La famiglia Lodo

La follia è dietro l’angolo

Prima di cominciare a lavorare nel meraviglioso campo dell’IT pensavo che queste immagini di cui sotto fossero realmente costruite da pseudo attori a raccontare un mondo inesistente.
Adesso, a quasi un anno dall’ingresso in azienda, so di essermi trovato spesso in situazioni vicine a quelle illustrate. Non so se sia il rincoglionimento lanciato dall’utilizzo continuo di questi laptop, se siano le richieste allucinanti dei clienti, ma sono sicuro di aver schivato tali situazioni soltanto per l’acquiescenza di tanti.

L’ultimo evento è stato modellato in questo splendido teorema:

T1: Teorema della sovrapposizione dei fluidi [Ovvero applicazione del fenomeno di rimbalzo di un flusso d’aria.]
Sia dato un rompicoglioni M , un ventilatore da tavolo V posto ad una distanza x da M, ed il flusso d’aria F generato da V. F provoca su M un aumento della funzione di scoglionamento S(x) la quale è inversamente proporzionale alla stessa distanza x.
Pertanto al tendere a zero della distanza x la funzione S(X) tende a all’infinito. Questo in virtù del fatto che il flusso F subisce un singolare fenomeno di rimbalzo provocato da una fantomatica superficie $(M) nota solo e soltanto ad M.

C1: Corollario.

Sia dato M rompicoglioni noto in T1. Sia GES3E l’ufficio e C un generico collega di M diverso da M stesso.
Data la funzione CSM(C) indicante la sensazione di Cactus Sotto (i) Maroni provocata in ciascun elemento C dallo scoglionamento S(x) di M nota in T1 esse sono direttamente proporzionali. Pertanto il limite per x che tende all’infinito della funzione di scoglionamento S(x) di M comporta la rapidissima convergenza all’infinito della funzione CSM(C) per ogni collega C. Sia inoltre N il numero di spine del Cactus anch’esso converge all’infinito con modalità esponenziale al tendere all’infinito dello scoglionamento S(x).

Anche le mucche, nel loro piccolo…..


…si ribellano, scappano per i monti, sfuggano dalla civiltà che li vuole bistecche. Un “Into the Wild” in salsa bovina.
Una storia di libertà, trovata su Nazione Indiana.com

Ah les vaches! di Carlo Grande

Si chiamano “Primula”, “Camomilla” e “Margherita”, sono scappate alla fine dell’estate scorsa, mentre le altre centosessanta sorelle salivano disciplinatamente sui camion per scendere a valle, al termine della stagione degli alpeggi. Sono rimaste tutto l’inverno oltre i duemila metri di quota, sulle montagne piemontesi di Pragelato, in Val Chisone, vivendo allo stato brado, sfuggendo a una decina di tentativi di cattura da parte di margari, addetti del Comune, veterinari e privati cittadini “che avevano offerto collaborazione”, come nel Far West. Chi è andato a cercarle ha potuto solo osservarle da lontano, perché appena cercava di avvicinarsi a meno di trecento metri le vedeva fiutare l’aria e scappare lontano, sempre più in alto. Le “fuggitive” sono tre giovani mucche di razza piemontese (fra l’anno e mezzo e i due anni), protagoniste di una “fuga per la libertà” che ha dell’eccezionale: hanno passato l’inverno ad alta quota, a temperature proibitive (è cresciuto loro il pelo, come agli yak tibetani), sono sopravvissute ai lupi che bazzicano i valloni, sono sfuggite alle laboriose catture con “teleanestesia”, con proiettili-siringa, cioè muniti di narcotici. Hanno resistito sei mesi, superando d’un balzo – per qualche straordinario “richiamo della foresta” – millenni di adattamento all’uomo.

La grande fuga dei bovini è terminata pochi giorni fa: “Erano ormai inselvatichite, verso di noi non mostravano più alcun timore” dice Vincenzo Fedele, responsabile dei veterinari dell’Asl 3 di Pinerolo. Come partigiani si erano acquartierate vicino alla borgata Allevè, che gode di un’ottima esposizione. “Chi le ha viste – ha scritto qualche settimana fa l’Eco del Chisone – le ricorda più veloci dei cervi, quando scappavano, anche immerse nella neve, sempre in formazione compatta. Dietro, una scia che pareva quella di uno spartineve. Senza mai voltarsi, verso la primavera”.

