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Perché abbiamo bisogno dei sottotitoli

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 Milazzo, 13/10/2011

In Sicilia il pedaggio si paga da pochissimo tempo. E si vede.

A modo mio

Tutti quei passi

Roma, 28/09/2011

Fuori dalle stazioni c’è un’intera città, i taxi che si svuotano, gli amori che si salutano, i venditori ambulanti che si riposano sulle panchine, le zingare con i loro bambini infasciati tra le braccia. Tutto si racchiude in quell’isolato che eleva a potenza gli incroci possibili.
Ed io resto a guardare, in attesa del prossimo treno, tra quei passaggi, gli incroci perduti, quelli mai arrivati.

Per le strade di Ferrara

Ferrara, 05/10/2011

In giro al festival di Internazionale.

 

Di cartoni e spazi

Di scatole ne vado riempiendo continuamente in queste settimane. Le riempio, le porto dietro, le distribuisco per cantine e raccolgo l’ indispensabile, sempre oltre il necessario. Mi muovo per case a cui non farò in tempo ad abituarmi, in cui le svuoto, e con le quali riempio armadi alti fino al soffitto.

Ho svuotato la casa in cui per tre anni ho vissuto, le pareti si sono liberate di quadri e suppellettili, gli armadi hanno fatto spazio a sagome disegnate sui muri, i divani si sono trasformati in cuscini, i letti in materassi gonfiabili. Le spalle stavano oramai le ultime sere appoggiate ai muri sporcati del nostro passaggio. L’occasione che serviva per liberarsi da tante inutili abitudini.

Il punto è che quando punti a raccogliere tutto all’interno di un cerchio minimo, ti ritrovi a non sapere più cosa andavi cercando. Tutto ti sembra lì per un motivo, ma sembra più l’ansia di un raccoglitore di cianfrusaglie per mercatini o cassonetti, più che l’arte ragionata di una raccolta che segue un senso. Ed allora via a tutto ciò che da questo senso distrae.

Ed allora via alle ore di navigazione ininterrotte, ed ininfluenti. Che non si capisce davvero dove porti quest’ansia di sapere che ci è presa da qualche tempo a questa parte. Succeda quel che vuole in giro per il mondo, ciò che importa probabilmente è nel marciapiede sotto casa. Questo continuo aggiornamento del quale, se poi te ne chiedono un resoconto, non ricordi che un accenno che ti rende incapace di formulare un’idea che riconosca come tua. Idee spezzettate senza andare nel profondo, senza coglierne il senso perché già un attimo dopo c’è qualcosa di più o meno interessante, ma comunque qualcos’altro. Il mio cervello è ancora troppo poco evoluto per poter surfare senza farsi prendere dall’ansia da una velocità d’assorbimento che non riesce a sorreggere, per cui una rapida sforbiciata è ciò di cui potrei aver bisogno.

Lavorare per svuotamento. Da riempire ci sono soltanto dei cartoni, e questo può bastare.

Di tela in tela

In  confronto a questi qui, anche Penelope era una dilettante. Proprio non ce la fanno, e non per giochi di potere o quant’altro.

 

Per essere di poche parole ci possono essere molte ragioni

Cose che capitano

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Brolo, 08/08/2011

Puro veleno

Il punto è che poi si esagera e seppure si conoscono i limiti non si trova di meglio da fare che girarci intorno in attesa che ti facciano crollare.
E così magari ti ritrovi ad affrontare salite improponibili, salite che anche quelli del Giro d’Italia si rifiutano di tentare, a sentire le leggende. Un chilometro prima il cartello della gara che lì si svolgerà a Settembre non augura nulla di buono fin dal nome, “Extreme race Punta Veleno“, mentre la gente di Brenzone a cui chiediamo informazioni guarda i nostri rapporti posteriori e ride immaginando che ripasseremo davanti alle loro panchine dopo davvero poco tempo. In effetti, anche soltanto il primo chilometro di avvicinamento sembra un muro insormontabile. Rapporto leggero più che si può leggiamo la pendenza media del primo tratto, ferma al 17,5  %. Pedaliamo come possiamo, ma dopo appena due chilometri a questa maniera tanto vale scendere e spingere la bicicletta fino a pendenze più umane. Nessuno del resto ci supera, la strada è sgombra da ciclisti che  tentano la salita, soltanto qualcuno che scende facendo stridere le pastiglie dei freni, e, quando fermi ad un tornante vediamo un uomo in mountain bike salire sembra di assistere ad una specie di miracolo. Non fa per noi, per cui meglio procedere alla nostra maniera, perché anche il solo tentativo di rimettersi in sella e recuperare l’equilibrio si rivela vano senza nessuno che ti spinge da dietro. Soltanto negli ultimi tre chilometri la pendenza torna a livelli umani e ci decidiamo a ripartire, ma quanta fatica ancora prima di arrivare in cima. Appena dieci chilometri di veleno, però la vista da lassù è la più bella che mi sia ritrovato a guardare su due ruote. La montagna si piega su se stessa, crea una curva che ti costringe a guardare giù sullo strapiombo mentre davanti è tutto lago. Subito dopo la curva la strada si apre in un alpeggio prima della discesa. Ci saremo avvelenati, ma sarà di quel veleno che ti cura. E sarà magari da ritentare, con risultati migliori, possibilmente.