Le parole che non ti ho detto

Consapevole del tuo rifiuto ti ho lasciato andare.
Eri li a due passi da me, eppure non ho avuto il coraggio di stringere il tuo braccio e avvicinarti a me, tanto da renderti inerte, per dirti finalmente ciò che avrei voluto.
Le gambe quasi tremavano, quando la tua figura si allontanava.
Siamo stati insieme per attimi infiniti, in un passato non troppo lontano. Momenti inutili in cui tutto ciò che andava detto è rimasto in un angolo. Sempre qualcos’altro a riempire quei vuoti.
E adesso so che le parole, pericolose, commoventi, taglianti, semplici, forbite, resteranno nel guscio e penserò nelle notti a come elaborarle nella speranza che un giorno torneranno fuori in un flusso incontrollabile.
Un flusso che sappia sfuggire al tuo sguardo. Che non si faccia intimorire da esso.
Perchè le parole che non ti ho detto non voglio non potertele dire mai.

C’è solo una strada

Un servizio perfetto quello di Enrico Lucci alle Iene, venerdi. Un aspetto su cui nessuno si era soffermato.

Un finale con la canzone di Gaber che più ho cantato, lungo la strada.

P.s. Dovrò scrivere prima un poi un post su quanto sia brutto e vecchio il sito di Mediaset.

Tg

Facessero un pò quello che vogliono nei loro palazzi, decidano pure chi mettere nelle sedie dell’informazione. Ho smesso di guardarli da un pezzo, almeno da quando vivo solo, a meno di qualche occhio al Tg della 7, o a SkyTg24, e basta più.
E più un’occasione da comunità, nella famiglia spesso è un focolare da guardare insieme per commentare, condividere opinioni. Ma quando mi trovo a guardarne qualcuno mi meraviglio della loro pochezza, delle informazioni distorte, di quelle non dette e di quelle inutili e troppo sopravvalutate. Non capisco l’importanza cosi rilevante delle ricette, come se dovessimo organizzare ogni giorno pranzi regali, non capisco l’importanza dei vini d’importanti cantine quando vedo i carrelli al supermercato comunque pieni di Tavernello e Ronco.
Me ne dispiaccio per chi non può aver il tempo o la voglia di informarsi diversamente, e si trovi a mangiare ciò che trova sul tavolo già apparecchiato.

E capisco, dall’accapigliarsi della politica su questi temi di appartenere, temo, ad una minoranza.
Ma non ci posso far nulla se oramai il mio notebook s’è mangiato pure quelli.

Non chiudete

Si, sarà anche una fesseria, ma se chiudono Agrodolce novecento persone, in Sicilia, perderanno il lavoro.

E poi a me non dispiace affatto. Mi rilassa.

