Tutti quei passi

Roma, 28/09/2011

Fuori dalle stazioni c’è un’intera città, i taxi che si svuotano, gli amori che si salutano, i venditori ambulanti che si riposano sulle panchine, le zingare con i loro bambini infasciati tra le braccia. Tutto si racchiude in quell’isolato che eleva a potenza gli incroci possibili.
Ed io resto a guardare, in attesa del prossimo treno, tra quei passaggi, gli incroci perduti, quelli mai arrivati.

Per le strade di Ferrara

Ferrara, 05/10/2011

In giro al festival di Internazionale.

 

Di cartoni e spazi

Di scatole ne vado riempiendo continuamente in queste settimane. Le riempio, le porto dietro, le distribuisco per cantine e raccolgo l’ indispensabile, sempre oltre il necessario. Mi muovo per case a cui non farò in tempo ad abituarmi, in cui le svuoto, e con le quali riempio armadi alti fino al soffitto.

Ho svuotato la casa in cui per tre anni ho vissuto, le pareti si sono liberate di quadri e suppellettili, gli armadi hanno fatto spazio a sagome disegnate sui muri, i divani si sono trasformati in cuscini, i letti in materassi gonfiabili. Le spalle stavano oramai le ultime sere appoggiate ai muri sporcati del nostro passaggio. L’occasione che serviva per liberarsi da tante inutili abitudini.

Il punto è che quando punti a raccogliere tutto all’interno di un cerchio minimo, ti ritrovi a non sapere più cosa andavi cercando. Tutto ti sembra lì per un motivo, ma sembra più l’ansia di un raccoglitore di cianfrusaglie per mercatini o cassonetti, più che l’arte ragionata di una raccolta che segue un senso. Ed allora via a tutto ciò che da questo senso distrae.

Ed allora via alle ore di navigazione ininterrotte, ed ininfluenti. Che non si capisce davvero dove porti quest’ansia di sapere che ci è presa da qualche tempo a questa parte. Succeda quel che vuole in giro per il mondo, ciò che importa probabilmente è nel marciapiede sotto casa. Questo continuo aggiornamento del quale, se poi te ne chiedono un resoconto, non ricordi che un accenno che ti rende incapace di formulare un’idea che riconosca come tua. Idee spezzettate senza andare nel profondo, senza coglierne il senso perché già un attimo dopo c’è qualcosa di più o meno interessante, ma comunque qualcos’altro. Il mio cervello è ancora troppo poco evoluto per poter surfare senza farsi prendere dall’ansia da una velocità d’assorbimento che non riesce a sorreggere, per cui una rapida sforbiciata è ciò di cui potrei aver bisogno.

Lavorare per svuotamento. Da riempire ci sono soltanto dei cartoni, e questo può bastare.

Di tela in tela

In  confronto a questi qui, anche Penelope era una dilettante. Proprio non ce la fanno, e non per giochi di potere o quant’altro.

 

