Archivi categoria: Old

Incapaci di guardare il proprio ombelico

Su ciò che sta succedendo a Gaza ho preferito tacere. Troppo indietro occorrerebbe andare per dare un’idea oggettiva di ciò che sta succedendo ed alla fine sicuramente non ci si può dividere a cuor leggero in fazioni. Occorre conoscere e approfondire molto per dare un giudizio che non sarà mai definitivo. Per questo non mi è piaciuta la trasmissione di ieri sera di Santoro.
E non mi è piaciuto soprattutto l’atteggiamento altamente polemico con chi non condivideva il suo stesso punto di vista. Non si può parlare di dialogo e poi essere incapace di accettare le opinioni altrui.
Per questo mi sono trovato d’accordo con quanto letto qui oggi. Leggendo troverete molte cose che io non sarei capace di esprimere.

Scoprendo Scerbanenco

Ho cominciato a leggere noir.

E ho iniziato quasi da subito con Giorgio Scerbanenco, considerato padre del noir Italiano e di cui ultimamente avevo sentito spesso parlare.
Ho iniziato con un suo libro di racconti, Milano Calibro 9. Vi ho trovato uno sguardo cinico e perfettamente lucido sulla società, sulle sue debolezze, le sue meschinità, le sue stesse tracce di amore e di tenerezza, in una scrittura rigida e asciutta, perfetta per le atmosfere dei racconti.
La Milano e l’Italia degli anni Settanta viene restituite cosi come i fotogrammi in bianco e nero viste in tivù lasciano immaginare, ma nello stesso tempo vengono raccontate storie senza tempo.
Mi sembra perfino assurdo che sia relegato ad una conoscenza marginale e non venga considerato tra i più grandi della letteratura del nostro secolo. Sarà forse dovuto allo snobismo con cui fino a quale tempo fa veniva guardata questo genere di letteratura?

Che posto hanno gli ultimi?

“Le leggi sull’immigrazione
dovrebbero essere generose,
dovrebbero essere giuste,
dovrebbero essere flessibili.
Con leggi di questo tipo
potremmo guardare
il mondo, e il nostro passato,
con la coscienza
e le mani pulite”

John F.Kennedy. A Nation of Immigrants (1958)

Tasse sull’immigrazione, classi ponte, medici con l’obbligo di denunciare l’immigrato senza permesso di soggiorno che chiede cura, tasse più alte per i piccoli imprenditori immigrati.
Quanta distanza creeremo in questo modo, e quanta rabbia coverà? E con che semplicità vengono tutelati coloro che non possono esprimere il proprio dissenso politicamente e democraticamente.
Aggiungo in coda anche questa riflessione dal blog di Francesco Costa:

Scremato il dibattito dalle posizioni più o meno apertamente razziste, il problema dei permessi di soggiorno in Italia non è la presenza o no di un balzello, che esiste già senza scandalo in altri paesi. Il problema è l’opportunità di inserire nuove tasse in una fase economica in cui mezzo mondo fa l’esatto opposto, ma soprattutto il sistema inefficente e inutilmente vessatorio con cui i permessi di soggiorno vengono erogati ai cittadini extra-comunitari. Il problema è il fatto che oggi i permessi di soggiorno vengano rilasciati mesi e mesi dopo che si sia presentata la documentazione necessaria, e durante quel lunghissimo intervallo gli immigrati siano costretti a non uscire dal paese, anche se dovessero farlo per lavoro o per motivi familiari (ma sarebbe ugualmente vessatorio se volessero andare in vacanza). A causa di questi enormi ritardi, poi, capita sovente che vengano consegnati permessi di soggiorno già scaduti o destinati a scadere entro poche settimane. Un governo serio si dedicherebbe a sciogliere questi nodi, piuttosto che a elaborare manovre punitive soddisfando l’ignoranza rancorosa di chi, orgogliosamente italiano, meriterebbe di stare in un paese civile e democratico meno di tanti altri.”

Priorità

Non mi va di parlare con leggerezza.

L’inizio del nuovo anno sta rendendo il suo conto e sto accumulando cose che vorrei fare sul tavolo da tempo, cose che vorrei imparare e spazi che vorrei conquistare. Ma trovo solo disordine per il momento.
Per questo voglio leggerezza per vivere tutto con più semplicità, lasciando scorrere priorità che mi vado imponendo ma che non posso afferrare.

Sarà che non ho ancora un agenda su cui disegnare nuovi percorsi?

Vuccuzza di ciuri

Mario Incudine canta De Andrè:

La mappa del potere


da “S” di questo mese.

Snowboard, primo tentativo

Si ha pur bisogno di adrenalina ogni tanto.
Si ha pur bisogno di tornare a casa con i muscoli in disordine.
E sono queste due di quelle cose che mi mancavano da un mucchio di tempo,
forse da certe uscite a perdicollo con il reparto.
Ed è per questo che è stato bello cominciare ad usare ieri lo snowboard
ieri in questo posto qui.

Fabrizio De Andrè 2009. Il nostro Santo Laico

E’ vero, Fabrizio De Andrè, è stato uno dei più grandi poeti di questo secolo. E come tutti i grandi è apprezzato oggi più di quando era in vita. Per uno he ha vissuto sempre contro, in direzione ostinata e contraria (come il nome di una delle ultime, infinite raccolte) chissà come sarebbe guardare tutte queste commemorazioni.
Che ben vengano, però a sentirsi improvvisamente amati da tutti ci si sente quasi stonati. Soprattutto se si corre il rischio di finire nei programmi ministeriali.