Smascherare le ipocrisie

Dovete pur capirli. La beneficenza sta nelle lacrime versate ai funerali di stato, nelle visite alle vittime sotto l’occhio delle telecamere.
Eppure i leghisti son brava gente. Fanno perfino di tutto per far suonare Springsteen a Roma.
Sono capaci di indignarsi per vignette, battute ed inchieste. Urlano e tuonano contro Roma Ladrona. Ma hanno il terrore di staccarsene, hanno paura di non contare più nulla nella politica Italiana. Sono capaci per questo di ricattare un governo che più stabile non si può. Non chiedetegli poi di partecipare ad un referendum lealmente. Hanno bisogno di aspettare che la gente corra al mare, stanca di tre tornate elettorali consecutive. Non sono nemmeno capaci di farla una battaglia, che poi anche a Berlusconi converrebbe levarseli di mezzo.
Ci chiedono cinque euro ciascuno, a me a te, a tuo fratello, al tuo vicino di casa, per sopravvivere. Ai voglia a dir di mandare sms per gli abruzzesi, quando potremmo benissimo depositare 400 miliardi d’euro in un sol colpo.
Che poi cos’è che gli da cosi fastidio?
Ho capito qualcosa in più leggendo quest’articolo che provo a sintetizzarvi.
Nel referendum ci sono tre punti, due dei quali abbastanza simili e legati alla legge elettorale, che prevede di assegnare il premio di maggioranza non più alla coalizione che ha avuto più voti ma al partito. Questo avrebbe il beneficio di generare un sistema bipartitico, riducendo il numero di partiti in gioco, ed evitando che lo scettro del potere della politica possa essere posto nella mano di piccoli partiti pronti a sventolare come bandiere a seconda delle occasioni. Mastella docet, insomma.
Sembrava questa una cosa impossibile a realizzarsi, tanto da proporre la raccolta firme pro referendum ma di fatto, con la nascita del Pd e la conseguente unione FI-AN, è già divenuta realtà. Il referendum però evidenzierebbe la situazione relegando partiti come la Lega, o l’Mpa, ad un ruolo secondario, che le nega il ruolo di ago della bilancia cosi desiderato in Italia. O le costringerebbe ad un accorpamento a partiti più grossi, negandone cosi la forte identità che le caratterizza.
Se si fosse votato con il meccanismo referendario, nel 2008, il Pdl di Berlusconi e Fini avrebbe ottenuto da solo la maggioranza parlamentare (340 deputati) garantita dal “premio” in seggi. Se però Veltroni e Di Pietro avessero presentato una lista unica, anziché due apparentate, avrebbero conquistato loro quei 340 seggi, sia pure con un vantaggio risicatissimo sul Pdl (37,6 per cento contro 37,4).”
Una realtà che fa paura, lo capisco. Molto più che le scosse di un terremoto a mille chilometri dalle proprie villette. Fa paura a Bossi, Lombardo, e anche a quei micro partiti a sinistra del Pd che, zitti zitti, si trovano solidali in questa battaglia.

C’è poi il terzo punto. Il divieto di candidarsi a più circoscrizioni, dando una possibilità in più di selezione dei politici ed evitando la scandalosa possibilità a seconde scelte, coperte da nomi di portata nazionale, di essere eletti senza alcun merito e pochi voti. Si eviterebbe di vedere in 27 circoscrizioni i soliti nomi (alle scorse elezioni Berlusconi, Fini, Di Pietro, Veltroni, Casini, Bossi) mettersi a muro davanti a nomi che non sono rappresentanza di nessuno, se non della stessa classe politica che cosi può portare in Parlamento amici e parenti sempre utili nella loro obbedienza e ossequienza verso il proprio capo.

Tutti quesiti chiari, su cui si dovrebbe dar battaglia senza nascondersi in ricatti. Su cui il Pd dovrebbe dar battaglia convincendo, oltre l’indignazione di oggi, il 51% degli Italiani nell’andare a votare, quel giorno, qualunque esso sia.
E smascherando le parole e le immagini ipocrite nei volti intristiti di certi politicanti.

Adesso

Era ora.

Equilibri informativi

Guardando Santoro a volte appare chiaro quanto sia grande la sua voglia di provocare, cercare la polemica, a volte anche esageratamente. Lo fa con l’approfondimento, con inchieste che quasi nessuno ormai fa nella televisione Italiana. A volte anche sbagliando.
Quando Santoro esagera si levano polemiche dall’alto, e la sua faziosità viene messa all’indice.
Quando invece, in molte trasmissioni televisive, si sbrodolano incensi all’azione del governo, quando nei telegiornali sfilano centinaia di immagini di un premier caritatevole tra le macerie, si sorride bonariamente, come difronte ad una scena tragicomica. Assuefatti.

Storia di Neve

Non so quanti se ne siano accorti, ma la libreria qui a destra era ferma da un pò. E non perchè mi sia fermato. Ho accatastato anzi, un pò di libri in attesa di lettura, tra regali e spasmi che visite in libreria generano.

