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Sulle navi non ci sono finestre

Sulle navi non ci sono finestre, le stanze hanno le pareti tappate, e così non c’è modo per capire ciò che succede li fuori. Dagli oblò nella sala dell’OIM, l’ unica stanza da cui viene un minimo di luce esterna spicca la luce rossa della ciminiera da cui brucia gas nell’atmosfera. Sembrano due grosse corna, di un diavolo, si potrebbe dire con un minimo di fantasia, se non fosse per i due tubi da cui fuoriesce e che spaccano a metà la sua base.
Non basta, e come potrebbe, la pioggia per attenuare la sua potenza. La notte, che qui arriva con un tramonto perentorio, nel raggio di qualche centinaia di metri, è illuminata dal suo calore e dalla sua fiamma. Ma stavolta non potrò neanche usarla per vedere un branco di delfini. Il mare non è mai così tranquillo da riconoscere i loro guizzi da quelli delle onde e così, di fatto, non ho visto neanche un barracuda, se non la sua testa in un bidone della spazzatura sul ponte.
Quando non piove mi sono inventato una camminata sul lungomare, che sembra più una rotonda sul mare, proprio nel cerchio dove, durante il giorno, atterrano gli elicotteri. Si sta bene li, soprattutto dietro la torre che nasconde la gigantesca fiamma. Ho scoperto che il capitano passeggia spesso lassù. Dovranno averglierlo consigliato i dottori, per via dell’ipertensione. Almeno mezz’ora al giorno di cammino veloce. Abbastanza dura qui, se non si voglia risolverla scendendo e salendo le scale come un inebetito.
Tanto meglio girare intorno.
Mi sono messo a seguirlo anch’io.
Signori, da lassù si domina. Un passo più avanti e puoi cadere in mare. Nessuna protezione. Tof, gluck e ciao.

La stagione della pioggia/2

Le lucertole sono andate in letargo, in compenso sono arrivati loro.


Ed i corvi sono sempre qui.

La stagione della pioggia/1

Piove, e parecchio.


Per oggi non si vola.

Strade di Port Harcourt

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Sala d’attesa. Ed in volo.

Fabio Volo tradotto in francese. E ha venduto 700 mila copie al mondo. Al mondo. Chissà come la prenderanno, gli scrittori “veri”.


Quanti anni saranno che i francesi hanno una cotta per lei?

In volo il catalogo dei film, in lingua italiana, è come al solito scarno. C’è Invictus, però, che con qualche pregiudizio non avevo ancora visto. Ora sono felice di essermi smentito. Credo di aver bisogno di retorica. Anzi credo di amare la retorica. Di tanto in tanto è una buona medicina per la disillusione.
In fondo Walter Veltroni non ha tutti i torti.

Le evito, magari, le lasagne surgelate per pranzo.


Ho cominciato a leggere un libro che parla di una cosa successa 28 anni fa, precisi precisi. Una partita di pallone che finì 3-2. Tra Italia e Brasile.
Casualità.

Un attimo prima

E sono giorni in cui non dovrei essere qui, questi.

Giorni sospesi nell’attesa, con la valigia già pronta sul letto e il pensiero già proiettato in avanti.
Con la possibilità di giocare con l’assenza, a far ruotare il mondo come se fossi in quello spazio transitorio di un volo intercontinentale, per provare a vedere cosa succede intorno a te quando non ci sei.
Sensazione forse evidenziata in questi tempi di connessioni continue, di spazi di silenzio riempiti dalla frivolezza di un messaggio di stato.
Un volo rimandato di qualche giorno è anche l’occasione, un regalo probabilmente, per stringere ciò che ti è caro, per sorprendere e sorprenderti.
E l’occasione per recuperare spazio, per pedalare sotto il sole e la calura di queste giornate di luglio, fin quando le gambe non ti implorano pietà.
Per crollare sul divano, mentre l’occhio semiaperto vede entrare l’ennesima palla nella porta argentina.
In uno spazio sospeso, cosi, poco prima di chiudere la valigia. E partire davvero. Domani.
Con questa musica “leggera” nelle cuffie.

Non solo questa in realtà, e già da un pò che non faccio altro che ascoltare quest’album.

Far finta di essere normali

Contrordine da Tgcom. Battuto sul tempo Minzolini.
Pare che Dell’Utri abbia vinto la sua battaglia.
E dire che era già pronto un ministero anche per lui.

