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Che ve lo dico a fare

Credo che non esista nessuno oramai in grado di pensare così in grande per un tour. Nessuno in grado di poter investire cosi tanto.

Ma il risultato è stato perfetto.
La voce di Bono, tornata quella dei tempi d’oro, capace di emozionare o di dare energia. Di far pensare e di rendere spensierati.
E poi quella meraviglia del The Claw. Aldilà dell’immaginazione, capace di rubare la scena anche a loro stessi, all’interno di quella mega astronave automatizzata. Immensa. E i cui movimenti erano imprevedibili tanto da lasciarmi davvero un pò frastornato, quando la pioggia dei pannelli dei megaschermi è andata calando su di loro.
Davvero difficile da spiegare quanto siano stati visionari i progettisti di questa struttura.
Verrebbe voglia di lavorare con loro alla loro prossima idea.
In fondo, non mi occupo di automazione anch’io?

P.s. Domani metto su un pò di foto.

San Siro. U2. 8 Luglio

Era dai tempi di Pop (non guardatemi male) che un loro disco non veniva messo da parte dopo un paio d’ascolti. Sono tornati con un disco finalmente bello, intenso. Che ha riacceso la voglia di andarli a vedere dal vivo, come hai tempi di Achtung Baby. Ho sempre amato il loro mettersi in gioco, rinnovarsi, giocare con la musica, senza perdersi nel solito frame, ma alcuni passaggi di questi anni sono andati a vuoto, se non con rare gemme. Di certo lo smalto e la grinta non è quella degli inizi, trentanni fa. E forse sono mancati troppo Brian Eno e Daniel Lanois ad amalgamare le loro armonie. Ma il loro No line on the horizon sembra averci ridato un pò della bellezza di un tempo.
E forse per questo sarà valsa la pena aspettare per poterli vedere finalmente dal vivo, a San Siro.
La ricerca dei biglietti si è rivelata farraginosa come sempre, ed ha prodotto anche qualche guaio. Un paio di biglietti in più, di cui ancora non so che farmene. La soluzione se ci sarà, arriverà domani. Intanto domani saremo li.

Ps. Piuttosto che incasinarmi in macchina fin li, lascerò la macchina lungo la MM rossa, ho visto che è aperta fino all’1:10.

Barbagianni a San Mauro

Nati il 4 Luglio

Ottime notizie. Adesso vedremo cosa accadrà. Intanto è il momento per darsi da fare. Ora o mai più.

e dal blog di Pippo Civati:

“Per darmi un tono o semplicemente perché sono disinformati, i giornali parlano di me come di un esponente dei Quarantenni. Peccato che sia del 1975. Mi scrivono su Facebook i miei generosissimi fan che alla mia età Blair era primo ministro. Mi parlano di Obama e Zapatero, come se il paragone reggesse. Bene, faccio notare che Obama è del 1961, Zapatero del 1960 (siamo nati tutti e tre lo stesso giorno, ma non facciamo confusione…). Alla mia età Blair non era affatto primo ministro, ma parlamentare e parecchio di sinistra (controllate qui). Così, per capirci, per evitare paragoni impossibili e di dire e fare fesserie. Perché qui è tutta un’altra storia e bisogna avere il senso della misura e delle proporzioni. E questo non è il paradiso. E non è nemmeno l’Iowa.”

In pausa

Bene, ho un volo che mi aspetta.
Sarò a Palermo in questi giorni. Per chi può ci si vede lunedi mattina.