Per quasi due mesi ho masticato ottocento pagine del nuovo libro di Mauro Corona. E’ capitato anche lui li per caso, tutte quelle pagine mi preoccupano di solito. L’ho trovato sulla libreria di Silvia, ancora impacchettato, regalo di una friulana, e non ho potuto fare a meno di infilarlo nel mio zaino. Era da un pò che m’incuriosiva il personaggio e volevo capire se oltre la sua immagine, affascinante, da eremita, scontroso e ruvido, ci fosse un autore degno di nota.
Mi sono trovato a leggere un libro strano, a metà tra fantasia e realtà, ambientato in un piccolo paese di montagna delle montagne friulane, vicino al quale il Vajont scorre fragoroso. La storia di Neve, la bambina pura, dalla pelle cristallina, che non ha mai freddo e che miracolosamente riesce a guarire alcuni suoi paesani.
Ma fragile come un rivolo di ghiaccio alla luce del sole, quando incontra il suo amore.
Intorno a lei si sviluppano le tante storie dei personaggi del paese, delle maledizioni lanciate da vecchie megere, streghe vendicative, ma cattive mai quanto l’animo di molti paesani e del padre di Neve, accecato dalla sete di potere e dalla possibilità di usare gli straordinari poteri della figlia.
Una storia che attraversa gli anni del primo dopoguerra fino ad arrivare alla speculazione degli anni sessanta e di cui la valle del Vajont è triste testimone. Una fiaba nera, che alcuni accostano al genere di Gabriel Garcia Marquez e di Isabel Allende, per la capacità di confondere realtà storiche alla fantasia.
In me ha scatenato sentimenti altalenanti.
A volte mi era sembrato di leggere soltanto una raccolta delle leggende che viaggiano sulle bocche della gente li su quelle montagne, ma scollate dalla storia. A volte mi è sembrato di non capire il senso di tutte quelle pagine, se non per dimostrare quanto la cattiveria dell’uomo sia insanabile, senza possibilità. Infinita quanto la miseria degli uomini che popolano quelle pagine.

Sembrava quasi che lo odiassi a metà delle quattrocento pagine.

Alla ricerca di chissà quale verità tra quelle pagine non mi accorgevo di quanto quelle leggende mi stessero allo stesso tempo affascinando, catturando la mia fantasia, facendo crescere in me la voglia di tramandarle, raccontarle, come a voler continuare il filo della tradizione orale a cui lo stesso Corona sembra attingere. Magari intorno ad un fuoco.
Come se quelle storie dovessero durare in eterno, e con essa la speranza regalata per poco tempo dalla giovane Neve agli ertani.
E se questo vi pare poco….

P.s. Per chi non conoscesse il personaggio vi invito a vedere il video della sua intervista Barbarica.

Nuovi ingressi

Ma com’è che basta qualche giorno senza scrivere per aver l’impressione di dissolvermi?
Il sole di questi giorni mi dice scemo a star davanti al pc.
E poi c’è ancora in ballo la grande abbuffata di lunedi.
Ma c’è anche una casa finalmente viva, condivisa, senza troppi spazi per il silenzio forzato, e ciò consiglia di approfittarne. E’ bastato chi sapesse smussare gli angoli, conciliare i dissensi, ascoltare quando serve.

Evidenze

“Siamo un popolo di cuore, un cuore che batte per le tragedie umane purchè una telecamera azionata dal senso del dovere per la cronaca, si intrufoli tra le pieghe del dolore altrui per sapere cosa si prova a girare il coltello nella piaga.
Quindici giorni fa sono morti trecento disperati che cercavano di raggiungere il nostro paese ma il nostro cuore telecomandato non ha battuto neanche un colpo.”
Leggevo questa frase su Macchianera, e sinceramente mi sono sentito anch’io un pò meschino.
Le storie di questi giorni ci hanno coinvolto e non poteva essere altrimenti, ma come mai non ci siamo interessati neanche un pò a quei morti li, ce ne siamo dimenticati immediatamente?
Esistono anche dinnanzi alla morte, morti di serie A e morti di serie B.

Un blog che è già carta straccia