Non ho fatto in tempo a poggiare l’ultimo libro, con non poco dispiacere, dopo più di un anno in cui l’ho lasciato poggiato con sufficienza sul comodino, che già li se ne accatastano dei nuovi. Non riesco a resistere all’impulso quando entro in libreria, o quando qualcuno mi consiglia una nuova lettura. Ho cominciato adesso “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace ed è troppo presto per lasciarmi andare a giudizi, anche se tutte quelle note a piè di pagina qualcosa suggerisce. In stand by c’è un altro libro della collana VerdeNero, di cui ho parlato già l’anno scorso, il saggio di Guido Viale sul lavoro e la crisi ed infine un libro che per fortuna si lascia poggiare tranquillamente, che prendo di tanto in tanto in mano quando decido di passeggiare per Milano, regalandomi qualche modo per apprezzare questa città in cui, cosi, per caso, mi trovo a vivere.
Quindi riepilogando: – Considera L’Aragosta di D.F. Wallace; – Prove per un mondo diverso di Guido Viale; – Sequenze di memoria, di Loriano Macchiavelli; – 101 cose da fare a Milano, di Micol Arianna Beltramini, che oltrettutto ha un blog che non è per niente male.
C’è chi va a legna per l’inverno, io vado a libri.
Quando oggi ho scritto quel post in realtà ho sbagliato. Non avrei dovuto godere soltanto per l’arresto e per i ragazzi che erano dinnanzi ai portoni della questura ad esultare per l’arresto di ieri pomeriggio, ma avrei dovuto prima di tutto esaltare ciò che è avvenuto a Calatafimi al momento della cattura del boss.
Per chi non ha avuto modo di conoscere la realtà dei piccoli centri dell’entroterra Siciliano, dovrebbe correre a leggere almeno uno dei libri di Leonardo Sciascia, per comprendere il sottosuolo da cui si è partiti per arrivare ad un momento come questo. Vedere scendere in piazza un intero paese, in una mobilitazione spontanea, per applaudire il lavoro dei Ros, per dare del bastardo ad un boss capace di sciogliere nell’acido un bambino, per manifestare la propria gioia nell’arresto di un latitante tra i più importanti in circolazione, è un segno che il terreno intorno a questa gente si sta bruciando sempre di più, costringendoli ad una vita sempre più insignificante in tuguri poco dignitosi.
Un giornalista napoletano, Arnaldo Capezzuto, minacciato più di una volta dalla camorra ebbe modo di dire una volta che a Napoli, come a Palermo, c’è sempre un grande casino fuori dalla caserma dei Carabinieri ogni volta che si arresta un superlatitante, con la differenza che a Palermo fuori ci sono i ragazzi di Addiopizzo, la cosiddetta società civile, mentre a Napoli vi sono le donne di camorra, soltanto per minacciare forze dell’ordine e giornalisti. Una differenza sostanziale direi, che fa poco rumore. E pensare che c’è perfino chi ha avuto modo di criticare quel genere di esultanza cosi vicina ai modi da stadio, di trovare il modo di criticare le forze dell’ordine anche in questa occasione. Beh, se fossi stato li, sarei corso anch’io ad esultare li con loro, con maggiori giustificazioni che per una vittoria del Palermo o della mia Nazionale.
P.s. 1)Che tristezza vedere i maggiori blog del paese, i top blog, dimenticarsi di questa storia, per poi incapponirsi su storie minime. 2) Al minuto 5′ di Studio Aperto delle 18:30 (eh?), l’intervista a Silvia per AddioPizzo.
Ancora assonnato preparo la caffettiera, sistemo i biscotti sul tavolo, verso un pò di latte nel bicchiere e attendo che il caffè cominci a sbuffare.
