Sarebbe forse questa l’unica domanda da porre dinnanzi a noi stessi confrontandoci con la storia di Eluana.
Penso a piccoli esempi, a storie di ogni giorno, senza voler per forza ricorrere agli esempi estremi che storie come queste possono evocare.
Mi chiedo quale amore possa stare in ognuno di noi per poter sopravvivere alla privazione delle nostre aspirazioni, dei nostri bisogni, per la totale dedizione ad una persona. Sia figlio, sia madre, sia amante o marito.
Io non so cosa farei. Non ho risposte. Francamente, non so come potrei reagire a qualcosa del genere. Mi sento forse troppo viziato per poter rinunciare a me stesso. Non lo so. Tenterei credo, ma per quanto tempo?
Non credo che molti di noi potrebbero rispondere a piè sospinto ad una domanda del genere. Nessuno a priori, senza rischiare di cadere nell’ipocrisia.
E non voglio neanche fingermi sociologo guardando al semplice ruolo che gli anziani hanno nella nostra società quando perdono la loro autosufficienza totale.
Forse per questo bisognerebbe semplicemente tacere dinnanzi alla dedizione che noi forse non avremo mai.
Guardando a se stessi e agli esempi che ci circodano.
Muovendosi verso una libertà di scelta che non è superficialità. E’ comprensione di un limite difficilmente individuabile altrimenti.
Che poi, la chiave è negli esempi che la vita ci dona e nell’educazione che riceviamo.
Penso a questo, ed intanto in questi anni quest’amore io lo sto vedendo. Giorno per giorno, nonostante le difficoltà che evidentemente s’incontrano.
E per questo penso che sia normale.
Anche se, guardandomi intorno, proprio normale non è.
