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Solo immagini di repertorio

Non ne ho avuto nè tempo nè testa in questi giorni , ma mi sembra di aver capito che sia morto Enzo Bearzot. E ho pensato che probabilmente non avevo mai visto una sua immagine che non fosse di repertorio, di quest’uomo dal viso scarno che sembrava già essere vecchissimo in quelle immagini dal colore vivacemente sgranato. Avevo solo tre anni durante quei mondiali e non ricordo assolutamente nulla che non sia entrato nella memoria attraverso vecchie registrazioni. In casa mia il calcio entrò soltanto quando cominciai a scambiare figurine in prima elementare, d’altronde.
Di quei mondiali sfigati dell’86 ricordo una macchina, probabilmente rubata, posteggiata accanto al mio garage a cui avevano tagliato il tetto per ottenere un’improbabile effetto coupè e che poi avevano dipinto coi colori della bandiera. L’entusiasmo, ottima cosa. Dura persino quattro anni. Restò lì a lungo, molto oltre quelle poche partite che giocammo.
E non ricordo nessuna immagine di lui neanche in quell’occasione.
Poi scomparì. Negli anni in cui tutti esigevano visibilità per esistere, lui si nascose.
Mi sono chiesto spesso in questi anni, sembrerà strano, se fosse morto. Era pur sempre una specie di mito, per noi che pensavamo di non vedere mai la nostra squadra vincere nuovamente quella coppa, improbabili come siamo sempre stati.
Quando conobbi wikipedia fu una delle prime cose che andai a cercare. Prima di allora nessuno sapeva darmi una risposta. Chiedevo, loro pensavano un attimo e poi stringevano le spalle non sapendo cosa dirmi.
L’ultima volta lo cercai qualche mese fa, non so neanche il motivo. Evidentemente, cresciuto a telemike e pranzi è servito, dal mio striminzito punto di vista quest’uomo schivo pareva un alieno.

Starbucks time

17, Venerdi.

Tu prendila in giro la scaramanzia. Sottovalutala.
Di che non è ragionevole credere ad essa. Poi lei ti colpirà quando meno te l’aspetti in un giorno in cui avresti fatto meglio a star nascosto sotto un letto per evitare che il tetto ti finisca sopra, in cui dovevi tagliare ogni ponte con il mondo per evitare le cattive notizie, spegnere il cellulare e non ascoltare nessun notiziario. Non sarebbe servito a molto, ma almeno l’avresti smessa con queste inutili fandonie.

In questi cazzo di anni zero

a volte si va avanti cercando di evitare gli incidenti.

Vorrei sbagliarmi

Io, per domani, non spero in nulla.
Forse è solo un assicurazione anti delusioni, ma a me pare che sia soltanto tanta confusione per nulla.

Brevi fotogrammi per una trasferta

Martedì, all’aeroporto:

Chiamare un’amica per scoprire con assoluta certezza che chi vuol dar prova della propria insicurezza mette spesso in mostra la propria stupidità.
L’arrivo e i postumi del giorno dopo:
Arrivare a Palermo, e fare un errore fatale. La classica “minchiata“, insomma.
Vedersi accolti dai ventisei gradi già sulla scaletta dell’aereo, con uno shock termico non indifferente, e buttare la giacca, seppure leggera che avevi addosso, all’interno del trolley, ed avviarsi leggeri verso l’uscita. Arrivati a casa, dopo aver girato la levetta dell’olio, messo in moto la vespa ed essersi lanciati in un giro per la città.
Con il risultato, particolarmente generoso, di riuscire a passare il giorno dell’Immacolata contorcendoti per il dolore, girandoti nel letto alla ricerca della posizione che alleviasse il dolore per una cervicale impietosa.
E mentre in tv passano immagini di allegri idioti in tenuta estiva sulle spiagge cittadine stringere i denti mentre l’ago della siringa ti trafigge sulla chiappa sinistra.
Mercoledì:
Attraversare al buio la Palermo-Messina ha qualcosa di onirico. Poche macchine ti superano, poche macchine raggiungi per decine di chilometri. Qualche lampo istantaneo dalla direzione opposta. E poi il buio pesto, per terra, per aria, a destra come a sinistra, così da sembrarti sollevato per aria, viaggiando lungo un buco nero.
Costantemente interrotto da gallerie che ricordano rampe di lancio immerse nella luce, laddove invece non creano un effetto a macchia di leopardo per via di manutenzioni poco ordinarie.
Giovedì:
Non avendo mai avuto l’onore di lavorare in terra di Sicilia, ho scoperto in questi giorni un’aspetto interessantissimo.
Ogni funzionario, tra quelli da me incontrati in questi giorni, non mi se ne voglia per l’amor di generalizzazione, gode sottilmente nell’esercizio snervante della burocrazia. Non mi muove nulla senza girare, in torno, uffici, attendere autorizzazioni e firmare verbali.
Che mi consente di raggiungere così il luogo dove dovrei cercar di svolgere il mio lavoro dopo due onorevolissime ore di attesa.
Soltanto l’inizio di una giornata di attese. Perché poi gli orari di lavoro si rispettano ancora fermamente.
Eppure io tutta questa rigidità non la ricordavo fuori di lì.
Che, però, poi qualcosa di buona la fanno guadagnare.
Mi hanno fatto, per esempio, notare che le raffinerie sono più belle viste da dentro, specialmente alla sera. Affascinanti negli sbuffi di vapore che regolarmente raggiungono i corridoi e nelle luci che illuminano le superfici arrugginite delle ciminiere.
Di notte, poi, a guardarle dal lungomare di Milazzo, sembrano disegnare lo sky-line di una metropoli d’oltreoceano illuminate con eleganza.
Niente male, se poi, però, il giorno non tornasse.
Venerdì:
La lentezza offre un’ulteriore vantaggio.
Quello di prolungare questa trasferta, che pare una vacanza, almeno fino a martedì.