Le parole più sincere in questi giorni di memoria comune le ho lette su questo post, che riporto in una piccola, ma mica tanto, parte :

Il problema di De André è un problema italiano, è un problema dato da quello che lui rappresenta, dalla sua icona schiacciante di artista non compromesso che rifiuta i milioni di papà, sentimentalmente dolente e sociopoliticamente militante, che viene rapito e perdona i rapitori, che non si abbasserebbe a uno slancio di vitalismo cazzone come Buonanotte fiorellino o Fegato spappolato: anche quando canta Rimini, la città più pirlona d’Italia, lo fa con tono un po’ lugubre e di compassione per le umane miserie – ben diversamente da un Raf, che a Rimini va in palla per una coi sandali, come faremmo noialtri rimbambiti (cfr. Malinverno). De André è il santo cantautore di un paese necrofilo che non vede l’ora che tu muoia per renderti commosso omaggio, e un po’ se l’è cercata, essendo stato un grande fautore dell’accoppiata morte-redenzione: quando 10 anni fa è andato a dormire, dormire sulla collina, ci ha trovato metà dei personaggi della sua discografia, dagli Impiccati dell’allegra ballata a quelli che morirono a stento, dai defunti presi a prestito dall’Antologia di Spoon River all’uomo probo della Ballata dell’amore cieco; da Geordie a Miché, dall’amico Tenco (Preghiera in gennaio) a – naturalmente! – Marinella. Ha fatto più morti della strategia della tensione, lui e Francesco Guccini davvero sono i due stragisti del pop italiano.
Sia chiaro: non è un problema di De André ma mio, se lui canta i vinti e mette a disagissimo noi che forse coltiviamo il sogno piccoloborghese di essere perlomeno pareggianti e ogni tanto, meschini, ci crediamo assolti ma siamo lo stesso coinvolti e – ouch!, ecco le pantere venute a morderci il sedere. Il vero problema diffuso sta nel fatto che i libri e film e dischi che lo ricordano ci stanno assediando. Il fatto che l’altra sera lo celebrava Vincenzo Mollica e ieri sera lo celebrava Maurizio Mannoni e sabato pomeriggio lo celebrava Francesco Facchinetti, e oggi lo celebra Aldo Grasso sul corrierone dicendo che non gli va che Mollica celebri uno che lui, Grasso ascolta (a suo dire) ogni singolo giorno. Ed eccoci finalmente al punto.
Sì, il punto è questo, e se amate De André e finora siete riusciti, magari contorcendovi, a tollerare quanto ho scritto, sappiate che è QUI che vi farò incazzare. Il problema di De André è che è il pret-a-porter poetico più comodo da indossare in Italia. Che sostenere di amare De André è come giocare l’asso di briscola: chi può negarti un’anima nascosta di purissima e sofferente poesia, se dici di amare De André? E credetemi, tra le persone che mi hanno detto di amare De André ci sono alcuni dei più viscidi arrampicatori che io abbia mai conosciuto – però De André monda da ogni nequizia, come nemmeno Padre Pio (e prima o poi mi aspetto di vederlo in una fiction Rai, interpretato da Sergio Castellitto, visto che dopo Padre Pio ed Enzo Ferrari, Don Milani e Fausto Coppi, tra i tanti di cui il Paese non è stato degno e che lui ha tristemente interpretato, un cantautore gli manca). Il fatto è che se dite di amare Francesco De Gregori o Neil Young, con tutte le puttanate che hanno fatto, è evidente che vi prendete sul gobbone anche le loro puttanate, e siete indulgenti con loro come siete autoindulgenti con voi. Ma con De André, non c’è niente da perdonare. Chissà, forse ascoltando lui, davvero potete credervi assolti. E a proposito di essere assolti, se pensate che sulle navi da crociera un futuro presidente del Consiglio cantava straziato le sventure di Marinella, forse capite cosa intendo dire. Quindi, gente, credetemi: la cosa migliore che posso fare in memoria di De André è NON parlarne bene e non chiamarlo “Faber” come se fosse un mio amico: l’ho visto solo una volta in vita mia, presentava la riedizione – in duetto con Mina – di quella cazzo di canzone di Marinella, e non sapevo veramente cosa dirgli, perché come amico non so se lo vorrei, uno che non scrive né fa mai puttanate. Vuoi mettere frequentare Tiziano Ferro e andare con lui a toccare le sise alla Arcuri? Non sarà spessore artistico, ma è spessore umano. “

Cosa ne pensate?

Per la serie “Uomini Straordinari”

Giulio Andreotti ha già prenotato un posto in paradiso.
I suoi segreti li andrà a confessare li, quindi.

Frammenti/2

Nell’angolo restarono.
Aveva sempre bisogno del disordine
per sentire non ristagnare il suo sangue.
E per questo se ne accorse soltanto dopo un paio di giorni.
Resto titubante.
Andò a stendere i panni con l’idea che non avrebbe mai avuto la forza
di buttar via tutto.
Aveva sempre cercato di ricucire ad ogni strappo,
e non capiva, adesso, se a dettare quei suoi gesti fosse stata la paura.
Incapace di gettare ogni cosa, la sua stanza, i suoi cassetti, li trovava pieni di mucchi
di cimeli, fotografie e torsoli di mele e mezze noci.
Come quelle raccolte nel prato oltre il fiume che non aveva il coraggio d’attraversare e
che aveva rivisto soltanto quando della vigna non era rimasto nulla.
Quando tornò nella stanza si abbassò a livello del pavimento ed, ad uno ad uno, cominciò a guardarli da ogni lato, osservando l’angolo di rottura e la forma del taglio.