Con la primavera, però – agli inizi di maggio – sono state riacciuffate: spinte dalla fame erano scese a quote più basse, sono state attirate in un recinto, dove era stato messo del foraggio. Dopo una ventina di giorni, a metà aprile, una è stata catturata, mentre le altre hanno ripreso testardamente il largo. Le hanno bloccate sette giorni dopo, erano in ottime condizioni di salute: niente tracce di malattie come la Tubercolosi e la Brucellosi bovina, (trasmissibili all’uomo), nessun pericolo per le altre specie di animali selvatici.
Fine della corsa, rientro nei ranghi. Rimane la loro stagione di pura avventura, come banditi, come contrabbandieri d’antàn, leggendari in tante montagne. Le tre giovani mucche – impossibile non provare un moto di simpatia per loro – sono state protagoniste di una storia d’altri tempi, inimmaginabile per gran parte degli uomini, figuriamoci per animali della loro specie. Ora le tre ribelli sono rinchiuse in qualche stalla della pianura Saluzzese, chissà se i margari le riporteranno lassù, quest’estate, sugli amati pascoli di Traverse e Mendie, dove hanno corso una stagione “sul filo del rasoio”, come “Blade runner”. Anche i replicanti erano “lavori in pelle” destinati a essere “ritirati”. Nel film uno di loro era un esemplare femmina “da piacere”, un’altra (come il maschio, Rutger Hauer, peraltro), decisamente da combattimento.

Anche le manze hanno bravamente combattuto, per non tornare a valle, per restare fuori dal gruppo. Anche i bovini – ora lo sappiamo – qualche volta, nel loro piccolo si arrabbiano.

Dentro l’ipermercato

Qualche anno fa avrei pensato che un concerto in un centro commerciale rappresentasse l’uccisione dell’arte. Cosi fu, ieri sera però vado al Centro Torri (l’iper mega centro commerciale di Parma), dove tra borse della spesa, carrelli e vetrine illuminate, voglio sentir suonare i Baustelle. Il centro commerciale aperto anche di notte per accogliere l’annoiato passiò dei parmigiani ha preso il posto delle piazze dei nostri paesi in cui sentivamo cantare Little Tony e Adriano Pappalardo. Quando ancora vivevo in Sicilia tendevo a sottovalutare il fenomeno, ma giunto a Reggio Emilia ho subito capito l’importanza e la necessità di questi non luoghi. Mi capitava cosi, nei primi pomeriggi da straniero in patria, di soffermarmi in quelle piazze per sentire un calore che altrove non esisteva. Quando mi spingevo fino al centro della città, in quei giorni di febbraio, si entrava in quel regno di tristezza che forse solo le piccole città invase dalla nebbia ti sanno dare. Tra quelle vetrine invece la gente trovava quel surrogato della vitalità che era abitudine a Palermo. Sorseggiavano caffè, sfogliavano libri, compravano broccoli e carote, passavano dal barbiere e pagavano le bollette. Caldi in inverno e freschi d’estate, nei centri più grandi puoi stare perfino tutto un sabato. Puoi far la spesa della settimana, posare i pacchi in macchina e andare a fare un giro per i negozi d’abbigliamento, e tra un capo e l’altro mettersi in coda per la cena al ristorante messicano/giapponese/indiano, finir di digerire la cena alla sala giochi nella quale i bimbi si divertono a collezionare cartoncini per improbabili peluche, e concludere la serata al multisala vedendo Indiana Jones e trangugiando chili di pop-corn. Una situazione da incubo che in una vita può accadere, cosi com’è accaduto a me. Dopo tutto questo, le serate “aperte” non sono che la naturale evoluzione (involuzione).
Per questo potrei mettermi nei panni del radical-dandy-noglobal-alternativo e giudicare un concerto dei Baustelle in questi centri un vero e proprio delitto. Ma sono uscito da questo tunnel di luoghi comuni quando ho compreso che, baby, questo è il futuro, che ci piaccia o no. E’ il mercato a dettare le sue regole, e se non le accetti difficilmente riuscirai a mangiare a fine serata. Anzi, mi risultano adesso indigesti gli appartenenti alla suddetta categoria che con il portafoglio pieno sparan giudizi. Non esistono attenuanti per questi, il successo della band amata è uno spettacolo a cui assisterebbero meno volentieri della caduta di un angelo impertinente dal Paradiso. Solo nella fame c’è redenzione. Ma un pensiero è giunto sentendo cantare queste note che dicevano:

