Illazioni

A dar assistenza legale ad un mafioso non si fa certo reato, ma certe amicizie si contano in voti, e alle strane coincidenze che ti portano a sederti su certi scranni ho sempre creduto poco.

Tutti guardano al mare

Non che sia stata una scelta azzeccata mettersi a camminare sul lungomare, quel pomeriggio.
Lo faceva sempre, da quando tornava in quella città soltanto poche volte all’anno, e come tutte le altre volte tornava a camminare lungo quel tratto tra il prato ed il mare, mentre cinquantenni appesantiti trovavano nel sudore consolazione alle proprie frustrazioni e coppie si fermavano a guardare aquiloni. La sua mente leggera prendeva a confondersi, disabituata a quell’improvviso silenzio dai noiosi e claustrofobici pensieri lavorativi. Era lì per ritrovare la città e cominciava a perdere contatto con la terra. Si sedette su quelle panchine colorate, che oramai smussate da più parti mostravano la propria anima di cemento. Si distese su di esse e prese le cuffie che uscivano dal suo maglione, ma la modalità casuale, che normalmente utilizzava, continuava a riproporre note di Nick Drake e Charlotte Gainsbourg, che irrispettose incentivavano una malinconia che lentamente affiorava, e che latente sentiva da qualche ora. Neppure i sorrisi e gli sguardi delle due rumene sedute accanto a lui sembravano interessargli.
Pensava piuttosto che più che una medicina per l’anima, il ritorno a casa fosse un secchio che ripescava in un pozzo nel quale rimanevano soltanto ricordi e malinconia delle quali poteva fare a meno.
Con questi pensieri prese la strada del ritorno, guardandosi intorno ed accorgendosi che tutti, alla fine dei giochi, guardano il mare.
Da PERSONALI

E abbiate pietà di me, se mi son fissato con le lomografie.

Ti depixelo io

Immagino fossero già ai nastri di partenza i giornalisti stamattina per pubblicare le foto “de-pixelate” di Ruby.
A questo punto nel dibattito sempre attuale tra l’ipotesi che la nostra sia la civiltà dei guardoni o che siano i giornalisti a creare questa degenerazione, sappiamo a chi dobbiamo assegnare un punto.

Prega

Prega uomo, prega.

Quando sembra l’ultima risorsa, prega. Quando hai dimenticato chi pregare, prega.
Anche se hai smesso di cercare, prega.
Odia e prega.
Prega e odia.
Perché è naturale odiare, sputare in terra, maledire. Perché è la tua bocca a chiederlo, e la tua rabbia a ribollire.
Non c’è nulla da nascondere, dopotutto è solo rabbia ed un temporale.
Per il quale non ti resta che pregare.

In possibile memoria di

Non è che non voglia più scrivere. Anche se la distanza tra un post ed il successivo tende ad estendersi senza sosta, mi esercito continuamente nel comporre frasi che abbiano un senso compiuto, che diano una linea di condotta al pensiero, che però raramente tornano però ad aver voglia di occupare questo spazio.
Si fa spazio la sensazione fastidiosa che un brusio inutile affolli le giornate senza regalarne il minimo surplus, ed al quale sarebbe opportuno sottrarsi. Ché nei messaggi di stato si annidi l’animo di questo guazzabuglio che chiamiamo società, con la sua necessità costante di veder esposta in prima pagina la propria esclusività, originalità, banalità.
E quindi vien da chiedersi se non sia il caso di smetterla con tutto questo rumore inutile, quando oltretutto non spicca per originalità o per sagacia.
Eppure l’ottuso senso di responsabilità che lega ad un blog è difficile da sradicare, e l’abitudine a raccogliere pensieri, seppur diradati, la sto perdendo malvolentieri.
Potrei dirvi che per scrivere occorre pensare, ma aver la testa in aria non è più molto consigliabile. Potrei dirvi che la scrittura richiede silenzio, perché un blog è uno spazio di scrittura che si riempie in maniera inversamente proporzionale al piacere od anche solo al numero di coloro con cui puoi condividere pensieri. Potrei dire che sarebbe meglio riempire questi spazi di progetti più concreti.
O potrei anche solo dirvi che è davvero difficile provare a scrivere su una tastiera insulsa quanto questa, o anche quando provi a farlo da una tastiera inesistente.
Ma in fondo, un blog è solo una scialuppa di salvataggio per qualche pensiero più coraggioso, e come tale è bene che rimanga ciò che è.
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (Gabriel Garcia Marquez)

Genova per…i Serbi

A guardare le immagini da Marassi (no, non queste), con quel indomito imbecille a cavalcioni nelle inferriate a tagliare la rete e ad incitare i suoi connazionali, sembrava che ai commentatori Rai interessasse soltanto del fischio d’inizio. Collovati, in particolare, sembrava contare i minuti prima di guadagnare questi tre punti senza faticare, neanche dovesse tornare a giocare, magari senza ritrovare quella parrucca che portava quando dava ancora calci al pallone.
Che poi, vedere la polizia così impotente, era del tutto surreale. Genova, così assennati, non ce li ricordavamo.
Ed in tutto ciò, speriamo sia davvero posteggiata in qualche carruggio ben nascosto, la Punto di Silvia.

