Giornate nigeriane

Giorno 5.

Non fate troppo caso all'odore che veniva fuori dai miei indumenti. E'
davvero insopportabile, lo ammetto.
Ma sono tornato appena qualche ora fa sulla nave principale e mi
sembra già di essere in un grand hotel, recuperando con la
forza del sapone una dimensione più evoluta.
Non ci pensi tantissimo quando sei appena tornato da un posto ficcato
dall'uomo con forza in mezzo all'oceano, le cui fondamenta scavano
fino
giù a 98 m sotto il livello del mare, e ti trovi in compagnia del tuo
team e di unico operatore, il nostro Venerdì, normalmente abitante
solitario
per tutto il suo turno di quest'ammasso di ferraglia. Non ci pensi
troppo, almeno per i primi due giorni, fin quando il tuo corpo non
comincia ad
esigere una dimensione meno estrema.
Con i barracudas lunghi almeno 70 centimetri, tonnetti pinna gialla e
miriadi di sardine e altri pesci sconosciuti che girano sotto ai tuoi
piedi
nel primo livello di questa struttura metallica, arruginita qui e li,
con l'olio ad ungere i passamani ed intorno esclusivamente mare, mare,
mare, in ogni
direzione, interrotta dalla luce delle piattaforme intorno a te, ti
rendi conto che quel luogo ed uno di quelli in cui soltanto in pochi
si sono trovati ad
essere. Tra tutti i luoghi del mondo quello che non si attendeva di
trovarsi tra i piedi un uomo a fare di quell'angolo sua proprietà.
E che l'essenzialità, virtù dimenticata, diventa esigenza con cui
convivere, quando il rancio arriva una volta al giorno, e ti trovi la
sera, seduto
su uno dei tanti gradini con lo sguardo fisso nell'oscurità, dopo una
giornata infinita e terribilmente sfrustrante di lavoro, ed il cielo
che non hai mai visto, con quelle latitudini.
E comunque, pensi che ne sia valsa la pena.

Come una Pasqua

Amico mio, ci si può sentire una Pasqua, molti dei quali comprendono te. Auguri, te li sei guadagnati, anche stavolta

Inabissarsi, a volte è saggio.

Poche parole, per cogliere il senso di questi giorni, in cui ho evitato di tediarvi con le mie idee sul voto e sul vuoto del pd, anche perché ho letto post ben più saggi in giro.
In realtà sono preso da altro, i preparativi per il viaggio in Nigeria rubano ogni mio pensiero. Torno adesso da un ultimo giro di 600 km, e martedì finalmente si parte.
E non sarà mica una vacanza, li in mezzo all’oceano.

Il titolo del post, l’ho preso dal blog di quest’ottima trasmissione di radio popolare, che anche i non milanesi possono ascoltare in podcast.
E poi era un buon titolo, per il primo di Aprile.

Nessuna pietà

Il giorno dopo le elezioni sono sempre una pessima persona. Intrattabile.
E non ero neanche uno dei votanti.

Macchietta di me stesso

Ho visto quest’immagine, ho riso e l’ho ripubblicata su un socialcoso.
E ho fatto un errore madornale nel cadere in questa trappola, perché tra i tanti modi per ridere di qualcuno questo è davvero il più idiota.
Nonostante Brunetta, o forse soprattutto per questo.

E devo dir grazie ad un mio amico, Giuseppe, per avermelo ricordato.