Un cerchio che si chiude

Mi sono reso conto, ieri sera, che a Striscia la notizia, se la sono proprio legata al dito l’accusa della BBC di sfruttamento del corpo delle donne.
Le hanno legate così strette da mostrare servizi sullo sfruttamento del corpo delle donne mostrando corpi di donne in mostra.
Un cortocircuito praticamente.

Muoiono solo gli stronzi

E chi non è stronzo, se non chi si prende così gioco della morte battendola sul tempo?

Così Ciprì e Maresco incontrarono Monicelli.
Via Buzz

Guardati intorno, son tutti come te

Nonostante me ne stia ad impostare i settaggi della reflex con attenzione, nove volte su dieci il risultato risulterebbe migliore se sono mi decidessi nel girare la ghiera sulla modalità auto.
Se uno strumento arriva al punto da rendere chiunque di noi un novello Berengo Gardin, i tecnicismi possono pure andare in soffitta per lasciare il posto alla creatività pura. Basterebbe del resto prendere una pagina qualsiasi di flickr o un più semplice album di facebook per tirarne fuori perfette esecuzioni.
A tal punto, conta esclusivamente il racconto. Devono aver pensato questo i curatori dell’avventata mostra di Martina Colombari all’interno della Fotografica 2010, organizzata ogni anno da Canon qui a Milano.
Mettete in mano a chiunque non abbia la benché minima idea di cosa sia la fotografia una macchina qualsiasi, neppure la migliore, mettetela in automatico, e ciò che ne verrà fuori avrà comunque un suo valore estetico. Tanto più se a far da soggetto agli autoritratti metti una gnocca di tal livello.
Una trovata pubblicitaria perfetta.
Anche perché, a giudicare dalle espressioni più che dalle parole, chi ha scattato sembra averci creduto davvero, prendendosi anche un rischio nel mettere da parte l’effetto patinato e mostrandosi al nudo, in ogni senso. Se, come raccontato durante la presentazione, i suoi autoritratti e la sua macchina fotografica sono diventate la sua ossessione, non ho alcuna remora nel credere che a questa visione intimista e psicanalitica della fotografia, lei ci abbia creduto davvero.
Ed il racconto, l’essenza stessa della fotografia, sembra esistere.
Per cui le critiche che hanno inondato la mostra, pur sensate, non colgono la provocazione iniziale. Non importa quanto siate bravi con le vostre belle macchinine e i vostri obiettivi da duemila euro. Smettetela di sentirvi artisti. Se non avete nulla da raccontare non farete altro che inondare uno spazio saturo di immagini. Se poi però avete un corpo come quello lì, potete fare ciò che volete. Persino fotografare.

Questo è il tempo in cui noi tutti è come se avessimo al collo una macchinetta che ci consentisse di cantare come Pavarotti. Tutti splendidi cantanti. Tutti anonimi cantanti.

Settimio Benedusi

p.s. se solo amate la fotografia, un salto fatelo anche voi, entro domenica. Ci si diverte. Ai workshop. Soprattutto.

Sogni di gioventù

Un ex calciatore ex marito di una conduttrice televisiva seduce la terza moglie di un vecchio produttore di amari, già sposato con la sorella di un presidente di una nota squadra di calcio. Il produttore di amari scopre che questi fa ora parte della stessa scuderia dell’ex moglie (dell’ex calciatore, la conduttrice), scuderia che ha a capo un potente “protettore” che nel tempo libero, insieme al direttore di un telegiornale, procaccia prostitute al Presidente del Consiglio, che è anche presidente della squadra di calcio rivale a quella dell’ex cognato.
Il produttore di amari e il direttore di telegiornale si incontrano in osteria.
Scazzottata finale.

Le sexy commedie anni ’70 oggi sarebbero film di denuncia.

Davide, su Buzz.

Se siamo oramai alla realizzazione delle fantasie di gioventù, mi chiedo cosa combineremo noi tra vent’anni.