Cos’è una bandiera?

Qualche mese mi sono ricordato della bandiera verde bianca e rossa riposta in un cassetto palermitano, e mi sono detto che forse era il caso di rispolverarla anche fuori dai mondiali.
Non ho mai attribuito particolare valore all’essere Italiano, non ho mai ritenuto questa caratteristica un motivo di vanto o di orgoglio particolare, e non ho mai capito come possa esserlo qualcosa in cui non posso aver avuto modo di agire.
Se però penso di eliminare da me questa radice, penso che mi ritroverei a cercare la metà di ciò che sono. Mi metterei a cercare ciò che mi fa incazzare, ciò che penso sia giusto difendere, tutto quello che ricordo di amare da star male.
E forse per questo che non ho mai pensato di andar via. L’idea più blaterata a vanvera che realmente realizzata per cui vivere altrove possa essere la panacea da ogni male non mi è mai appartenuta. Sarei andato via, certo, se anch’io non avessi avuto alternative. Ma è andata così, almeno finora.
Epperò mi sono ritrovato a vivere in Lombardia, per di più in questi tempi strani in cui è necessario rivendicare ciò che ritenevi scolpito nella roccia. E così anche ad uno come me è sembrato necessario uscire fuori di casa una sera, appena tornato da lavoro, e piantare su un muro esterno quella bandiera.
Il mattino successivo, il mio coinquilino, ignaro, è rientrato in casa, dopo averla vista, ad abbracciarmi.
Abbiamo idee molto diverse, io e lui. Ma, appunto, anche a lui è sembrato un gesto dovuto. Mettere in mostra la propria identità, raccontare a chi passa di lì, qualcosa di ciò che pensiamo.
E’ stato per mostrare un appartenenza? Non credo. Più ci penso e più mi ritrovo a dirmi di aver fatto così un gesto di sfida, di contrapposizione con il leghista, con l’indifferente, con il menefreghista che lo vedrà.
Un simbolo, che non è mai soltanto un simbolo, per mostrare, in maniera sbrigativa, il nostro non accettare molto di ciò che accade.
E allora mi chiedo se sia giusto che una bandiera diventi questo, e mi sono chiesto poi cosa rappresenti realmente quella bandiera.
Sto ancora cercando una risposta.

Piccolo mondo

Padre e figlio

Una mattina, quest’inverno, sono andato a passeggiare vicino al mare, lasciando la provinciale appena fuori da Palermo. Avevo poco tempo, sono rimasto li per ore. Mi muovevo ad un’altra velocità. Non potevo correre in un elogio alla lentezza.

Una vita in fuga, lungolinea

Ingannando l’attesa, tra un concerto dei Virginiana Miller ed il primo Aprile.

La casa sul fiume

Groupie

Sei tu che guardi fisso verso lui, dopo aver aspettato il suo ingresso sul palco timido di questa intima sala. Imbraccia la sua chitarra e intona le sue note, mentre le parole dei suoi testi sembri conoscere per intero.
La sala non ha più posto, ma è lui che guarda te, per un momento, in uno sguardo complice che ripercorre all’indietro trascorsi sottointesi, anche solo per te.
Vedo il tuo sguardo illuminarsi con gocce di lacrime che restituiscono una luce nuova. Ti guardo nell’incanto con cui sei rapita dal tuo incantatore di parole, emozionata dai suoi sguardi rapidi verso te.
Ti guardo, divertito dal tuo trasporto, consapevole che è un gioco divertente quello che concesso dall’altra parte del palco. Un gioco privato, un gioco invidiabile.

Virginiana Miller
La foto, via Pixel

Italia 13/02/2011

Ore 02.25. Una tv privata qualsiasi.

Ore 11:30. Via Libertà, Palermo.
Ed io pressoché al centro.

Ha sempre ragione lui

Certo, al primo ascolto ho pensato fosse andato fuori di testa, ma poi divento fascista, quando si tratta di lui. Perché ha sempre ragione, anche quando fa un disco delirante, nel senso puro del termine.

