Si ha pur bisogno di adrenalina ogni tanto.
Si ha pur bisogno di tornare a casa con i muscoli in disordine.
E sono queste due di quelle cose che mi mancavano da un mucchio di tempo,
forse da certe uscite a perdicollo con il reparto.
Ed è per questo che è stato bello cominciare ad usare ieri lo snowboard
ieri in questo posto qui.
Fabrizio De Andrè 2009. Il nostro Santo Laico
Le parole più sincere in questi giorni di memoria comune le ho lette su questo post, che riporto in una piccola, ma mica tanto, parte :
Sia chiaro: non è un problema di De André ma mio, se lui canta i vinti e mette a disagissimo noi che forse coltiviamo il sogno piccoloborghese di essere perlomeno pareggianti e ogni tanto, meschini, ci crediamo assolti ma siamo lo stesso coinvolti e – ouch!, ecco le pantere venute a morderci il sedere. Il vero problema diffuso sta nel fatto che i libri e film e dischi che lo ricordano ci stanno assediando. Il fatto che l’altra sera lo celebrava Vincenzo Mollica e ieri sera lo celebrava Maurizio Mannoni e sabato pomeriggio lo celebrava Francesco Facchinetti, e oggi lo celebra Aldo Grasso sul corrierone dicendo che non gli va che Mollica celebri uno che lui, Grasso ascolta (a suo dire) ogni singolo giorno. Ed eccoci finalmente al punto.
Sì, il punto è questo, e se amate De André e finora siete riusciti, magari contorcendovi, a tollerare quanto ho scritto, sappiate che è QUI che vi farò incazzare. Il problema di De André è che è il pret-a-porter poetico più comodo da indossare in Italia. Che sostenere di amare De André è come giocare l’asso di briscola: chi può negarti un’anima nascosta di purissima e sofferente poesia, se dici di amare De André? E credetemi, tra le persone che mi hanno detto di amare De André ci sono alcuni dei più viscidi arrampicatori che io abbia mai conosciuto – però De André monda da ogni nequizia, come nemmeno Padre Pio (e prima o poi mi aspetto di vederlo in una fiction Rai, interpretato da Sergio Castellitto, visto che dopo Padre Pio ed Enzo Ferrari, Don Milani e Fausto Coppi, tra i tanti di cui il Paese non è stato degno e che lui ha tristemente interpretato, un cantautore gli manca). Il fatto è che se dite di amare Francesco De Gregori o Neil Young, con tutte le puttanate che hanno fatto, è evidente che vi prendete sul gobbone anche le loro puttanate, e siete indulgenti con loro come siete autoindulgenti con voi. Ma con De André, non c’è niente da perdonare. Chissà, forse ascoltando lui, davvero potete credervi assolti. E a proposito di essere assolti, se pensate che sulle navi da crociera un futuro presidente del Consiglio cantava straziato le sventure di Marinella, forse capite cosa intendo dire. Quindi, gente, credetemi: la cosa migliore che posso fare in memoria di De André è NON parlarne bene e non chiamarlo “Faber” come se fosse un mio amico: l’ho visto solo una volta in vita mia, presentava la riedizione – in duetto con Mina – di quella cazzo di canzone di Marinella, e non sapevo veramente cosa dirgli, perché come amico non so se lo vorrei, uno che non scrive né fa mai puttanate. Vuoi mettere frequentare Tiziano Ferro e andare con lui a toccare le sise alla Arcuri? Non sarà spessore artistico, ma è spessore umano. “
Cosa ne pensate?
Per la serie “Uomini Straordinari”
I suoi segreti li andrà a confessare li, quindi.
Frammenti/2
Nell’angolo restarono.
Aveva sempre bisogno del disordine
per sentire non ristagnare il suo sangue.
E per questo se ne accorse soltanto dopo un paio di giorni.
Resto titubante.
Andò a stendere i panni con l’idea che non avrebbe mai avuto la forza
di buttar via tutto.
Aveva sempre cercato di ricucire ad ogni strappo,
e non capiva, adesso, se a dettare quei suoi gesti fosse stata la paura.
Incapace di gettare ogni cosa, la sua stanza, i suoi cassetti, li trovava pieni di mucchi
di cimeli, fotografie e torsoli di mele e mezze noci.
Come quelle raccolte nel prato oltre il fiume che non aveva il coraggio d’attraversare e
che aveva rivisto soltanto quando della vigna non era rimasto nulla.
Quando tornò nella stanza si abbassò a livello del pavimento ed, ad uno ad uno, cominciò a guardarli da ogni lato, osservando l’angolo di rottura e la forma del taglio.
2+3 = 6
Gabriella Carlucci mi ha convinto.
Frammenti
A forza di raccogliere frammenti,
incesellarli uno con l’altro,
si rese conto di quanto il risultato
fosse disuniforme e cosi poco delicato.