Quelli che nessuno stava aspettando

“L’avvenire è di coloro che non sono disillusi”
Georges Sorel

E’ cominciata la corsa alle primarie in quella selva insidiosa che è il Partito democratico. Ve ne sarete accorti anche voi, passate le pessime europee è tempo di prepararsi al congresso di Ottobre.
(ok, è un discorso lungo di cui avrei dovuto parlare un pò per volta. Il discorso andrebbe letto tutto, ma se proprio non ce la fate saltate qui [1], che è importante).
I candidati al momento sono tre, armati della grande retorica dell’innovazione o di quella pessima parola che amano chiamare riformismo.
Hanno dato inizio alla loro campagna sulla rete, la nuova frontiera del territorio.
Franceschini, il capo in pectore al momento, ha lanciato il guanto della sfida su Youtube.
Bersani, su Facebook, addirittura.
Il terzo è Marione Adinolfi, che tra una giocata a poker e l’altra, non si tira mai indietro quando si parla di primarie. Con coraggio e l’incoscienza di chi non ha nulla da perdere.
Beh, anch’io faccio parte di coloro a cui queste candidature stanno un pò strette. Persone serie ed ammirabili sotto vari punti di vista, ma inadatte al ruolo che dovrebbero andare a ricoprire. Lasciando da parte Adinolfi ed il suo piccolo ruolo, vediamo un pò i contendenti.
Bersani è stato il migliore dei ministri del passato governo Prodi, il più coraggioso senz’altro, e gode di una certa stima. E’ stato il candidato probabile per anni però, tirandosi sempre indietro quando era il momento giusto. Dimostrando sicuramente poco coraggio.
Si tira poi addosso l’ombra di D’Alema, che sembra muovere i fili della sua candidatura. Ha un’idea poi del partito Democratico come un ritorno ai Ds, quel partito cioè che si portava al massimo al 16% alle elezioni. Al guazzabuglio delle grandi coalizioni. Distante quindi dall’idea con cui è nato il Pd.
Franceschini si è fatto apprezzare in alcune sue fasi da segretario, e la mia stima personale è cresciuta negli ultimi mesi. Ma si porta dietro l’aura delle scelte abbozzate, del vorrei ma non posso, del ma-anchismo che hanno caratterizzato il suo periodo da vice-Veltroni. Ci si chiede insomma, se a fronte dei suoi pensieri di questi giorni sul rinnovamento del partito, abbia la reale forza per fare ciò che Veltroni non era riuscito a fare.
Dalla sua parte si è schiarata Debora Serracchiani, l’idolo di internet, la ragazza che nel nord-est ha battuto Berlusconi. E’ stata tirata per la giacchetta per parecchio tempo, ed in tanti avrebbero preferito vederla sfidare i leader storici, quella gerontocrazia dei vertici che aveva attaccato in quel discorso che l’ha resa cosi famosa. Fa paura a tanti, e le reazioni ad una sua dichiarazione un pò troppo leggera lo fanno notare. Pensavamo però potesse avere forza e carisma per essere la nostra little Obama, insomma. Ha preferito optare per un cambiamento dall’interno, piccoli passi, perchè poi andare a sfidare i vertici è roba da far tremare le gambe. Specie poi se vinci e te la devi vedere con quei signori dall’altra parte.
[1] In tutto questo si inseriscono i Mille, i Piombini, quel gruppo di “giovani” (si fa per dire, ma non è una questione di età, come sempre) per cui nutro molta simpatia. Sabato scorso si sono riuniti al Lingotto per raccontare la loro idea dell’Italia, e anch’io avevo per tempo pensato di andare. Era un’assemblea aperta a tutti, in cui tutti potevano dire la propria. E’ un gruppo che ha un’idea dell’Italia come la vorrei anch’io, un gruppo di persone con un’idea alta della politica, e del Pd. E’ un gruppo che fa rumore, e che sembra avere molto seguito, a giudicare dal numero di persone presenti li e sulla rete a discuterne. Tanto da fare muovere i vertici fino a Torino, prendere la parola, e raccontarsi, raccontare le loro idee a quella fetta importante di possibili elettori. Ai tg naturalmente si è parlato soltanto di loro, senza dare spazio alcuno a chi ha detto le cose più sensate.
I vari Civati, Curci, Sofri, Costa, Meo, Alicata, Scalfarotto, non hanno fatto notizia. Ma è da quel gruppo che dovrebbe venir fuori il candidato più dirompente in questa corsa. Non mancano le competenze e le capacità, visto che tutti sono impegnati a livello locale e nazionale da tempo. Manca quel pizzico di follia che in tanti in questi giorni chiedono. Il candidato ideale per tutti quanti sarebbe Giuseppe Civati, di Monza, trentacinquenne, professore di filosofia. Grande capacità oratoria ed esperienza locale notevole come consigliere provinciale. Come dicevo per la Serracchiani, che per tempo è stata corteggiata dal gruppo come candidata perfetta, tremano le gambe a tutti quanti. Adesso si cercano alleanze, anche un pò forzate, come con Chiamparino nei giorni scorsi. Con Ignazio Marino, magari.
Ci si tenta di contare per capire che seguito si potrà avere, si ha paura di bruciarsi troppo presto.
Io non credo sia semplice per nessuno decidere adesso, e che nessuno dovrebbe insistere più di tanto. Avrei paura che in tanti, al momento di votare, potrebbero preferire, come dice un proverbio siciliano, “u tintu accanusciutu chi u bonu a canusciri” (ndr. il cattivo conosciuto che il buono da conoscere).
Ma credo sia arrivato il momento. Basterebbe guardare agli Stati Uniti o all’Inghilterra (con opposti schieramenti), per capire che per vincere occorre cambiare, fare un salto generazionale.

