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Una settimana

Torno a Milano, oggi. C’è una luce intensa, quando scendo le scalette dell’aereo. L’inverno sembra essere stato deciso, oggi, nel farsi da parte. Mi ha concesso questo regalo, o almeno mi piace pensare sia così.
Mi è tornato in mente, in questi giorni, quel monologo, in quel piccolo film con Kevin Spacey, in cui si dispensavano consigli per una vita felice.

Quel passaggio in particolare in cui diceva:

Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

E’ stato un lunedì, per me.

E sono entrato in confusione, non sono riuscito a prenotare un biglietto in maniera decente, ho smesso di lavorare.
Gestire le proprie emozioni è una faccenda sfacciatamente difficile in certe occasioni. Mastichi male nel pensare tuo padre il giorno dopo sotto i ferri, quando poi, non te l’aspetti affatto. E’ un’idea alla quale non sei mai sufficientemente pronto.

Palermo mi ha accolto con la notte nella quale, nel silenzio, si condividevano ansie fino a quel momento frammentate.
Aspettando la mattina nella quale vederlo, e rassicurarlo, per quanto possa essere possibile.
Da li in poi, è tutto uno strano effetto. Le ore, naturalmente, diventano interminabili. Le parole passano inascoltate. Nei movimenti dei medici e degli infermieri che ti passano davanti cerchi di leggere delle risposte. Le gambe diventano rigide, nel girare tra i corridoi per sciogliere le fibre dei tuoi nervi.
Potresti esplodere da un momento all’altro, lo senti, ma non è questo, il momento.
La sera, la possibilità di vederlo, dormire nella sua lettiga, uno per volta, mi raccomando, fate silenzio. Ve lo concedo, ma non esagerate.
Che poi, l’ho detto, è quella la felicità. Sentire il giorno dopo quella voce, dire frasi senza senso.

Adesso non importa più nulla. I giorni stanno passando. Le sue forze stanno ritornando, come se stesse rinascendo, di ora in ora.
Ed io sono tornato in questa casa.
Attenderò fino a Venerdi adesso per avere il mio regalo di compleanno per intero.
Ma tu vedi poi cosa non ci si inventa per stare insieme, quel giorno li.

Ecco cos’è

la felicità.

(poi, magari, la spiego questa. Per il momento mi andava di appuntarmelo, questo momento.)

Into the fire

Le rivoluzioni le fa il popolo, le fa per il pane e mai per le idee.
Le idee muovono soltanto chi ha il tempo per formularle, la fame mette in moto fin dalle viscere un moto di rivolta.
Guardo così le immagini di quanto succede intorno a noi, in Egitto, in Tunisia, e chissà dove domani, e mi chiedo, colmo della mia insipienza, cosa smuova quelle folle, cosa sia in grado di smuovere l’ira di un popolo.
Cado nel tranello più banale nel confrontarlo con chi, noi, di rivoluzioni non le ha mai fatte e mai le farà accettando con un quieto fatalismo quanto continua ad accadere intorno a lui.
Ripenso a quel film visto qualche giorno fa, ai sussidiari delle elementari e alle lezioni di storia, ai Pisacane uccisi dai contadini che non volevano la rivoluzione, a quanto si sia avvezzi al torpore dal non pensare ci possa mai essere di meglio.
A quanto al solo pensare ad una piazza qui venga fuori soltanto uno sbadiglio di chi guarda un altro treno passare sullo stesso binario.
(i video da il Post)

“Il tuo paese ha bisogno di te”

Mentre stiamo qui ad occuparci di distillati di gossip travestiti da politica, di videomessaggi di autodifesa, qualcuno ci ricorda ciò che la politica dovrebbe essere in grado di raccontare ai propri cittadini.

Pensieri equini

Ne parlavamo, qualche giorno fa, che non sarebbe poi una brutta idea riprendere ad utilizzare i cavalli per spostarci.
Piuttosto che lasciarsi cavalcare da carabinieri in mostrine o da uomini annoiati nei week-end sarebbero, magari, più felici nell’accompagnarci a lavoro, attraversando campi incoltivati con le nostre borse a battere sulla schiena, come novelli portalettere alla William Cody.
Li terremmo nelle cantine, o per chi ha più fortuna, fuori dalla propria villa. Concimeremmo i nostri gerani gratuitamente, saremmo ecocompatibili e risparmieremmo forse qualcosa per i nostri tragitti più brevi.
Magari sarebbe solo un’idea scema, però mica del tutto.
Almeno potrebbero evitare la fine che hanno fatto gli asini.

Recensioni minime/Noi Credevamo

La meglio Gioventù” del Risorgimento, in un racconto filologicamente perfetto, almeno fin quando il regista, addormentatosi nel montaggio della sua interminabile opera, non ha deciso di inanellare una serie di licenze poetiche francamente ingiustificabili.

Reti (disperate) di salvataggio

Diktat

Non si parlava giusto di questo ieri sera?

(il resto, qui)

Sulla rupe di vetro

C’è da sentirsi parecchio frustati a sentirsi i “migliori” e a non poterlo dimostrare, ora come non mai.
Li vedo così, seduti al bordo della strada, con il loro Mac sulle gambe (perché quello è una sorta di diktat) guardare la melma scorrere sotto i propri piedi e, con una mano sulla testa, non trovare le parole per l’ennesimo editoriale indignato, o per post infuocato (perché ci si può credere appartenente a questo club anche scrivendo sul proprio bloggettino), capace di smuovere quella massa inerme di ‘gnoranti insensibili a tutta quell’intelligenza riversata su una pagina bianca.
Ce n’è da sentirsi impotenti, a prova di Viagra per una vita intera, a vedere quel “popolo bue” guardare in massa Barbara D’Urso, votare per l’ennesima nomination di un qualsivoglia reality, e soprattutto votare lui, nonostante tutto, da quindici anni a questa parte.
Ad avere la certezza che, semmai si scoprisse sempre lui dietro, per dire, l’omicidio di Sarah Scazzi, si finirebbe per giustificare anche questo, in nome di una soglia d’indignazione oramai bassissima, incapace di smuovere chiunque, tranne loro.
Eppure, hanno chiaro che la logica dietro la quale si cela il proprio lineare ragionamento non può avere spazio quando si desiderano soltanto poche idee, magari anche confuse, per essere ascoltati ed aver consenso.
Sanno benissimo che sin dall’inizio del loro spiegare qualcuno comincerà a sbadigliare, qualcuno cambierà canale, fin quando ad ascoltarli non rimarranno che i soliti cinque mila (o cinque milioni,a sentire Severgnini).
E per questo li immagino disperarsi non trovando soluzione, o lasciano il campo buttando il pallone tra le erbacce, trovando rifugio nella propria altezzosità incompresa sentendosi, intimamente, senza mai rivelarlo a nessuno, molto meno intelligenti di quanto pensassero. Ed assolutamente stupidi rispetto a quelli che una strategia l’hanno avuta sempre chiara e per questo continuano ad averla vinta.

Banche da cui stare alla larga

Non capisco perché, ma non sarei tentato a fidarmi.


Crasto (dialetto siciliano “crastu”) m. “castrato” (in genere montone) 2 – fig. “cornuto” 3 – “testa di crastu”: dicesi di persona cocciuta (CT, RG).