E’ difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile
Anna pensa di soccombere al Mercato
Non lo sa perché si è laureata
Anni fa credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada
Finge di essere morta
Scrive con lo spray sui muri
che la catastrofe è inevitabile

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco

Nella sua borsa di Dior
Legge la Fine nei sacchi dei cinesi
Nei giorni spesi al centro commerciale
Nel sesso orale, nel suo non eccitarla più
Vede la Fine in me che vendo dischi
in questo modo orrendo
Vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà

E’ difficile resistere al Mercato, Anna lo sa
Un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico
Adesso è un corpo fragile
che sa d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
Nel tizio stanco
Nella sua borsa di Dior
Muore il Mercato per autoconsunzione
Non è peccato, e non è Marx & Engels.
E’ l’estinzione, è un ragazzino in agonia.
Vede la Fine in me che spendo soldi
e tempo in un Nintendo
dentro il bar della stazione
e da anni non la chiamo più.

Cosa c’è di più eversivo e rivoluzionario di tutto questo, raccontare i barbari in cammino, quando si è invischiati nella melma? E più grave esserci dentro o non rendersene conto?

Quann’era cu tia cuttuni cugghia

Per i miei coempaesani, vicini e lontani, ecco a voi una carrellata di proverbi siculi:

E continuate poi a ridere qui.

Cosa sono le pari opportunità?

Magari ce lo facciamo spiegare dal ministro Carfagna?

Padroni della verità

Ormai anche i concetti più basilari hanno necessità di essere ribaditi. Berlusconi e la sua coalizione dietro lo scudo della maggioranza raggiunta alle elezioni crede di possedere la verità, e quindi di sapere ciò che il popolo vuole. E ciò per cui i suoi elettori l’hanno votato è per ottenere la sua impunità e per non essere intercettati (non capisco perché a me non mi beccano mai, eppure i miei bei scandali cerco di farli) . Bontà loro, a farsi fregare una volta si può essere ingenui, a farlo per tre volte si è imbecilli.

Riporto la lettera di Umberto Eco, a proposito della manifestazione di giorno 8 Luglio contro il governo. Esprime, come ho detto prima, concetti basilari. Dovremmo essere tutti li a manifestare quel giorno.

“Cari Amici,
mentre esprimo la mia solidarietà per la vostra manifestazione, vorrei che essa servisse a ricordare a tutti due punti che si è sovente tentati di dimenticare:
1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la maggioranza ha il diritto di governare.
2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa che, mentre rispetta il governo della maggioranza, essa si esprime a voce alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perché questo è il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.
Umberto Eco”

E da noi?

Si continua a parlare di muri da ripulire, un pò come ieri. Qui da noi le azioni di civiltà sono imputabili a pochi individui, tali comunque da non costituirne una entità rilevante. Non per fare l’esterofilo che pensa che altrove sia sempre meglio, ma leggere di questa notizia mi fa pensare ad un livello di civiltà inimmaginabile. Chi da noi provasse ad assumere questi atteggiamenti verrebbe qualificato come “spia”, “infame” o “pezzo di mer….”, in Giappone invece:

Giapponesi imbrattano Firenze. Scoperti dai connazionali e puniti

FIRENZE – Turisti e “writers”. Un fenomeno crescente tra i giapponesi. Arrivano perfino dalla “Firenze del Sol levante”, Kyoto, per imbrattare la Firenze originale. Sfuggono alla giustizia italiana, ma non all’occhio vigile e alla coscienza civile – evidentemente globale – dei propri connazionali, che li segnalano, nel loro Paese, con conseguenze che vanno fino al licenziamento, se il “writer” svolge una mansione che riveste funzioni di controllo o educazione sociale. Casi che si sono ripetuti con crescente frequenza, fino al punto di scatenare forme di “controllo diretto” da parte della maggioranza nipponica che va in giro per il mondo senza lasciare tracce scritte di sé. Un fenomeno da bollare come una “vergogna”, in una cultura così attenta anche alla componente formale delle relazioni umane e sociali.

