo, adesso.
Ore 10. L'elicottero è venuto a prendermi, questa volta andrò da solo
sulla mia isoletta preferita. A farmi compagnia quattro operatori
nigeriani.
Hanno persino dato una ripulita alla sala di controllo, steso i
tappeti, neanche fossi un re. Anche se, era necessario.
Loro chiacchierano, e qualcuno di loro al piano di sotto pesca. Faccio
appena in tempo un tonno scappare dopo essere quasi giunto a lunghezza
di presa, si vede che anche lui non ha voglia di farsi fregare.
Resto li davanti alla mia postazione per ore, quando esco è oramai
buio. Mi danno la mia cena e torno subito a lavoro.
Sono le dieci e mezza e ho provato davvero tutte le possibilità, tutte
tranne una.
Oramai sono tutti nella stanza, a me ironicamente hanno preparato il
letto vicino alla sedia su cui lavoro.
Provo, per l'ultima volta, che oramai sono le undici e mezza passate.
Non riuscirei comunque a dormire, teso per come sono. Non voglio
fallire, in un'occasione cosi importante.
Tento, e finalmente va.
Halleluja.
Esco fuori, avrei voglia di gridare, ed invece resto il silenzio.
Comincio a girare per la piattaforma dal primo all'ultimo piano, e mi
guardo intorno. Silenzio, interrotto dal brusio di qualche motore.
Guardo il cielo, e perfino lui mi ha regalato una notte limpida.
Salgo nel punto più in alto, dove l'elicottero atterra, e mi siedo al
centro. Le ventiquattro luci in lontananza mi ricordano che non sono
solo, illuminano l'immensità di questo mare.
Butto la schiena all'indietro, mi fermo cosi, a guardare le stelle,
tutte li solo per me, ne sono sicuro, e mi viene voglia di
ringraziarle ad una ad una.
Un'esperienza quasi mistica, giuro.

Mourning

Giorno 7

Non ho molto chiaro quello che succede nel resto del mondo, non riesco
a percepirne le reazioni e le ripercussioni, se non quello che arriva
attraverso le onde trasmesse dalla BBC e la CNN, uniche televisioni
comprensibili ed accettabili tra le poche disponibili.
Il tempo per comprendere è poco, sommersi come si è dal lavoro, e poi
non è comunque voglia. Isolarmi e disintossicarmi non è un gran male.
Non ho potuto però ignorare quanto successo sabato in Russia, con il
disastro aereo in cui è stato coinvolto il presidente polacco, e non
tanto per la gravità dell'evento che, se fossi stato in Italia, non
avrei sicuramente percepito allo stesso modo. Quanto per il
coinvolgimento con cui è stato vissuto a bordo da tutti i membri
dell'equipaggio.
Già sabato, quando ancora ero sulla piattaforma, in attesa
dell'elicottero che mi avrebbe riportato sulla nave principale, il
nostro Venerdì ci informava fortemente dispiaciuto di quanto aveva
appreso dalla tv nella sua cabina.
Giunti qui, la televisione era perennemente puntata sui canali
d'informazione per le ultime novità. C'è il capitano, polacco, e
qualche altro responsabile, ma per il resto l'equipaggio è composto da
locali, tutti allo stesso modo coinvolti.
Ieri, come ogni settimana, si esegue una prova d'emergenza. Ogni uomo
abbandona la sua postazione andando verso il punto di riunione, la
sala mensa, dove viene verificata la presenza di ogni componente.
Ritrovarci tutti insieme nello stesso luogo è stata l'occasione per
condividere quanto era successo e dopo alcune parole del responsabile
per la sicurezza, un operaio, probabilmente anche prete o qualcosa di
simile, ha preso la parola invitandoci a pregare insieme in
un'atmosfera di commozione che avevo difficoltà a comprendere, con i
miei occhi da occidentale assuefatto ed insensibile oramai a tutto
quanto.
Ci penso ancora, e non riesco ancora a comprendere cosa ci siamo
persi, se per noi tutto o quasi scorre come l'olio quando non ci
coinvolge direttamente.

Un blog che è già carta straccia