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Per essere di poche parole ci possono essere molte ragioni

Cose che capitano

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Brolo, 08/08/2011

Che tipo strano

Io, quando in estate mi trovo in macchina e non sono preso dalla briga di guidare, mi metto a guardare fuori e con il pollice e l’indice disegno  un piccolo spazio. Ci guardo poi attraverso e cerco tutti gli oggetti che nell’orizzonte riescono a stare all’interno di quello spazio, siano un guardrail, ed allora potrei proseguire per chilometri con lo stesso oggetto, o una pala eolica, un albero o una casa. Vai a capire perché.

Contro la modernità

Dopo aver preso due sacchetti per paura che le birre si frantumassero a terra, mi sono convinto che se il mater-bi è il futuro io torno indietro.

Col massimo rispetto, frà.

Avrei evitato, qualche sera fa, di assistere ad un concerto dei Club Dogo, e non per innaturale stizza nei confronti di qualsiasi gruppo rap, ma tanto per una reazione epidermica che questi qui, e loro simili, possono scatenarmi. Ed invece mi sono trovato a poca distanza dal palco, complice il banchetto di AddioPizzo che per qualche sera abbiamo tenuto al Carroponte, reperto industriale della Milano che non c’è più, affidato ad oggi all’Arci e trasformata in un’area affascinante da concerti.

Le cose che ho capito, guardandoli da vicino, è che fare il rap oggi è materia piuttosto semplice, e che, dai tempi dei Sangue Misto e dei Sottotono, questi qui hanno capito la lezione degli americani per cui giocare a fare i cattivi paga sempre. Soprattutto se il tuo target di riferimento sono i quindicenni, e non vuoi andar oltre. L’effetto è lo stesso che, del resto, otteneva Shrek sui più piccoli ogni volta che pronuncia la parola “cacca”. Successo facile. E poi rime veloci a base di populismo d’accatto, quello che va così tanto, alla Beppe Grillo insomma, ed il gioco è fatto. Che poi, poracci, certe rime fanno ridere anche me, e vorrei sperare che si guardino allo specchio con ironia ogni volta che producono “bella zio” a ripetizione ed “Ehi brotha, rompiamogli il culo” da ragazzacci di borgata che sperano di entrare all’Hollywood.

Ma se l’effetto poi prodotto è quello che potrei giudicare da quanti si sono avvicinati al nostro banchetto quella sera, mi viene da pensare piuttosto ad un’altra camera di produzione di menefreghismo, costruita con grande maestria. °Finta, non come le loro Nike nuove.

Datemi piuttosto le rime senza senso alla “rap turubistico”, o quelle con cui mi divertivo quando avevo quindici anni, quando di inglese non capivo proprio una cippa.  Datemi almeno una base decente su cui ballare, perdio.

Greetings from Dubai/5 . Il rientro

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Quando torno a casa, dopo un viaggio lungo come questo, svuotare la valigia è rimescolare i ricordi di un mese, uno per volta. Adesso sarò pronto per l’Italia?

Greetings from Dubai/3. Per il riposo c’è sempre tempo

Trovare del tempo in queste giornate, anche solo per scrivere, è una faccenda complicata, quando poi passo dalla mia camera giusto il tempo di una doccia e pochi minuti prima di chiudere gli occhi.

Sono giornate così,e ve le racconto, vagamente.

Ogni mattina la sveglia suona presto, un pulmino raccoglie tutti noi fuori dall’hotel intorno alle sette e ci porta verso l’ingresso del Drydocks. Le facce a quell’ora sono tutte piuttosto assonnate e ci si scambia così veloci battute, ma il viaggio dura così poco da rendere il silenzio un gradevole intermezzo. Fuori è già caldo, per cui dall’ingresso del porto ci si muove tutti in ordine piuttosto sparso fino a raggiungere gli uffici, e l’unico caffè ragionevole della giornata.

Tuta bianca indossata, a cavallo delle nostre bici raggiungiamo la banchina dove è accostata la nave.

Quattro rampe di scale prima di arrivare sul ponte, dove già i primi indiani sono intenti nel loro lavoro, mentre qualche altro ne approfitta, appoggiato ad un angolo, per dormire ancora un attimo.

Non sono stato fortunato questa volta, e ci penso ogni mattina, quando il resto del gruppo si dirige verso una comoda, e condizionata, sala di controllo ed io nella direzione opposta, vado nella mia postazione all’aperto. Sistemo le mie bottiglie d’acqua al fresco, accendo quel ventilatore sgarrubbato che almeno mi hanno fornito e il notebook. Sono il primo ad arrivare, solitamente. Poi mi raggiunge David, quello che dovrebbe essere il supervisore di questa parte d’impianto, inglese, sessantasettenne, trapiantato in Venezuela, ingombrante nella stazza e nei suoi aneddoti che mescolano le cene a base di bacon e salsicce, della sera precedente, con quelle di una vita spesa in giro per il mondo. Poi è la volta del gruppo dei quattro filippini, il mio braccio su e giù per le scale a controllare e testare tutto ciò che non va. Stanno insieme praticamente tutto il giorno, ed alla sera la loro stanza in albergo è la stessa, mi hanno raccontato. Vivono per sei mesi così, mentre le loro famiglie stanno a Manila o giù di lì. Ma sono lì sorridenti, e mi mettono allegria per l’intero giorno, soprattutto quando alla fine di un test particolarmente difficile improvvisano una danza davanti al quadro elettrico.

Poi, li vengono in tanti a dare un occhio, il croato, il cinese, il francese e l’americano e poi chissà chi altro, ed ancora io mi stupisco di quanto possa riuscire a comprendere con il mio inglese sgangherato tutti gli accenti possibili in cui è possibile parlare la stessa lingua. Tra i quali, naturalmente il più incomprensibile, è proprio quello degli inglesi.

Dodici ore passano poi velocemente in questo modo, contando poi delle lunghe pause che tutti si concedono, e come potrei pure biasimarli.

Così quando alle sette lascio la nave ed il cantiere si è quasi svuotato, arrivo nello spogliatoio, e tolgo la tuta madida  di sudore, provo un piacere del tutto mio nel scolarmi almeno due lattine di quei succhi di frutta, che così buoni solo qui, ed un caffè. Quello che basta per non sentire più la fatica, raggiungere casa, fare una doccia, ed essere pronti per la sera in cui c’è una città da scoprire.

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p.s. la foto l’ho scattata venerdi, il nostro giorno libero, in giro per il deserto arabico, a neanche quaranta chilometri dalla città.

I’m not an android

Via Inkiostro

Sono un romantico

Questa foto, vera o meno, la continuo a guardare da un giorno intero.

La vittoria vera dovrebbe essere al 70%

Rischio di essere il solito pessimista a guardare il bicchiere sempre pieno, ma se anche dovessimo raggiungere il 53% in cosa dovremmo gioire nel sapere che esiste almeno il 47% che se frega di esprimere il proprio diritto al voto, e che di certo non fa dell’astensione una scelta politica?