Nell’attesa, già stanco per la giornata che sta per cominciare, sventaglio tra i canali alla ricerca della prima dose di notizie giornaliere. Fino a qualche tempo fa preferivo le chiaccherate di Mineo su Raitre, ma dai nuovi diktat li a quell’ora c’è posto soltanto per la cronaca regionale. Ripiego, spinto dai desideri del mio coinquilino, reale dominatore di quel televisore cosi strategico, verso il tg della mattina di Canale 5. E’ la mattina del 10 Novembre, le prime notizie celebrano il ricordo della caduta del muro di Berlino. Allestimenti scenografici in pompa magna, un immenso domino, e la solita sfilza di governanti sorridenti come di solito accade in queste rimpatriate che di tanto in tanto si organizzano. La giornalista sposta chiaramente l’attenzione sul nostro premier, ed è li che la luce della mattina assume un colore diverso. Io capisco che sia una vera noia rispondere continuamente alle domande di giornalisti petulanti, che in ogni tua uscita pubblica tendono a circondarti, con te confuso e accaldato a cercare di mettere in fila una risposta decente quando davvero non sai cosa dire. Per questo quando ti chiedono dell’importanza della caduta del Muro tu rispondi dicendo l’unica cosa che hai capito. Che si è trattato di un evento epocale, da cui ha preso forma un mondo diverso da quello fino a quel momento conosciuto, che ha aperto frontiere finora inesplorate per il capitalismo. E poi, giusto per aggiungere alla frase un ulteriore puntello, hai voluto fare un esempio, ravanando tra quelli che meglio ti sembrano rappresentare la novità di questi anni. Internet e la Globalizzazione. E cosi ti sei inventato una frase fenomenale. “La globalizzazione del mondo e internet non sarebbero potuti accadere con una Germania ancora separata dal resto dell’Europa e dalla libertà.” Resta ancora da chiarire come il muro possa essere collegato ad un’idea nata nel 1962, soltanto pochi mesi dopo l’edificazione del Muro (1961), e maturata negli Stati Uniti nel corso degli ultimi quarant’anni, come la distruzione di un muro che divideva una città in due parti possa aver contribuito allo sviluppo della tecnologia che sta alla base dei protocolli di rete. Ma si sa, le parole sono fatte per essere messe li a caso. Giusto per metterle una dopo l’altra, senza cercare di darne un senso.
Sembra un momento di estremo fermento all’interno di AddioPizzo. Oggi, per dire, è nata AddioPizzo Travel, dall’idea di tre ragazzi del comitato, Dario, Francesca ed Edo. Chi deciderà di visitare Palermo da oggi in poi potrà contare sul loro supporto, potrà visitare i luoghi della cultura e della storia recente della città, della mafia e dell’antimafia, scegliendo di non mandare neanche un’euro nelle casse mafiose. Un’idea imprenditoriale, semplice ma geniale, che va premiata. Fatelo.
P.s. Vi segnalo, per approfondire, l’articolo sul Corriere e sul Guardian.
Ogni anno c’è il mio compleanno, ogni anno arriva il momento delle ferie, ogni anno arriva il momento della polemica sul Crocifisso.
Non ho ancora capito quando l’anno scorso ne avevamo smesso di parlare, che già me la ritrovo qui, continuandola a considerare una delle polemiche più inutili che si possano presentare, di quelle che non cambiano di una virgola nulla, perchè nulla cambia con un crocifisso ad un aula, appesa appena dietro ad un prof a cui sparare di nascosto con la cerbottana. E questo i primi a capirlo dovrebbero essere cardinali ed eminenze varie, dalle loro stanze chiuse sulla realtà. Mentre mi trovo a capire ciò che essa simbolicamente possa rappresentare, trovo difficoltà nel comprendere come un uomo, Gesù, messo li in Croce, possa rappresentare un’offesa alla sensibilità di qualcuno. Da qualunque parte lo guardi trovo sempre un simbolo universale, sul quale interrogarsi. Se fosse vero il contrario, dovremmo forse abbassare lo sguardo ad ogni angolo delle nostre strade per non essere offesi nel vedere in cima ai campanili quei due pezzi di ferro incrociati in quel modo, per non cadere nella tentazione di essere soggiogati dalla “terribile” pena della fede. Non credo. Non credo neanche che un crocifisso in un’aula possa