Prese quel vaso,
lo afferrò violentemente sulla sua testa
e decise di scagliarlo contro la parete dinnanzi a lui.
I settecentoventitrè pezzi lo circondarono.
Tutto ciò che aveva intorno
era tutto ciò che non poteva più essere.
Afferrò la scopa e la mise in un angolo
in attesa di gettare tutto via.
Adesso tutto appariva
più in ordine.
Era da quell’ordine
istantaneo
che volle partire.
Distese di neve
Ma che cool!
Per questo sarebbe necessario per i palermitani e non leggere questo articolo su Rosalio di Stefania Petyx sulle priorità dell’amministrazione comunale più cool d’Italia.
E poi leggere anche quest’altro di suo marito sulla possibilità di usufruire del difensore civico per non limitarsi a lamentarsi dell’attuale stato delle cose in città.
Rewind Holidays
Un viaggio d’andata segnato da terremoti, ritardi, sedili crollati sotto il mio peso, deviazioni per frana;
una notte di Natale anomala ed in cui, alla mezzonotte, ero già con gli occhi chiusi crollato sotto la stanchezza del viaggio;
la mattina della festa a messa a Pietratagliata a vedere un pò di vecchi compagni di strada e un pò dei ragazzi una volta nel mio “Reparto”;
il pomeriggio a pranzo dalla cugina a giocare col suo nuovo tavolo da biliardo guardando Gaetano divertirsi come fosse stato all’oratorio qualche decennio fa;
e poi la sera ai Candelai;
Santo Stefano a casa a godermi casa;
il 27 in partenza per Gela per finalmente rivedere Silvia;
un paio di giorni li a mangiare fino a scoppiare pesce e una Sette veli che non finiva mai;
tornare poi con lei a Palermo per continuare a mangiare la sera mare a Mondello con cugini più o meno acquisiti;
e le sere successive passate a rivedere un pò di amici (sempre mai abbastanza) per le vie del centro, accorgendomi di quanto ancora questa Città sia dentro di me,
nonostante tutto.
Con una notte di Capodanno tra le più belle degli ultimi anni, dopo aver declinato un pò di inviti per feste che ormai mi hanno un pò stancato. E ballando cosi dopo la mezzanotte in Piazza Sant’Anna, con una chiesa pericolante sulla testa, Palazzo Ganci alle spalle, sotto un cielo perfetto ed un clima primaverile.
E il nuovo anno a darmi la sveglia sempre troppo tardi per assistere all’immancabile concerto di Capodanno e per arrivare puntuale al pranzo di famiglia;
la sera poi a giocare a scacchi per poi passeggiare per via Libertà vuota;
scoprire al secondo giorno dell’anno il fascino dei giradischi e di un ottimo impianto grazie ad un venditore più unico che raro.
E poi la sera al Jackass ad ascoltare un amico suonare.
E la sera successiva a casa di Stefano ad ascoltare qualche vinile con una buona compagnia, a parlare di caos e rabbia per la difficoltà delle scelte di chi resta e di chi deve andar via da questa città.
E quando già sembra che non debba finir mai accorgersi che l’indomani è già tempo di far le valigie,
La famosa nevicata del gennaio 2009
All’arrivo alla stazione di Milano la città sapeva di ovattato. Poca gente in giro e un silenzio anomalo.
Una tragedia raggiungere casa. La macchina non poteva restare in stazione per tutti questi giorni, ma contavo di trovare un autobus o anche un taxi che dalla stazione della metro mi portasse a casa. Nulla, il deserto. Alla faccia dei servizi del benemerito Nord. Sono dovuto tornare alla stazione di Cascina Gobba per trovare un misero taxi. Un taxi poi fuori servizio e li soltanto perchè stava raccogliendo il suo parentame in arrivo dalla Sardegna. Devo ringraziare pure la buona sorte nonostante i maledetti prezzi che applicano.
E stamane?
Bloccato a casa, intorno sembra di essere intorno al Petito Moreno senza tracce di scioglimento. Ho provato a spalare una parte dei cinquanta centimetri di neve, ma dopo un’ora non ho fatto altro che creare un corridoio.
Anche se solo riuscissi a spalare il camminamento per far uscire dal letargo la macchinina, la strada su cui dovrei immettermi è totalmente imbiancata senza speranza di vedere uno spalaneve.
Ho chiamato a lavoro e sono in ufficio soltanto in tre. Con poche speranze di poter uscire stasera.
Utilizzerò la giornata per un rientro dolce alla normalità dopo questi quindici giorni di vacanza. Ho da sistemare un pò di regali, e spazzare casa da capo a piede.
Guarderò la neve calare fuori dalla finestra sperando almento di vederne diminuire l’intensità, per poi tornare a spalare.
A’ bella Milano!