Respirando

Accadrà che torni a scrivere.

Una serie di sfortunati bla bla bla

Esce la macchina dal garage, sistema gli ultimi pacchi nel bagagliaio, i bambini li posiziona sul seggiolino, la moglie accanto a lui aggancia la cintura di sicurezza. Con un leggero tocco delle dita sposta lo specchietto retrovisore e poi lancia un’ultima occhiata al muso della sua utilitaria tirata a lucido prima del viaggio che lo porterà al mare, finalmente.
Giusto il tempo di fare retromarcia prima che un uccello di passaggio su quel cielo non decida di depositare un getto scagazzante sul cruscotto, poco sopra al tergicristallo.
Incurante, con uno spruzzo cerca di tirar via l’orripilante regalo, ma l’imbratto si espande con il fastidioso rumore del tergicristallo a far da sottofondo.
Costretto a riaprire nuovamente la porta del garage, tirar fuori un secchio e gettarlo con forza contro quel vetro oramai unto, sente qualcosa nel suo motivato buonumore incrinarsi. Il presagio di qualcosa che da quel momento sarà inevitabile, e che probabilmente l’accompagnerà per tutti e quattrocento i chilometri che si troverà a percorrere.

Ed io ho proprio la stessa sensazione, in questi giorni. Come se si fosse aperto un varco nello spazio tempo in cui si possano moltiplicare i fenomeni fortuiti e le sfighe generiche che, se capitano tutte insieme, quanto meno, ti viene da chiederti se non fosse stato meglio dare uno sguardo agli oroscopi per poi decidere di restare sotto le coperte. A tempo indeterminato.
Non starò neanche ad elencarle, le sfighe, perchè per certe è meglio mantenere un certo riserbo, quanto meno per riservare quel briciolo di dignità che ormai resta. Tanto certi resti, sono ancora visibili, intorno a me. Solo per gli occhi attenti.
Però, quando per quelle strane coincidenze sono rimasto solo per le strade di Genova e, preso dalla certezza che tracannarmi due litri di birra all’Oktoberfest in piazza Vittoria sarebbe stato quanto meno avvilente, ho deciso di recarmi da Blockbuster, non pensavo potesse ancora esistere un posto del genere.
Un luogo in cui trovare così tanti bipedi disposti a fare una fila, dopo aver vagato tra gli scaffali dribblando popcorn e cheesecake, e cosa ancor più inconcepibile disposti a pagare ben 4,95€ per noleggiare un film, che si, potrai tenere anche tre sere di seguito, neanche fosse “C’era una volta in America“, ma che fondamentalmente potresti procurarti in almeno dodici modi diversi.
Un luogo che è un residuo del passato a cui rimane ostinatamente legato, come se gli anni 90, ehi, fossero ancora intorno a noi. Come se non fosse passato tra noi Napster, Emule, Torrent, Coolstreaming, linkstreaming e quant’altro. Come se non ci fosse un modo per essere competitivi ancora oggi, magari offrendo un download in chiavetta in pochi minuti, o più semplicemente offrendo dei prezzi più competitivi.
Vederli così avviare, con coerenza magari, verso la fine, è roba da folli. Con le loro belle magliettine gialle. Da kamikaze sorridenti.

Per la cronaca l’inconsistenza della serata mi ha spinto a farlo, e cos’ì anch’io dopo la fila glieli ho pure dati quei cinque euro scarsi. Ed ho fatto pure la tessera. La conserverò tra i cimeli.

Peccato che poi quel maledetto lettore dvd non funzionasse. Vacca boia.

I simpaticoni di Repubblica

Niente male la scelta della pubblicità nel bel mezzo della risposta di Walt.