Per essere di poche parole ci possono essere molte ragioni

Cose che capitano

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Brolo, 08/08/2011

Puro veleno

Il punto è che poi si esagera e seppure si conoscono i limiti non si trova di meglio da fare che girarci intorno in attesa che ti facciano crollare.
E così magari ti ritrovi ad affrontare salite improponibili, salite che anche quelli del Giro d’Italia si rifiutano di tentare, a sentire le leggende. Un chilometro prima il cartello della gara che lì si svolgerà a Settembre non augura nulla di buono fin dal nome, “Extreme race Punta Veleno“, mentre la gente di Brenzone a cui chiediamo informazioni guarda i nostri rapporti posteriori e ride immaginando che ripasseremo davanti alle loro panchine dopo davvero poco tempo. In effetti, anche soltanto il primo chilometro di avvicinamento sembra un muro insormontabile. Rapporto leggero più che si può leggiamo la pendenza media del primo tratto, ferma al 17,5  %. Pedaliamo come possiamo, ma dopo appena due chilometri a questa maniera tanto vale scendere e spingere la bicicletta fino a pendenze più umane. Nessuno del resto ci supera, la strada è sgombra da ciclisti che  tentano la salita, soltanto qualcuno che scende facendo stridere le pastiglie dei freni, e, quando fermi ad un tornante vediamo un uomo in mountain bike salire sembra di assistere ad una specie di miracolo. Non fa per noi, per cui meglio procedere alla nostra maniera, perché anche il solo tentativo di rimettersi in sella e recuperare l’equilibrio si rivela vano senza nessuno che ti spinge da dietro. Soltanto negli ultimi tre chilometri la pendenza torna a livelli umani e ci decidiamo a ripartire, ma quanta fatica ancora prima di arrivare in cima. Appena dieci chilometri di veleno, però la vista da lassù è la più bella che mi sia ritrovato a guardare su due ruote. La montagna si piega su se stessa, crea una curva che ti costringe a guardare giù sullo strapiombo mentre davanti è tutto lago. Subito dopo la curva la strada si apre in un alpeggio prima della discesa. Ci saremo avvelenati, ma sarà di quel veleno che ti cura. E sarà magari da ritentare, con risultati migliori, possibilmente.

Catena mia, portami via.

A forza di rimandare pensavo che non sarebbe successo più. Sempre una causa a cui attribuire le colpe, le priorità a cui dare spazio, gli alibi a cui attribuire la scarsa motivazione. Eppure, era sempre lì, nella lista di quei buoni propositi a cui non sai mai se darai seguito, a cui releghi un piccolo spazio ad intervalli irregolari, ma di cui puntualmente te ne dimentichi. Uno di quei buoni propositi che di tanto dovresti provare a spuntare dalla lista che hai in testa e a cui non riesci neanche a dare un ordine.
Poi però, le occasioni, capitano, o le fai capitare. Qualche legame in meno (forse il più importante?), un gruppo di coinquilini già su quella strada, pronti ad attendermi, ed eccomi lì, su di lei, nera, con quel sellino bianco pronto ad accogliere le mie chiappe. Da Aprile, ne ha macinati almeno ottocento di chilometri, e neanche dei più semplici. Salite, perché la sofferenza della scalata è il vero pane, ed anche se le gambe non girano ancora ai giusti giri, resisti finché puoi, finché almeno la cima non è raggiunta, per poi liberare le gambe e la soddisfazione della meta raggiunta nelle lunghe discese. E’ un piacere fisico quello restituito da ogni goccia di sudore. Difficile da spiegare il piacere nel guardare quei cartelli dei chilometri che ti sfilano accanto molto lentamente mentre i polpacci soffrono. O la sensazione nel non riuscire, raggiunta la cima, a ricostruire nemmeno un pensiero fatto lungo quei chilometri, forse, semplicemente perché non eri in grado di farne uno, costretto com’era il tuo cervello a raccogliere le energie da ogni singolo angolo del corpo. Difficile da capire, probabilmente.
Ma una mente completamente svuotata è una buona ragione per auto imporsi la sofferenza, a dispetto di ogni birra bevuta e di ogni sigaretta fumata nelle sere precedenti, un buon modo per espiare le proprie colpe, per recuperare persino le forze. Questo pensi, tornando a casa, in macchina, aspettando la doccia e progettando la prossima salita.

Che tipo strano/2

Quando qualcuno sul sedile posteriore dell’auto mi parla e non lo sento, io, istintivamente, alzo il volume della radio.

Che tipo strano

Io, quando in estate mi trovo in macchina e non sono preso dalla briga di guidare, mi metto a guardare fuori e con il pollice e l’indice disegno  un piccolo spazio. Ci guardo poi attraverso e cerco tutti gli oggetti che nell’orizzonte riescono a stare all’interno di quello spazio, siano un guardrail, ed allora potrei proseguire per chilometri con lo stesso oggetto, o una pala eolica, un albero o una casa. Vai a capire perché.

Un blog che è già carta straccia