Abbiamo bisogno di qualcuno nuovo, lontano dalle vecchie logiche, che sappia dare un balzo in avanti all’Italia, che sappia raccogliere i delusi e i disillusi. E che sappia anche far sognare.
E’ il momento, adesso. Aspettiamo voi o nessun altro.

Qui i video degli interventi al Lingotto.

Vabbè, questa è la classifica di preferenze sul sondaggio dell’Espresso, per quello che serve:

Di maschere e domande

Una volta era l’abitudine, passare almeno una sera alla settimana standosene li, mettere su un dvd e dedicare una serata ai film che avremmo voluto vedere. Passavamo mezz’ore intere davanti al distributore prima di trovare il film che potesse piacere ad entrambi, anche se i nostri sono gusti facilmente conciliabili.
La scorsa settimana una serata è tornata ad avere lo stesso sapore, sul divano su cui adesso sono seduto. Ultimamente la nostra predilezione è sui film di Woody Allen. Dobbiamo colmare le nostre lacune, anche perchè credo di essermene innamorato troppo tardi.
E lo considero davvero un bene.
Stanno li in stand by per parecchio tempo, in attesa del momento giusto. Qualcuno mi delude, altri li considero capolavori. Si le battute le capisco almeno cinque secondi dopo. Ma non è quello. E’ la sua capacità di costruire quei personaggi fragili, in mezzo a storie cosi reali, come se davvero conoscesse l’animo umano e sapesse portarlo sullo schermo come nessun’altro.
Come questa volta con Un’altra donna.

In cui si muove una donna di mezz’età, sicura di se stessa, con una buona carriera in corso come preside di un università, e a cui d’un tratto la terra sembra franargli sotto i piedi.

Le sicurezze dentro le quali si sincerava erano soltanto una buona facciata ed una buona risposta alle sue paure, ai sui bisogni irrisolti, alle sue manchevolezze su cui era inutile tornare. Avrebbero aperto altrimenti una voragine.
Queste però affiorano pian piano, quasi per caso, quando nell’appartamento che ha affittato per scrivere il suo libro, la voce di una giovane donna arriva alle sue orecchie tramite le condotte dell’aria. Una voce che racconta le paure, le fragilità di questa donna raccontate al suo psichiatra.

Da li la ruota comincia a rotolare più velocemente e cominciano a riaffiorare i dubbi su ciò che era la sua vita. Comincia a porsi le domande che erano state li per troppo tempo.
Come in una famosa pagina di Baricco, quel quadro che era stato al muro per molto tempo, tutt’ad un tratto, cade giù.

A chi non capita d’incontrare persone cosi. Uomini e donne desiderose di dare un’immagine di se risoluta e sicura.
In realtà non le ho mai prese troppo sul serio. Maschere.
Però mi sembra di capire che più si cresca e più sia difficile affrontare, parlare, dei nodi irrisolti di ognuno di noi. Quelli che erano solo dei piccoli nodi e che sono diventate catene a cui si può rimanere ancorati per sempre.
Non se ne parla affatto per non far affiorare alcun abisso.
Forse è una buona tattica, ma poi mi sa che torna tutto a galla.
Ecco, questi fotogrammi sono capaci di aprire voragini in chi non vuol farsi troppe domande.
Proprio ciò che mi sono riproposto di non fare più dopo una discussione tra amici qualche settimana fa. Non era mio compito fare le domande, se nessuno vuol sentirsele porre. Semmai ascoltarle, ma mai porle.