All’incontrario va

Vi ascolto. Non posso farne a meno. Metto da parte le mie letture, ed infilo le cuffie per nascondere la curiosità che dal primo minuto avete conquistato.
Immagino però che l’abbiate capito anche voi, ma non ve ne importa.
Il flusso delle vostre parole non ha cura di un compagno di viaggio particolarmente indiscreto. Alzo gli occhi di tanto in tanto per guardare i vostri volti.
Sembrate per caso capitati su questo vagone di seconda classe di un regionale, il vostro aspetto distinto tradisce una certa agiatezza non troppo ostentata. Potreste essere marito e moglie, tanta è il fastidio con cui lei inizialmente accoglie sul suo viso truccato le parole di lui. Una coppia stanca, magari, dopo una vita intera, ma così non è. E’ chiaro.
Dalla bocca dell’uomo è un fluire dei ricordi inarrestabile, che sembra voler scavare indietro d’un secolo. Sembra una perla, rara come la voglia degli uomini anziani di parlare senza la durezza che la vita ha loro assegnato.
Le sue parole, dolci, invece, escono con difficoltà dalla sua bocca, le vedo costruirsi lentamente nel rimuginare delle sue labbra fino a quando non vengono sputate fuori senza condizione di discontinuità. E’ un uomo forte ancora adesso, lo si vede, così rimango stupito nell’accogliere l’informazione sul suo anno di nascita, 1928.
Le sue parole non nascondono un’insicurezza che non smette di far notare alla sua interlocutrice, a questo punto anche a me, sottolineando piuttosto degli imprecisati problemi che fino in fondo non ha mai risolto.
Ah, se solo avessi avuto un’educazione diversa, probabilmente non sarei così“, si lascia sfuggire raccontando la sua infanzia napoletana.
Dei genitori rigidi, come lo si era una volta.
E poi lui, il fratello e le due cugine, quasi due sorelle. Figlie di uno zio a cui tutti avevano voltato le spalle, dopo il matrimonio con una sua dipendente, uno scandalo mai accettato in famiglia.
Uno zio silenzioso e misterioso. Che però lasciava trapelare un certo affetto per lui, coraggioso al punto da non lasciarsi sfuggire una lacrima neppure dopo esser rimasto incastrato con la mano nella portiera di una macchina.
Uno zio strano, additato persino come antifascista. Come suo nonno, forse, un rivoluzionario, osa dire, ricordando la scoperta, con il fratello, in un armadio, di un vecchio vestito da garibaldino.
I racconti si spostano velocemente lungo quegli anni, mentre lei, la testa appoggiata al vetro, accarezza la catenina d’oro, annuendo di tanto in tanto. A volte, le storie che percorre sembrano incrociarsi con i sogni, quei sogni così ricorrenti da prendere la forma dei ricordi.
Come l’incontro con Nuvolari, che a lui sembrava enorme tanto lui era piccolo, nell’officina del paese. Una tuta lucente, e quella cerniera lunghissima che lasciava poi aprirsi al collo, insieme al bavero che ne dava un tono fiero. E la sua macchina, un Alfa rossa bellissima, che racconta con quella “istrascicata come a riprodurre lo stupore di quel momento, fino all’apoteosi della mano del campione che si pone sulla sua testa e chiede “Cosa fai, piccolo?“. E lui muto, niente, silenzioso, timido, che non sa cosa rispondere, se non uno strascicato “Nulla signore, stavo guardandola“.
E io sto lì, sfogliando distrattamente una rivista, di fronte a loro.
Scopro molte cose, dettagli infinitesimali che costruiscono i percorsi delle loro vite, e dei giorni appena trascorsi in Liguria.
Sono davvero lì per caso, dopo aver perso il treno per il quale avevano prenotato. E l’hanno perso dopo qualche bicchiere di troppo, che lui comunque ritiene di aver retto bene, in un parere che non collima con quello della sua compagna di viaggio. Che da allora si diverte a stuzzicarlo, ribadendo quanto abbia cercato di fermarlo più volte nei suoi tentativi di adescamento della cameriera, alla quale avrà ordinato parecchi caffè.
Lui, d’altro canto reagisce con un rossore istintivo, timoroso degli atteggiamenti che non ricorda affatto, e per il quale nutre il pudore nell’essere stato possibilmente sconveniente. E si contorce in questo timore allo stesso modo di prima, quando vagava tra i ricordi, questa volta però nel timore di una gaffe spinta dall’eccessiva loquacità che il vino potrebbe aver evidenziato ulteriormente.
Sembra passato velocemente, un viaggio di questo tipo, e potrebbe durare una giornata intera, senza sentire il peso.
Un incontro di una bellezza rara, che nei treni sembra però sempre possibile, probabilmente per quella possibilità di trovarti seduto dinnanzi ad uno sconosciuto, per minuti, ore, con la possibilità di conoscere, o soltanto di sbirciare quel poco che gli altri ti lasciano vedere.


E soltanto per una fortuita coincidenza la sera prima Dalla e De Gregori mi abbiano cantato di Nuvolari, in una piazza genovese.

Un blog che è già carta straccia