Nel capoluogo toscano, è il terzo caso segnalato in pochi giorni. Pizzicati dai concittadini mentre lasciavano ricordi sul Duomo, cinque giovani sono stati prontamente segnalati in patria e sanzionati. L’ultimo a essere scoperto è stato un insegnante trentenne di una scuola superiore che, subito rimosso dalla carica di allenatore di baseball della squadra dell’istituto, rischia ora addirittura il licenziamento in tronco. Nonostante quella dei graffiti, nel Paese del Sol Levante, sia un’arte come e forse più che in Occidente – li chiamano Rakugaki, nello slang giovanile Rackgaki.
Quello del giovane insegnante è l’ultimo di tre episodi venuti alla luce nell’ultima settimana. Nel primo caso, una studente del primo anno del College femminile della città di Gifu si è “limitata” a scrivere la data, il proprio nome e quello di altri amici sul marmo. La liceale, che studia design contemporaneo, è stata segnalata direttamente al college da altri turisti. Il college le ha impartito un duro “avvertimento” verbale, poi ha contattato l’Opera di Santa Maria: avendo appreso che la direzione della chiesa non intendeva avanzare richieste di risarcimento, ha costretto la studente a inviare una lettera di scuse, cui ha allegato quelle dell’Istituto.
Nel secondo caso, a imbrattare una colonna della chiesa sono stati tre studenti universitari in economia e lingue, tutti del secondo anno, dell’Università Sangyo di Kyoto. Per loro è arrivata una sospensione di due settimane, accompagnata dalle lettere, sia dei protagonisti dell’episodio che del rettorato. “Ho fatto una cosa tremenda, mi vergogno profondamente” ha detto – o è stato invitato a dire – uno dei tre.
Sui media nipponici si è scatenata una vera e propria “caccia ai vandali” con tanto di speciali televisivi sui principali network. Yomiuri e Asahi, i due maggiori quotidiani del Sol Levante, chiedono nell’edizione odierna scusa per il comportamento a dir poco “scorretto” dei propri connazionali.

Schedateci tutti

Ieri a Mondello ero circondato da un gruppo di Rom. Vedevo tantissimi bambini correre in acqua e giocare tra loro come tutti gli altri bambini dovunque nel mondo.
Pensare che potrebbero essere schedati e trattati come criminali è quanto di più basso possiamo fare. Significherebbe tacciarli a vita di una possibile vita da criminali.
E’ la logica preventiva che mi fa paura, e che si fa largo per ogni possibile causa.
A questo punto schedateci tutti, prendete pure anche le nostre impronte.

Gesti

La situazione, come dice Celentano, non è buona.

Siamo qui a lamentarci per tutte ciò che non ci piace e che vorremmo diverso.
Il sentimento comune però è di impotenza e di assefuazione, dettata forse dalla sensazione di solitudine, come naufraghi su un’isola deserta vorremmo trovare il nostro Venerdì che ci aiutasse a non essere sbranati dai cannibali.
L’assefuazione va combattuta momento per momento, va coltivata continuamente l’arte di indignarsi per ciò che non ci piace e quando è necessario occorre anche saper rimboccarsi le maniche.
Pochi giorni fa, non del tutto casualmente, ho ricevuto da Roberta delle foto. Raccontavano di un grande gesto di civiltà, di un esempio che stride con quella che sembrerebbe l’apatia comune.

Ciò che non ci piace va eliminato, senza deleghe. Cosi ha fatto Roberta. Per come la conosco la immagino con la sua biciclettina uscita da una lezione di diritto costituzionale camminare per le strade di Ballarò. E immagino la sua rabbia nel vedere una frase su un muro raccontare la sconfitta di uno Stato incapace di dare delle risposte. E semmai non si possa cancellare l’idea dalla testa di chi scrive una tale frase meglio non fare in modo che ciò diventi il pensiero di chi camminando per quella strada muova la testa annuendo.
E per questo che Roberta ha deciso di tornare li a cancellare quello scempio armata di pennello e vernice bianca di quel candore desiderato ma forse inesistente se non nelle miscele dei chimici.
Basta poco per colorare il mondo intorno a noi.

Un blog che è già carta straccia