Priorità

Non mi va di parlare con leggerezza.

L’inizio del nuovo anno sta rendendo il suo conto e sto accumulando cose che vorrei fare sul tavolo da tempo, cose che vorrei imparare e spazi che vorrei conquistare. Ma trovo solo disordine per il momento.
Per questo voglio leggerezza per vivere tutto con più semplicità, lasciando scorrere priorità che mi vado imponendo ma che non posso afferrare.

Sarà che non ho ancora un agenda su cui disegnare nuovi percorsi?

Vuccuzza di ciuri

Mario Incudine canta De Andrè:

La mappa del potere


da “S” di questo mese.

Snowboard, primo tentativo

Si ha pur bisogno di adrenalina ogni tanto.
Si ha pur bisogno di tornare a casa con i muscoli in disordine.
E sono queste due di quelle cose che mi mancavano da un mucchio di tempo,
forse da certe uscite a perdicollo con il reparto.
Ed è per questo che è stato bello cominciare ad usare ieri lo snowboard
ieri in questo posto qui.

Fabrizio De Andrè 2009. Il nostro Santo Laico

E’ vero, Fabrizio De Andrè, è stato uno dei più grandi poeti di questo secolo. E come tutti i grandi è apprezzato oggi più di quando era in vita. Per uno he ha vissuto sempre contro, in direzione ostinata e contraria (come il nome di una delle ultime, infinite raccolte) chissà come sarebbe guardare tutte queste commemorazioni.
Che ben vengano, però a sentirsi improvvisamente amati da tutti ci si sente quasi stonati. Soprattutto se si corre il rischio di finire nei programmi ministeriali.

Le parole più sincere in questi giorni di memoria comune le ho lette su questo post, che riporto in una piccola, ma mica tanto, parte :

Il problema di De André è un problema italiano, è un problema dato da quello che lui rappresenta, dalla sua icona schiacciante di artista non compromesso che rifiuta i milioni di papà, sentimentalmente dolente e sociopoliticamente militante, che viene rapito e perdona i rapitori, che non si abbasserebbe a uno slancio di vitalismo cazzone come Buonanotte fiorellino o Fegato spappolato: anche quando canta Rimini, la città più pirlona d’Italia, lo fa con tono un po’ lugubre e di compassione per le umane miserie – ben diversamente da un Raf, che a Rimini va in palla per una coi sandali, come faremmo noialtri rimbambiti (cfr. Malinverno). De André è il santo cantautore di un paese necrofilo che non vede l’ora che tu muoia per renderti commosso omaggio, e un po’ se l’è cercata, essendo stato un grande fautore dell’accoppiata morte-redenzione: quando 10 anni fa è andato a dormire, dormire sulla collina, ci ha trovato metà dei personaggi della sua discografia, dagli Impiccati dell’allegra ballata a quelli che morirono a stento, dai defunti presi a prestito dall’Antologia di Spoon River all’uomo probo della Ballata dell’amore cieco; da Geordie a Miché, dall’amico Tenco (Preghiera in gennaio) a – naturalmente! – Marinella. Ha fatto più morti della strategia della tensione, lui e Francesco Guccini davvero sono i due stragisti del pop italiano.
Sia chiaro: non è un problema di De André ma mio, se lui canta i vinti e mette a disagissimo noi che forse coltiviamo il sogno piccoloborghese di essere perlomeno pareggianti e ogni tanto, meschini, ci crediamo assolti ma siamo lo stesso coinvolti e – ouch!, ecco le pantere venute a morderci il sedere. Il vero problema diffuso sta nel fatto che i libri e film e dischi che lo ricordano ci stanno assediando. Il fatto che l’altra sera lo celebrava Vincenzo Mollica e ieri sera lo celebrava Maurizio Mannoni e sabato pomeriggio lo celebrava Francesco Facchinetti, e oggi lo celebra Aldo Grasso sul corrierone dicendo che non gli va che Mollica celebri uno che lui, Grasso ascolta (a suo dire) ogni singolo giorno. Ed eccoci finalmente al punto.
Sì, il punto è questo, e se amate De André e finora siete riusciti, magari contorcendovi, a tollerare quanto ho scritto, sappiate che è QUI che vi farò incazzare. Il problema di De André è che è il pret-a-porter poetico più comodo da indossare in Italia. Che sostenere di amare De André è come giocare l’asso di briscola: chi può negarti un’anima nascosta di purissima e sofferente poesia, se dici di amare De André? E credetemi, tra le persone che mi hanno detto di amare De André ci sono alcuni dei più viscidi arrampicatori che io abbia mai conosciuto – però De André monda da ogni nequizia, come nemmeno Padre Pio (e prima o poi mi aspetto di vederlo in una fiction Rai, interpretato da Sergio Castellitto, visto che dopo Padre Pio ed Enzo Ferrari, Don Milani e Fausto Coppi, tra i tanti di cui il Paese non è stato degno e che lui ha tristemente interpretato, un cantautore gli manca). Il fatto è che se dite di amare Francesco De Gregori o Neil Young, con tutte le puttanate che hanno fatto, è evidente che vi prendete sul gobbone anche le loro puttanate, e siete indulgenti con loro come siete autoindulgenti con voi. Ma con De André, non c’è niente da perdonare. Chissà, forse ascoltando lui, davvero potete credervi assolti. E a proposito di essere assolti, se pensate che sulle navi da crociera un futuro presidente del Consiglio cantava straziato le sventure di Marinella, forse capite cosa intendo dire. Quindi, gente, credetemi: la cosa migliore che posso fare in memoria di De André è NON parlarne bene e non chiamarlo “Faber” come se fosse un mio amico: l’ho visto solo una volta in vita mia, presentava la riedizione – in duetto con Mina – di quella cazzo di canzone di Marinella, e non sapevo veramente cosa dirgli, perché come amico non so se lo vorrei, uno che non scrive né fa mai puttanate. Vuoi mettere frequentare Tiziano Ferro e andare con lui a toccare le sise alla Arcuri? Non sarà spessore artistico, ma è spessore umano. “

