La fatica è il senso

La ricerca dell’impresa con cui misurarsi mi sembra una caratteristica di questi anni. Non riuscirei a spiegarmi in altro modo il fiorire di attività che spingono il corpo verso i suoi limiti, l’esplosione delle attività di endurance, nelle quali la fatica è la misura di ciò che si riesce ad essere.

Si muovono nella società contemporanea come due movimenti congiunti, che continuano a parlarsi. Da una parte l’intelligenza artificiale trova risposte a quasi ogni domanda che gli poniamo, le aziende tecnologiche sono ossessionate dall’idea di un mondo “frictionless”, nel quale ogni ostacolo tra noi e il risultato viene eliminato. Dall’altra, però, dedichiamo una quantità crescente di tempo ed energie ed attività che hanno come unico scopo quello di reintrodurre una difficoltà: correre una maratona, scalare una montagna, attraversare un mare, pedalare per migliaia di chilometri. Come se l’assenza di fatica ci rendesse la vita più comoda, ma non necessariamente più significativa.

È un concetto per me molto chiaro e che si palesa in ogni aspetto della vita. Nulla che non sia conquistato con fatica ha valore, perché il valore sta nel percorso che ti ha portato verso l’obiettivo. Per questo puoi ritenerti fortunato nel nascere in una famiglia molto ricca, ma non sarai mai realmente soddisfatto come chi, in quel punto, è arrivato guadagnandosi quella posizione. Basta guardare, restando all’attualità alle penose interviste rilasciate da LMDV (Luigi Maria Del Vecchio all’anagrafe) e alla storia di tanti rampolli che faticano nel trovare la propria posizione nel mondo.

Ma tornando più semplicemente al nostro piano, quello di comuni uomini della strada, anche la nostra vita è estremamente meno faticosa rispetto a quella dei nostri nonni. Comandi vocali, marce automatiche, delivery, acquisti on line, e ogni comodità hanno reso la quotidianità più semplice.

Eppure, questo surplus di energia abbiamo necessità di convertirla in qualcosa che riempia di senso l’esistenza. In questo si spiega l’esigenza di creare imprese che costruiscano una storia, e nelle quali non esista soprattutto nessuna sovrastruttura che possa limitare le nostre possibilità. La misura del valore dipende esclusivamente dalla dedizione all’obiettivo, ed è qualcosa che raramente è possibile raggiungere in qualsiasi altro campo dell’esistenza. Non c’è un giudizio esterno da attendere, non un esame da superare. Il raggiungimento del traguardo, in quel caso, rende protagonisti del proprio percorso. Anche se le imprese sono folli, senza alcuna logica sensata, ci emozionano. Guardavo per esempio, qualche giorno fa il bel film su Diana Nyad, la nuotatrice che ad oltre sessant’anni, per superare un momento di vuoto nella propria vita, riprende a nuotare per tentare la traversata da Cuba a Key West, in Florida, mai riuscita a nessuno. Quella che a ventotto anni fallì. Tenta, e fallisce più volte, ma è come se la vita, senza quell’impresa non valesse la pena di essere vissuta. Rischia di morire più volte, a causa degli squali, dell’ipotermia e delle meduse, ma in qualche modo riesce a portare a termine l’impresa.

Impresa che, da ogni punto di vista di analisi razionale, non ha alcun senso. Eppure ci emoziona. Perchè torna a mostrare un homo sapiens nudo e privo di ogni appiglio, che con convinzione e capacità, raggiunge il traguardo voluto.

Cosa può riempire più di senso di questo?