Comunque li con te.

Auguri.

E cos’è mai sto Pop

Non era credo utile alla fila di messaggi in coda su Mtv a strapparsi i capelli per l’improvvisa dipartita di quello che era definito il re del Pop. Non sono mai stato un suo fan, sebbene le sue canzoni facciano parte della colonna sonora della nostra infanzia. Ma davvero, ad un certo punto, sono rimasto colpito da questa specie di lutto planetario, e l’immagine che ha fatto scattare quest’input è stato il balletto creato in quel carcere filippino, e la notizia campeggiare ancora dopo tre giorni nelle prime homepage dei giornali.
Mi sono chiesto per chi sarebbe possibile qualcosa del genere, e perchè mai mi fosse sfuggito qualcosa che agli altri era incredibilmente chiara.
Eppure ricordo ancora le immagini del suo concerto a Mosca, o ovunque si muovesse. Ricordo il delirio, ma forse ero troppo piccolo allora per comprendere davvero.
E poi di colpo ricordo il crack. Scomparso, scomparsa la sua musica, masticata dalla cronaca delle sue follie e delle sue pericolose manie.
Continuavano a passare le sue canzoni, anche in fenomenali cover, ma lui era scomparso quasi venticinque anni fa, a dire il vero, il meglio che avesse dato se n’era andato già da un pezzo.

Era rimasto da allora il dubbio di sempre tra le sue faccie della stessa medaglia, come se tra vittima e carnefice possa esserci differenza.
Erano le spalle ad essere non abbastanza grandi per sorreggere il peso del successo. Che lo aveva triturato dai tempi dei Jackson 5, e che aveva sapientemente sfruttato fino a portarlo sulla vetta del mondo. Dove non si trova poi nessuno, forse soltanto Peter Pan e quel mondo di fantasia da cui è uscito su una barella in diretta tv.

p.s. Allora, Marco?
Ero tentato dal dare un titolo in stile Spinoza, ma adesso non era più tempo per le battute idiote. Che anch’io ho fatto dopo la melassa di venerdi di tutti i fan, o presunti tali.

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Non sono stato via.
I luoghi sono gli stessi, la compagnia diversa.
Non sono stato solo un attimo in questa settimana, già da venerdi scorsa con Silvia e poi da lunedi col fratello.
Settimana dispendiosa, penso di aver recuperato un pò di energia soltanto oggi pomeriggio.
Una settimana diversa,a cui non sono abituato. Sebbene viva con due pregevoli coinquilini con cui condivido molte ore, la mia vita qui si svolge su binari solitamente solitari. Abituato com’ero a vivere in una normale famiglia del sud, in cui la solitudine è qualcosa di bandito, è stato un grande sconvolgimento per gli abiti che da sempre vestivo. Difficile riempire gli spazi lasciati vuoti dalla famiglia, dalle amicizie e trovare il modo di colmare quel vuoto con nuovi rapporti. Soprattutto se nel mio girovagare di quest’anni ti trovi a fare e disfare intimità nel giro d’un anno.
Oramai però mi sono quasi abituato. Forse troppo, e mi viene difficile a volte tornare a vivere in simbiosi con qualcun’altro. Anche se ciò succede nelle brevi vacanze a casa, è tutto troppo diverso dalla vita d’ogni giorno, qui.
E cosi , quando sono qui con i miei saltuari ospiti, stravolgo nuovamente le mie abitudini. E come se tornassi indietro di un paio d’anni in una dimensione però parallela in cui sono messo a vivere. Riprendo a camminare in due, pensare in due, mangiare in due, organizzarmi per due. Ed è comunque decisamente meglio. Anche se oramai non potrei più rinunciare ai miei momenti di silenzio.