Cosa ne pensate?

Per la serie “Uomini Straordinari”

Giulio Andreotti ha già prenotato un posto in paradiso.
I suoi segreti li andrà a confessare li, quindi.

Frammenti/2

Nell’angolo restarono.
Aveva sempre bisogno del disordine
per sentire non ristagnare il suo sangue.
E per questo se ne accorse soltanto dopo un paio di giorni.
Resto titubante.
Andò a stendere i panni con l’idea che non avrebbe mai avuto la forza
di buttar via tutto.
Aveva sempre cercato di ricucire ad ogni strappo,
e non capiva, adesso, se a dettare quei suoi gesti fosse stata la paura.
Incapace di gettare ogni cosa, la sua stanza, i suoi cassetti, li trovava pieni di mucchi
di cimeli, fotografie e torsoli di mele e mezze noci.
Come quelle raccolte nel prato oltre il fiume che non aveva il coraggio d’attraversare e
che aveva rivisto soltanto quando della vigna non era rimasto nulla.
Quando tornò nella stanza si abbassò a livello del pavimento ed, ad uno ad uno, cominciò a guardarli da ogni lato, osservando l’angolo di rottura e la forma del taglio.

2+3 = 6

Gabriella Carlucci mi ha convinto.

Frammenti

A forza di raccogliere frammenti,
incesellarli uno con l’altro,
si rese conto di quanto il risultato
fosse disuniforme e cosi poco delicato.
Prese quel vaso,
lo afferrò violentemente sulla sua testa
e decise di scagliarlo contro la parete dinnanzi a lui.
I settecentoventitrè pezzi lo circondarono.
Tutto ciò che aveva intorno
era tutto ciò che non poteva più essere.
Afferrò la scopa e la mise in un angolo
in attesa di gettare tutto via.
Adesso tutto appariva
più in ordine.
Era da quell’ordine
istantaneo
che volle partire.

Distese di neve

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