rappresentare un pericolo per la laicità di questo stato e delle nostre generazioni. Viviamo, abbiamo vissuto, intrisi dal cattolicesimo fin dalla nascita, abbiamo fatto comunioni, cresime, eppure molti di noi, forse anche per reazione, sono diventati atei, agnostici, senza subir i condizionamenti di cui parliamo temendo che chi è oggi si trovi sui banchi di scuola non abbia la capacità di discernimento che a noi è stata donata. Non mi scandalizzo nemmeno nel sentir parlare di tradizione, venendo da una terra in cui molto spesso ciò che viene presentato come atto di fede è piuttosto folklore. Non mi scandalizzo nel sentir dichiarare il cristianesimo come elemento fondante della nostra cultura, di pari passo all’illuminismo, parti imprescindibili dei valori di cui ci crediamo parte. Per questo la laicità portata ai limiti del fanatismo mi da la stessa idea dell’analogo bigottismo cosi tanto inviso, mi pare un guardare a noi, al nostro essere qui, adesso, in maniera alquanto distratta. Poi si può parlar di tutto, ma converrebbe perdere il nostro tempo in battaglie più di ampio respiro. Pensiamo alle ore di religione, cosi inutilmente discriminatorie, cosi inutilmente inserite nelle ore scolastiche soltanto per favorire le gerarchie cattoliche, che nominano esse stesse chi a loro aggrada (e su questo potrei anche raccontare una storiella, con il rischio di una bella querela, se qualcuno mai leggesse). Pensiamo ad inserire ore più consone a questi tempi cosi complicati, che aiutino a comprendere le diversità che abitano le nostre classi. Ma non continuiamo a perderci in ulteriori chiacchere inutili, per carità. L’entropia è già quella che è.
Se volessi guardare con sincerità a ciò che sta accadendo in questi mesi, vedrei muri scrostrati finalmente venire giù. Man mano che questi anni passavano ho visto questi muri alzarsi trovandomi inerme durante la loro costruzione. Cercavo un rifugio per nascondere le sensazioni che mi avevano travolto ed avevo trovato un muro crescere. Quel contatto che avevo voluto sempre cercare lo rifuggivo, ed ogni qual volta avrei potuto con un colpo di picozza scardinarlo trovavo ferme le mie mani. In questo rifugio stavo caldo, perfino sereno in certi istanti, ma assolutamente inerme. Ho sentito pian piano perdere il calore negli arti nel sentire un abbraccio, ho perso la capacità persino forse di emozionarmi. Passava di me la proiezione di ciò che ero mentre chi ero si stava allontanando. Che poi, cos’ero lo dicevano più questi istanti. Come una retta tratteggiata passavo dalla felicità all’apatia senza condizione di continuità. Mentre le scelte professionali diventavano più limpide ed andavo raccogliendo le prime soddisfazioni, non riuscivo più a comprendere il tono di una telefonata, di una richiesta d’aiuto, di un momento di felicità intorno a me. Mentre la mia mente brulicava di idee, le azioni rimanevano richiuse in un cassetto.Avrei potuto continuare su questa strada per molto tempo. Forse per sempre. Il rifugio mi serviva. Sebbene avessi sempre cercato lo spazio per la solitudine, mi sono reso tardamente reso conto di quanto il calore degli affetti mi mancasse. Lo avevo tradotto in una capsula di illusione, quando in realtà il rapporto che avevo costruito si era sfaldato in anni di distanza senza aver avuto l’occasione, o la voglia, di prendere una posizione. Avevo così atteso per troppo tempo che le cose cambiassero, senza che nulla prendesse corpo, mettendo in stand-by alcuni aspetti. Non poteva più andare cosi. Non potevo più attendere come quelle scope che qualcuno le prendesse in mano. Dovevo riprendere a progettarmi e dovevo scegliere la modalità. Dovevo rimettermi al centro recuperando il senso di quest’attesa mai concretizzata.
E l’ho fatto.
Sentendo finalmente quei muri sfaldarsi, recuperando la capacità anche di poter piangere liberamente.
Con grande onore mi è stato chiesto nei giorni scorsi di scrivere un articolo per il blog de iMille. Onore perchè seguo da un paio di anni ciò che cercano di proporre ed onore perchè è la prima volta in cui qualcuno mi chiede di scrivere al di fuori di questo blog. Vi ripropongo l’articolo.
