Tutti gli articoli di Mao

Scegliere di non sapere tutto.

Avoid 99% of the news. If the news is significant, the information will find you. Don’t believe me? Try reading last year’s newspaper. If you do read news, read old news. Time is like a filter for quality.

via Pandemia

Tenere la testa bassa sul presente, su notizie e polemiche che durano il tempo di una giornata, non ci starà facendo perdere lo sguardo d’insieme?

Molto meglio scegliere di ignorare certi argomenti, certe notizie. E approfondire soltanto l’essenziale, che si perderà così meno facilmente, lasciando che qualcosa sedimenti.

Sulla meritocrazia

«La meritocrazia sta diventando la nuova religione del nostro tempo, i cui dogmi sono la colpevolizzazione del povero e la lode per la disuguaglianza…Eppure fino a tempi non recenti non abbiamo mai pensato di costruire una società interamente né prevalentemente meritocratica. Esercito, sport, scienza, scuola, erano ambiti tendenzialmente meritocratici, ma altre decisive sfere della vita erano rette da logiche diverse e qualche volta opposte. Nelle chiese, nella famiglia, nella cura, nella società civile, il criterio base non era il merito ma il bisogno, grande parola oggi dimenticata…La novità del nostro capitalismo è l’estensione della meritocrazia a ogni ambito della vita civile, la cui prima e più rilevante conseguenza è la legittimazione etica della disuguaglianza, che da male da combattere sta diventando un valore da difendere e promuovere. I passaggi sono tre: 1) si inizia con il considerare il talento un merito; 2) si continua riducendo i molti meriti delle persone solo a quelli più semplici e utili (chi vede oggi i meriti della compassione, della mitezza, dell’umiltà?); 3) infine si remunerano diversamente i talenti-meriti amplificando le distanze tra le persone, dimenticando radicalmente il ruolo decisivo che il caso e la Provvidenza esercitano sui nostri talenti…I meriti e i talenti non sono merito nostro, se non in minima parte, una parte troppo infima per farne il muro maestro di una civiltà. Ecco perché un importante effetto collaterale di una cultura che interpreta i talenti come merito e non come dono è una drammatica carestia di gratitudine. Non capiamo allora l’aumento delle disuguaglianze nel nostro tempo se non prendiamo molto sul serio l’avanzare indisturbato della teologia meritocratica. Come non capiamo la crescente colpevolizzazione dei poveri, sempre più visti come demeritevoli e non come sventurati. Se infatti il talento è merito, l’equivalenza demerito-colpa è immediata. E se i poveri sono colpevoli io non sento nessun dovere di aiuto».

Via Francesco Maggio

La meritocrazia sarà forse la religione del nostro tempo, ma di sicuro non è stata la religione a cui si è votata il nostro paese. Ad un certo punto é diventata centrale nella narrazione di qualche politico riformista, ma é stata puntualmente disatteso ogni tentativo di introdurre principi meritocratici nei luoghi di lavoro e nella politica stessa.

Eppure in questo periodo, in cui si cercano motivazioni al dilagare del populismo, anche questa é salita sul banco degli imputati.

La tesi: chi ha raggiunto qualche obiettivo senza contare su aiuti di sorta, senza fare parte di consorterie di potere, si sente automaticamente assolto, migliore degli altri. Può permettersi di guardare dall’alto chi é in difficoltà, trovando una giustificazione alle disuguaglianza, perché chi non ha, probabilmente non ha fatto abbastanza per meritarsi di meglio.

Farne una delle cause della situazione attuale mi pare avventato, ma é pur vero che da qui occorre partire per capire cosa non abbiamo sbagliato.

Abbiamo sbagliato a banalizzare, a prendere in giro chi non capiva, a ridicolizzare le voci che venivano fuori dalle chiacchere dei bar reali e virtuali.

A che serviva tutto questo, se non a farci sentire migliori?
In fondo avevamo lavori non all’altezza delle nostre aspettative, vite disordinate a quasi quarant’anni, ma potevamo comunque prendere in giro chi non capiva quello che a noi sembrava chiarissimo.

Sai che soddisfazione.

Storia di un fallimento

C’è stato un tempo in cui ho pensato che far parte di un partito politico potesse essere una buona occasione per mettersi a disposizione della propria comunità.

Trasferito nella città in cui adesso vivo mi sono inserito nel Partito Democratico, del quale al tempo condividevo lo spirito e l’anelito di novità che veniva dalla spinta del Lingotto di Veltroni e da alcuni giovani di cui condividevo le idee. È stata un’esperienza importante su cui tornerò perché da essa ho imparato molto, nel bene come nel male, sulla politica e sugli uomini che in essa si muovono.

Ad ogni modo, da qualche anno avevo maturato l’idea di abbandonare quest’esperienza. Ho deciso di candidarmi alle ultime elezioni comunali, ma il risultato è stato la conferma che la scelta migliore fosse lasciare.

Riporto qui la lettera che avrei voluto consegnare al coordinamento, ma che concretamente hanno letto solo in pochi.

