Le donne, quando si vogliono incontrare, lo fanno sopratutto per parlare. Potrebbero restare ore sedute a discutere ai tavolini di un bar o in macchina. Non hanno filtri, non hanno paura del giudizio, e non si fanno problemi a parlare di tutto ciò che la loro vita riempie, che sia un pannolino, una febbre, un piacere momentaneo, un film che le ha emozionate. Sono abituate a stare insieme condividendo le parole. E io, che le parole fatico spesso a trovarle, mi chiedo dove trovino quell’interminabile flusso di parole, dove sia quel pozzo immaginifico dal quale attingono continuamente.
Non vedo quasi mai due amici seduti insieme ad un bar. Se sono due uomini, si danno appuntamento per discutere di un qualcosa da combinare insieme, che sia un piccolo progetto o la prossima asta del fantacalcio. Forse è un bias maturato negli ultimi anni, ma ho la sensazione che per noi uomini sia molto più complicato. Lo era sicuramente meno quando ancora il lavoro non era diventato parte fondamentale della vita, in quel periodo nel quale le opportunità apparivano infinite ed il futuro una strada da costruire. Crescendo, con le inevitabili sconfitte e ridimensionamenti che la vita di offre, per noi uomini diventa più difficile aprirsi, confrontarsi, semplicemente parlare guardandosi negli occhi.
A parte pochi, rarissimi casi, ovviamente. Per noi è troppo spesso una battaglia inconsapevole nel misurarsi, come alci nel periodo dell’accoppiamento, un istinto quasi naturale al perenne confronto.
Eppure le pubblicità degli anni ottanta sono passate da un pezzo, ma nonostante tutto certi convincimenti culturali ci hanno insegnato a non condividere troppo, che ogni parte di noi che traspare potrebbe segnalarne delle fragilità. Ci piace stare insieme agli altri, si intende, ma dobbiamo comunque fare qualcosa in quel tempo condiviso. Ci vediamo per una partita al calcetto, a padel, una passeggiata in montagna e poi per una birra al pub in cui parlare del più o del meno. Ma bisogna sempre tenersi sulla superfice, non andare a scavare troppo.
Intanto il mondo fuori è cambiato e posso capire che la risposta più immediata, più viscerale, sia per molti il ritorno ai vecchi paradigmi, in un mondo di ruoli ben definiti, nel quale non è necessario porsi troppe domande. La manosfera e ciò che la avvolge non è altro che una risposta a questo bisogno di semplicità. Una maschera che attraverso muscoli ed arroganza cerca di nascondere una vulnerabilità, come nel più banale dei camuffamenti.
Sarebbe senz’altro più complicato, come sempre, cercare strade nuove, rieducandoci al dialogo e all’ascolto. Ne siamo capaci, ma soprattutto ne abbiamo voglia?