La Lanterna

In una via del centro ho scoperto una trattoria. L’avevo vista, passando più volte in questi ultimi mesi per quel vicolo che dalla chiesa di San Siro porta verso via San Luca.
Le tovaglie a quadri colorate di rosso e bianco, tutta l’apparenza di una bettola ben frequentata, con quell’aria di compiaciuta autenticità che ogni tanto andiamo cercando, le bottiglie di vino rosso sui tavoli e qualche birra in lattina.
Un ragazzo cinese ci accoglie indicando ad un omone con la barba incolta e bianca ci accompagna ai tavoli, passando per un corridoio stretto e dal tetto basso che quasi tocca abbassare la testa in certi punti, tra gli scalini che portano alla cucina e poi alla stretta sala in cui potremo sederci.
Carte fotocopiate ed infilate in buste di plastica, di quelle con i buchi da infilare nei quadernoni, ma quanto meno sembra ricco.
Pesto alla genovese per tutti, con le trofie, naturalmente e poi per me porti delle sardine fritte, per gli altri della salsiccia e delle patate.
Stiamo tra il freddo del frigo alle mie spalle e il calore della cucina alla mia destra, mentre le pareti raccontano di farfalle che si trasformano in vele e di cigni in volo che fanno windsurf, mentre sopra la mia testa l’immancabile Faber, nella sua posa più conosciuta probabilmente cerca di ricordare se ci sia, da qualche parte, qualche sua foto in una posizione diversa.
Non verrebbe da fidarsi del posto, verrebbe da dire. Non certo un posto da turisti, si direbbe. Ed infatti al tavolo al fianco al nostro una famiglia, padre madre e due bambini, dalle cui bocche sembra uscire il suono ruvido del dialetto di Zena.
Sembra una garanzia, soltanto questo, confermata quando il vecchio con la maglietta a righe e i tatuaggi, di quelli oramai sbiaditi, ci porta i primi piatti, che vien da guardarsi negli occhi senza staccare la bocca dalla forchetta. Di quei pasti semplici, ben fatti, che viene difficile staccarsi senza farsi venire la voglia di ordinare quanto meno un’altra birra, soprattutto quando si sta così bene insieme.
Ma non c’è più tempo, sono già le tre e mezza, e tra poco meno di mezz’ora gioca l’Italia, e sono quasi certo che non potrà che vincere contro la Nuova Zelanda, per quanto male possa aver giocato qualche giorno fa.
Per cui alla cassa, dieci euro a testa dice il ragazzo cinese, e poi verso il porto. Dovrebbe esserci un maxischermo, da quelle parti.

Spaesamento

Osservazione, elaborazione, scrittura.

Passeggiare per la propria città, quando non la vedi da mesi, e attraverso le visioni e gli incontri carotare la realtà, rubandone pezzi per comprendere i cambiamenti in atto qui intorno.
Esercizio didattico interessante, a cui dedica l’attenzione Giorgio Vasta nel libro che ho tra le mani in questi giorni.
Il ritorno a Palermo, le giornate a mare sul finire dell’estate, le passeggiate lungo le vie del centro storico, ed i pensieri che da Palermo partono per analizzare la decadenza del paese intero sono, visti con questi occhi, troppo stimolanti per essere lasciati in libreria, nonostante una scrittura spesso forzatamente ricercata, che porta ad un’invocazione di pietà le cellule del mio corpo.
E’ una visione spietata ed ironica, che con il corpo perfettamente abbronzato di una donna “cosmetica”, con lo scontro con un gruppo di emo in piazza Castelnuovo, conduce allo Spaesamento, il titolo del libro, per ciò che non si comprende più.

Per chi poi la città la città la conosce, cosi come i suoi mutamenti, non può che abbandonarsi ad un sorriso disicantata dinnanzi all’ennesima scoperta, dello scrittore, subito dopo aver superato Piazza Castelnuovo, nell’incontrare, quasi disidratato, il bar storico, da cui era affascinato da ragazzo e nel quale si fermava sempre durante ogni manifestazione studentesca, zaino sulle spalle:

Al di là del confortevole bunker del bancone – sul quale è montata una calotta trasparente che, sepolte sotto le spoglie brutali di calzoni pizzette e ravazzate, nasconde provette in vetro chiaro denso di siero seme e liquido cerebrospinale di un organismo marziano – stanno i due baristi, uno vecchio e uno giovane. Di nuovo metto la sete tra parentesi e li contemplo: perchè tra loro scorre un legame invisibile che da solo vale la trasfigurazione in atto. Se per il vecchio è infatti giusto parlare di barista, l’altro è invece un barista modificato, un barista dopato, qualcuno che nella fisionomia nell’abbigliamento e negli atteggiamenti posturali segnala di esistere in un altro modo, in un altro mondo. Lui è un barman – è evidente – non è un barista. Perchè se il barista è neorealista e terrestre, il barman è un supereroe della postmodernità – una sola lettera lo distingue da Batman -, è Tom Cruise giovane che in un cocktail manipola bottiglie come un alchimista alambicchi e matracci, un performer della fabbricazione di miscele raffinate, l’artista dello shaker, il fromboliere della mescidazione colta dei liquidi.

E’ lucida l’analisi, ma forse il paziente sta cosi male che dovremmo smettere di credere di poterlo curare attraverso i nostri sguardi compiaciuti.
E ripenso a quando, da cameriere part-time ai tempi dell’università mi trovai a chiamare il barman, come lui si definiva, semplicemente barista. Una leggerezza che mi perdonò parecchi vassoi dopo.

Senigallia, Fiera