Scusate se vi disturbo, tra i vostri impegni, ma vorrei comunicarvi la decisione di abbandonare questo coordinamento.
E’ una scelta che deriva da molte ragioni. Quando ho deciso di inserirmi all’interno del partito, ero spinto da una grande curiosità per un mondo che non conoscevo e che mi affascinava. E dalla voglia di mettermi al servizio degli altri ad un livello che ritenevo superiore a quello del semplice volontariato.

A distanza di cinque anni, ho imparato molto. Ma soprattutto ho imparato che questo mondo non fa per me. Se guardo a quello che sono stato in grado di costruire, aldilà delle relazioni personali, vedo un foglio bianco.
Mi sono reso conto di non essere stato in grado di incidere nel cambiare tutto quello che non mi piaceva nelle dinamiche interne, finendone piuttosto, talvolta, sopraffatto. Pensavo che la vita del partito pretendesse un’attivismo che non ho trovato, e delle chiamate all’azione che non fossero semplicemente una chiamata ad una forza lavoro acritica.
Mi manca un progetto, un programma costruito insieme teso al raggiungimento di un obiettivo. Vedo un obiettivo, piuttosto, perseguito secondo dinamiche che stento a comprendere pienamente.
Incide sicuramente una grande resistenza al cambiamento nelle dinamiche di gestione del partito, coerente con le dinamiche di oggi. L’ho provato più volte, in ciò che mi sono permesso di proporre.
I miei limiti hanno inciso, certo. Limiti legati al tempo che posso dedicare a questo coordinamento per poter incidere nel modo che ritengo sia opportuno. Limiti anche caratteriali, probabilmente. Probabilmente serve anche un carattere diverso dal mio. Sono troppo affezionato al ragionare con la mia testa per poter cavalcare acriticamente il leader di turno o per sposare una singola ragione, o per mettere a tacere i miei pensieri del momento.
Anche alla luce delle preferenze raggiunte alle elezioni, credo comunque di non poter mai sperimentare un ruolo nel consiglio comunale. Esperienza che avrei voluto, per imparare le dinamiche della politica e dell’amministrazione di una città. Ma sono alieno, nuovo per Brugherio, per poter pensare di avere una rete di relazioni in grado di votarmi. Non sono nato qui, non ho frequentato le scuole né le associazioni della città fino ad adesso, se non proprio questo partito.
Porto con me molto, in ogni caso. Relazioni personali, e comprensione dei miei limiti, in primo luogo. Però forse adesso è meglio che torni ad occuparmi di qualcos’altro. Qualcosa in cui possa dire la mia e lasciare un segno. In cui possa far ripartire le mie motivazioni. C’è una canzone di Brunori che dice “La verità è che non vuoi cambiare, che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più”. Io voglio cambiare.
Un abbraccio.

Uno spazio da ritrovare

Sono rimasto spiazzato vedendo che il mio ultimo post su questo blog è di un anno fa.

I pensieri, come per tanti, in questi ultimi anni si sono spostati verso altre piattaforme, che sicuramente garantivano una platea più ampia, sicuramente appetibile, ma che alla lunga hanno manifestato tutti i loro difetti. Quello che poteva essere uno spazio per la discussione è diventato uno spazio per la litigiosità spesso insensata. E per me, che non ho mai avuto l’intenzione di mettere a tacere le mie opinioni e le mie posizioni, è stato  difficile lasciar scorrere il fiume di odio che veniva anche da gente che mi ha conosciuto e che ho frequentato per molto tempo.

Se è successo a me, nel mio piccolissimo angolo di mondo, non oso neanche immaginare quanto possa essere insostenibile per chi ha un ruolo pubblico. Io non ho abbastanza pelo sullo stomaco per sostenere tutto questo, e dopo le elezioni comunali a cui ho deciso di candidarmi, ho deciso che non era più il caso di condividere i miei pensieri. Avevo bisogno di disintossicarmi.

A distanza di sei mesi, penso che sia un peccato smettere di parlare. Molto spesso avrei voluto raccontare, condividere qualcosa che ritengo interessante, ma mi sono letteralmente auto censurato.

Ho perso l’abitudine a scrivere, il tempo si è frammentato e ridotto, ma anche solo per me stesso, tornare su questo blog penso sia utile.

Pochi si accorgeranno di quello che scriverò, che raramente finirà su un social network. Ma quello che voglio non è un palcoscenico dal quale parlare. Non mi interessa. Voglio soltanto uno spazio per fare ordine e per condividere pensieri soltanto con chi esplicitamente vorrà venire su questa pagina.

Un tempo questo funzionava e mi ha permesso di entrare in contatto con persone che stimo, ed era la cosa migliore che internet era riuscita a costruire.

A chi pagare la cauzione?

La libertà é un contratto abusato.

Chiunque vorrebbe essere libero, ma la libertà può essere un baratro. Puoi caderci dentro senza essere più in grado di rialzarti o, ancora, puoi perderti. Molto meglio essere indirizzati, avere qualcuno che ti dica dove andare, cosa fare da quando sei sveglio fino al momento di andare a letto.

