Tutti guardano al mare
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| Da PERSONALI |
E abbiate pietà di me, se mi son fissato con le lomografie.
Ti depixelo io
Prega
Prega uomo, prega.
In possibile memoria di
Si fa spazio la sensazione fastidiosa che un brusio inutile affolli le giornate senza regalarne il minimo surplus, ed al quale sarebbe opportuno sottrarsi. Ché nei messaggi di stato si annidi l’animo di questo guazzabuglio che chiamiamo società, con la sua necessità costante di veder esposta in prima pagina la propria esclusività, originalità, banalità.
E quindi vien da chiedersi se non sia il caso di smetterla con tutto questo rumore inutile, quando oltretutto non spicca per originalità o per sagacia.
Eppure l’ottuso senso di responsabilità che lega ad un blog è difficile da sradicare, e l’abitudine a raccogliere pensieri, seppur diradati, la sto perdendo malvolentieri.
Potrei dirvi che per scrivere occorre pensare, ma aver la testa in aria non è più molto consigliabile. Potrei dirvi che la scrittura richiede silenzio, perché un blog è uno spazio di scrittura che si riempie in maniera inversamente proporzionale al piacere od anche solo al numero di coloro con cui puoi condividere pensieri. Potrei dire che sarebbe meglio riempire questi spazi di progetti più concreti.
O potrei anche solo dirvi che è davvero difficile provare a scrivere su una tastiera insulsa quanto questa, o anche quando provi a farlo da una tastiera inesistente.
Ma in fondo, un blog è solo una scialuppa di salvataggio per qualche pensiero più coraggioso, e come tale è bene che rimanga ciò che è.
Genova per…i Serbi
Respirando
Accadrà che torni a scrivere.
Una serie di sfortunati bla bla bla
Esce la macchina dal garage, sistema gli ultimi pacchi nel bagagliaio, i bambini li posiziona sul seggiolino, la moglie accanto a lui aggancia la cintura di sicurezza. Con un leggero tocco delle dita sposta lo specchietto retrovisore e poi lancia un’ultima occhiata al muso della sua utilitaria tirata a lucido prima del viaggio che lo porterà al mare, finalmente.
Giusto il tempo di fare retromarcia prima che un uccello di passaggio su quel cielo non decida di depositare un getto scagazzante sul cruscotto, poco sopra al tergicristallo.
Incurante, con uno spruzzo cerca di tirar via l’orripilante regalo, ma l’imbratto si espande con il fastidioso rumore del tergicristallo a far da sottofondo.
Costretto a riaprire nuovamente la porta del garage, tirar fuori un secchio e gettarlo con forza contro quel vetro oramai unto, sente qualcosa nel suo motivato buonumore incrinarsi. Il presagio di qualcosa che da quel momento sarà inevitabile, e che probabilmente l’accompagnerà per tutti e quattrocento i chilometri che si troverà a percorrere.
Non starò neanche ad elencarle, le sfighe, perchè per certe è meglio mantenere un certo riserbo, quanto meno per riservare quel briciolo di dignità che ormai resta. Tanto certi resti, sono ancora visibili, intorno a me. Solo per gli occhi attenti.
Però, quando per quelle strane coincidenze sono rimasto solo per le strade di Genova e, preso dalla certezza che tracannarmi due litri di birra all’Oktoberfest in piazza Vittoria sarebbe stato quanto meno avvilente, ho deciso di recarmi da Blockbuster, non pensavo potesse ancora esistere un posto del genere.
Un luogo in cui trovare così tanti bipedi disposti a fare una fila, dopo aver vagato tra gli scaffali dribblando popcorn e cheesecake, e cosa ancor più inconcepibile disposti a pagare ben 4,95€ per noleggiare un film, che si, potrai tenere anche tre sere di seguito, neanche fosse “C’era una volta in America“, ma che fondamentalmente potresti procurarti in almeno dodici modi diversi.
Un luogo che è un residuo del passato a cui rimane ostinatamente legato, come se gli anni 90, ehi, fossero ancora intorno a noi. Come se non fosse passato tra noi Napster, Emule, Torrent, Coolstreaming, linkstreaming e quant’altro. Come se non ci fosse un modo per essere competitivi ancora oggi, magari offrendo un download in chiavetta in pochi minuti, o più semplicemente offrendo dei prezzi più competitivi.
Vederli così avviare, con coerenza magari, verso la fine, è roba da folli. Con le loro belle magliettine gialle. Da kamikaze sorridenti.
Per la cronaca l’inconsistenza della serata mi ha spinto a farlo, e cos’ì anch’io dopo la fila glieli ho pure dati quei cinque euro scarsi. Ed ho fatto pure la tessera. La conserverò tra i cimeli.
Peccato che poi quel maledetto lettore dvd non funzionasse. Vacca boia.
I simpaticoni di Repubblica
All’incontrario va
Sono davvero lì per caso, dopo aver perso il treno per il quale avevano prenotato. E l’hanno perso dopo qualche bicchiere di troppo, che lui comunque ritiene di aver retto bene, in un parere che non collima con quello della sua compagna di viaggio. Che da allora si diverte a stuzzicarlo, ribadendo quanto abbia cercato di fermarlo più volte nei suoi tentativi di adescamento della cameriera, alla quale avrà ordinato parecchi caffè.
Lui, d’altro canto reagisce con un rossore istintivo, timoroso degli atteggiamenti che non ricorda affatto, e per il quale nutre il pudore nell’essere stato possibilmente sconveniente. E si contorce in questo timore allo stesso modo di prima, quando vagava tra i ricordi, questa volta però nel timore di una gaffe spinta dall’eccessiva loquacità che il vino potrebbe aver evidenziato ulteriormente.
Sembra passato velocemente, un viaggio di questo tipo, e potrebbe durare una giornata intera, senza sentire il peso.
Un incontro di una bellezza rara, che nei treni sembra però sempre possibile, probabilmente per quella possibilità di trovarti seduto dinnanzi ad uno sconosciuto, per minuti, ore, con la possibilità di conoscere, o soltanto di sbirciare quel poco che gli altri ti lasciano vedere.
E soltanto per una fortuita coincidenza la sera prima Dalla e De Gregori mi abbiano cantato di Nuvolari, in una piazza genovese.