Per parlare della Sicilia e del profondo cambiamento culturale in atto dovremmo distogliere l’attenzione da ciò che raccontano le prime pagine dei giornali, delle storie di preti e presidenti di squadre di calcio che inneggiano a capi mafia della zona per dimostrare riconoscenza. Dovremmo piuttosto guardare alle storie piccole, minute, a quegli degli uomini che in questi anni hanno cominciato a lottare per cambiare la storia di questa terra, cominciando a pensare che il riscatto dovesse partire dal centro delle proprie vite. Da quel frastuono che nel ‘92 ha destato il sonno della società siciliana nulla si può più raccontare con le stesse parole. La stessa storia della Sicilia non potrà che essere raccontata sempre con maggiore frequenza distinguendo le due facce, l’ignavia e l’impegno, che costituiscono l’immagine dell’Isola. Non si potrà più raccontare della Sicilia dimenticando le storie di semplici cittadini e delle numerose associazioni che in questi ultimi decenni hanno saputo costruire una fitta rete di aggregazione della cittadinanza difronte ai temi della legalità e dell’Antimafia.
Oggi per guardare al cambiamento puoi anche guardare ad un palazzetto dello sport di periferia, in cui gioca una squadra di Serie C di Basket. Puoi andare lì, dove di solito riecheggia soltanto il rumore della palla sul parquet per trovare centinaia di appassionati e neofiti pronti ad incitare un gruppo di giocatori e una società che ha fatto di un’idea una grande intuizione. L’idea che la legalità non può essere raccontata soltanto nelle scuole, non può passare soltanto attraverso i dibattiti e gli incontri per una nicchia di addetti al settore, ma deve impadronirsi dello sport, elemento fondamentale della vita di tanti ragazzi. Per questo motivo da quest’anno la società Sportiva “l’Aquila P.G.S.” di Palermo ha preferito far posto nelle proprie maglie al simbolo di AddioPizzo, per veicolare questo messaggio attraverso i palazzetti siciliani e di una parte dell’Italia. Non più supermercati o imprese locali, ma il simbolo di un’associazione che in questi anni si è distinta per impegno ed originalità nella lotta ad uno degli aspetti di odiosi dell’economia mafiosa.
L’idea, nata sulle panchine durante gli allenamenti, si è trasformata in realtà grazie alla sponsorizzazione di alcune imprese già facenti parte della rete del consumo critico creata da AddioPizzo, come Prima Visione, Kafara Hotel, Triathlet, La Fabbrica delle Idee, I colori del Sole, Industria Arredi Albanese e Guajana, ed ha già posto la sua attenzione a livello nazionale, in particolare attraverso la trasmissione Caterpillar su RadioDue e dei dirigenti dell’Aip, l’associazione italiana Pallacanestro, che con le parole di Dino Meneghin hanno voluto ringraziare il presidente dell’Aquila Adriana Urcioli:
Cara presidente Urcioli, Le scrivo per manifestarle tutto il mio orgoglio e la mia stima, prima come cittadino italiano e poi come Presidente della Fip, per aver la sua squadra deciso di indossare sulle maglie da gioco il logo dell’associazione Addiopizzo. La sua società sta dimostrando nei fatti qualcosa di cui sono sempre stato fortemente convinto: che lo sport possa, e debba, avere un ruolo determinante nella formazione delle coscienze e del tessuto sociale, offrendo modelli positivi da imitare. Sono tanto più orgoglioso perché apprendo che sono stati proprio i suoi giovani giocatori a proporre il rapporto con l’associazione Addiopizzo: un segnale forte e chiaro che lo sport in generale, e la pallacanestro in particolare, può dare un’importante contributo alla qualità al nostro vissuto quotidiano, in campo e fuori. Complimenti di cuore per l’iniziativa e in bocca al lupo per il campionato. Dino Meneghin Presidente Federazione Italiana Pallacanestro
La consapevolezza dell’originalità di quest’impegno meriterebbe quindi una platea più ampia e sarebbe quindi auspicabile un impegno delle serie maggiori su questo tema, troppo spesso dimenticato dallo sport. D’altra parte per chi volesse sostenere quest’iniziativa segnalo la pagina su facebook e la possibilità di sostenere AddioPizzo attraverso i canali forniti sul sito dell’associazione.