Imparare ad essere lombardi/2

Potrei anche indignarmi per il comportamento del consigliere di Lega indifferente alla morte di quattro bimbi Rom.
Se non fosse che comincio a non farci più caso, se già due su tre dei colleghi con cui passo il più delle mie giornate neanche sono stati sfiorati dall’idea, al mio ritorno in ufficio dopo una settimana, di chiedermi come possa essere andata l’operazione a mio padre.

La notte è più nera

Ho comprato nei giorni di Natale un libro, ho dovuto aspettare quel momento per riuscire a scovarlo tra gli scaffali di una libreria. Ero curioso, più del solito.
Non capita del resto tutti i giorni di scoprire che un ragazzo che ricordavi tredicenne, introverso e silenzioso, pubblichi un libro.
Una storia di pecore che vorresti uccidere, altro che contarle per addormentarsi, a cui conficcare paletti nello sterno. Una storia di formazione insolita, originale, di amicizie strampalate, esperimenti improbabili e di omicidi casuali.
Nera, come la notte, surreale come sanno essere i sogni.
E’ stato bravo, il ragazzo, nel trovare una chiave per raccontare i dubbi dell’adolescenza, almeno come me la ricordo anch’io.
E’ stato bravo tanto da cominciare a conquistare qualche premio letterario, roba che non dispiace affatto. Agli esordi, soprattutto.
Io, insomma, vi consiglio di leggerlo.
Si chiama “La notte è più nera“, e l’autore è Gianluca Scaglione.
Che, oltretutto ha messo su delle spalle larghe, e silenzioso è rimasto soltanto nei miei ricordi, almeno a giudicare dai video che circolano viralmente tra i blog cittadini.

Una settimana

Torno a Milano, oggi. C’è una luce intensa, quando scendo le scalette dell’aereo. L’inverno sembra essere stato deciso, oggi, nel farsi da parte. Mi ha concesso questo regalo, o almeno mi piace pensare sia così.
Mi è tornato in mente, in questi giorni, quel monologo, in quel piccolo film con Kevin Spacey, in cui si dispensavano consigli per una vita felice.

Quel passaggio in particolare in cui diceva:

Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

E’ stato un lunedì, per me.

E sono entrato in confusione, non sono riuscito a prenotare un biglietto in maniera decente, ho smesso di lavorare.
Gestire le proprie emozioni è una faccenda sfacciatamente difficile in certe occasioni. Mastichi male nel pensare tuo padre il giorno dopo sotto i ferri, quando poi, non te l’aspetti affatto. E’ un’idea alla quale non sei mai sufficientemente pronto.

Palermo mi ha accolto con la notte nella quale, nel silenzio, si condividevano ansie fino a quel momento frammentate.
Aspettando la mattina nella quale vederlo, e rassicurarlo, per quanto possa essere possibile.
Da li in poi, è tutto uno strano effetto. Le ore, naturalmente, diventano interminabili. Le parole passano inascoltate. Nei movimenti dei medici e degli infermieri che ti passano davanti cerchi di leggere delle risposte. Le gambe diventano rigide, nel girare tra i corridoi per sciogliere le fibre dei tuoi nervi.
Potresti esplodere da un momento all’altro, lo senti, ma non è questo, il momento.
La sera, la possibilità di vederlo, dormire nella sua lettiga, uno per volta, mi raccomando, fate silenzio. Ve lo concedo, ma non esagerate.
Che poi, l’ho detto, è quella la felicità. Sentire il giorno dopo quella voce, dire frasi senza senso.

Adesso non importa più nulla. I giorni stanno passando. Le sue forze stanno ritornando, come se stesse rinascendo, di ora in ora.
Ed io sono tornato in questa casa.
Attenderò fino a Venerdi adesso per avere il mio regalo di compleanno per intero.
Ma tu vedi poi cosa non ci si inventa per stare insieme, quel giorno li.

Un blog che è già carta straccia