Neanche la Nazionale

Ciò che può soltanto la nazionale è riuscito a Berlusconi, e forse dovremmo trovare il modo per ringraziarlo, una buona volta.
Catalizzatore dei cattivi pensieri del quaranta per cento degli Italiani, che ieri sera sembra abbiano trovato la propria valvola di sfiato, a guardare i commenti che si leggono in giro.
Cogliendo l’invito dei ragazzi di Ponteranica, sono andato a vedere la trasmissione in un piccolo locale del paese. Arrivato abbastanza presto, cosi da poter mangiare un boccone almeno prima della trasmissione, ho trovato la sala, di per se abbastanza grande, con qualche posto occupato da clienti intenti nella lettura di quotidiani e riviste, o in partite a dama. In poche decine di minuti, ogni panca era invece occupata, il bancone circondato da avventori, e ogni tentativo di movimento richiedeva una lunga sequela di permessi e compermessi.
Quelli che erano i racconti degli anni ’60 con i bar affollati di gente a guardare il Rischiatutto, o Canzonissima, si stavano letteralmente manifestando davanti i miei occhi. Qualcosa di totalmente diverso dell’ambiente, ben più popolare, di una partita del pallone al bar. Quello che viene descritto come evento innovativo è stato piuttosto, per i miei occhi, un salto in un passato che non ho vissuto.
Un’atmosfera complice come non si stesse per guardare la solita trasmissione che magari ogni giovedì sera attraversavamo con uno zapping, o ci mettevamo a criticare da un divano. Come se quasi ci si aspettasse una catarsi, in quella serata in cui tanti volti, censurati o osannati dagli antiberlusconiani, avrebbero trovato voce.
Poi la serata è stata ciò che si aspettava, con i contenuti che conosciamo e che magari non condividiamo del tutto, ma con punte più o meno notevoli negli interventi di Luttazzi (il turpiloquio eletto ad arte?), della Gabanelli, di Monicelli, o nel delirio di Morgan (qualcuno faccia qualcosa per quest’uomo), o di Benigni, per dire qualche nome. Era tutto un susseguirsi di sguardi di compiacimento, di dubbio, di stupore con il vicino di tavolo, di applausi convinti, di attimi di estrema attenzione.
Nulla che sposti di una virgola il voto di domenica prossima, o la coscienza dei soliti indifferenti per i quali magari non è successo niente, a guardare i soliti tg.
Ma con un effetto dirompente, se è riuscito, attraverso questa migrazione alla “tv 2.0, cross-mediale, a portare in un piccolo bar di paese, o sulle piazze virtuali, decine, centinaia di persone a condividere un sentimento comune di imbarazzo per la situazione che stiamo vivendo.

Fosse solo per questo, dovremmo davvero ringraziarlo, quell’omino li.
E vabbè, anche chi l’ha pensata una serata così.

C’era canzonissima?


Domani,magari ve lo racconto, come ho vissuto io questa serata.

Autogrill

Era da un’intera giornata che andava guidando, fin da Reggio Calabria, dalla quale era partita già cinque ore prima.
Soltanto un tiepido sole d’inizio primavera le faceva compagnia, e la voce di quello stupido speaker alla radio che andava farfugliando parole nell’etere, giusto per essere perse, subito dopo.
Le labbra bruciavano chiedendo acqua, le implorarono di fermarsi al prossimo autogrill.
Scese, svogliatamente, raccogliendo la borsa dalla quale stavano fuoriscendo buona parte dei suoi effetti personali. Si diresse al bar e poi, al bagno. Dinnanzi alla porta si fermò e decise, senza sapere poi bene perchè, di entrare in quello degli uomini. Aprì la porta mentre la donna delle pulizie, distratta, dava una pulita a quegli specchi sempre troppo sporchi. Cercò in quella borsa la penna con cui fino a poco tempo fa disegnava i suoi progetti, e sul muro scrisse: “Senza te, non posso più stare. Chiamami, ti prego“.
Dopo pochi minuti, era nuovamente in macchina. Era già troppo tardi.

Per amarti

Cerco di metterla in cantina, ma ogni tanto mi sembra necessario farla riemergere.

E adesso come la mettiamo?

Stuzzicare i miei amici destrorsi (e per fortuna che esistono), che dall’inizio della sua presidenza non sperano che nel suo fallimento, nella giornata della vittoria più importante, non ha prezzo.

Un blog che è già carta straccia