La libertà richiede consapevolezza. E un uomo, se consapevole dovrebbe pretendere libertà.

Ecco, se penso al mondo del lavoro, ma anche alla società in cui siamo inseriti, si ha la sensazione di essere trattati come bambini. Bambini da indirizzare, da gestire. La retorica della libertà si scontra con una realtà in cui il controllo delle azioni di ogni individuo è la costante.

Il dipendente deve timbrare il cartellino, deve uscire ad una certa ora, chiedere il permesso per andare dal dentista o accompagnare proprio figlio a scuola. Deve pranzare dalle 13 alle 14 e stare non più di cinque minuti a parlare con un collega alla macchinetta del caffè.

Forse è giusto così. Come detto prima, la libertà senza consapevolezza, può generare caos nell’individuo e nella società di cui è parte.

Ma allora, di cosa stiamo parlando quando parliamo di libertà? E cosa dovrebbe fare un uomo per guadagnare la semplice libertà di gestire il proprio tempo?

A quale sceriffo pagare la propria cauzione?

Occhiachiusi

Un tisi na piula cantari dra sira,
chidda chi na vota mi cuntasti.
Era nicu e mi scantava puru da me ummera,
d’un muru biancu cu rarrieri nu sbalancu.
E mi scantava d’ascutari st’accedu cantari
chi mala nova puteva purtari.
Ma dra sira quannu nni salutisti
un sacciu s’an tisi. Na notti, quannu l’estate java finiennu ntisi
 un gran friddu ‘nta l’uossa
e nenti chiu. Pareva una cosa nutili pi cumu mi muveva,
‘iava a memoria, sulu pi viriti ‘natra vota ancora.
I cunta ri storie chi mi cuntavi, sunnu cu mia
Eranu cunta
d’amuri granni, amuri strappato du cori
e quacchi vota arritruvatu. Cunti di terre
abbandunati e d’ommini ri na vota, ca s’infilarunu
rintra i nostri vini e ora un ponnu chi scappari.
E puru si u tiempu passatu nna abbasta mai,
sacciu unni truvariti quannu l’occhia chiuru e
a tia vaiu circannu.

Come siamo diventati Dei


Puó essere utile prendere talvolta una via di fuga dall’attualità e provare a guardarsi da lontano.

Molto lontano. Partire da circa due milioni di anni fa, quando sulla terra vivevano diverse specie di homo. Non erano molto diverse da noi, ma avevano tutte caratteristiche peculiari. I nostri sussidiari ci hanno parlato dell’homo di Neanderthal, dell’homo di Cro-magnon e poi di quella specie a noi particolarmente familiare. L’homo sapiens. Non era particolarmente forte, ne agile, al contrario dei propri cugini. Nonostante tutto emerse sulle altre specie. Le ragioni che gli studiosi hanno cercato trovano una convetgenza su diversi fattori. La capacità di collaborare all’interno di comunità, e poi, soprattutto, la capacità di creare miti comuni.

Il viaggio dell’homo sapiens raccontato in questo saggio di un certo successo dello storico israeliano Harari rappresenta un analisi efficace della nostra storia evolutiva, ed offre spunti interessanti su cui è opportuno soffermarsi.

La nostra immaginazione ha consentito l’invenzione delle religioni, delle leggi che regolano la convivenza, della fiducia in qualcosa di non tangibile come il denaro. Ogni capitolo analizza questi aspetti che hanno portato l

Da animali a dei spiega come ci siamo associati per creare citta, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dei,
nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati
schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicita.

Attesa

Di tanto in tanto, da piccolo, andavo a pescare con mio zio.

Lui sistemava la canna anche per me, mi spiegava come infilzare i vermi nell’amo cosicché questo scomparisse del tutto, e mi guardare fare il mio goffo lancio. Dopo poco più che una decina di minuti, seduto accanto alla sua silenziosa concentrazione, mi guardavo intorno e cominciavo a vagare con la mente. Inquieto chiedevo quando abboccassero, come mai non avessimo ancora preso nulla. Lui rispondeva annoiato alla mia petulanza e subito dopo mi allontanavo per fare un bagno. Quando tornavo trovavo qualche piccolo pesce nel secchiello e mi dispiacevo per la mia impazienza. Impaziente da sempre. Mi dicevano che avrei imparato da solo la pazienza, la vita me lo avrebbe insegnato. Occorre aspettare che il tempo segua i suoi giri per poi fermarsi nel momento giusto. Non lo afferri. Il pesce afferra il vermicello quando deciderà di aver fame.

E nei suoi giri, scopri una mattina di fine luglio che si, aspettate un bambino. Ti sembra incredibile, di quelle cose che accadono ma non sai se crederci davvero.

Affronti la situazione con il dovuto distacco, cercando di capire quello che sta accadendo. E cerchi conferme nelle sensazioni che lei riesce a trasmetterti, perché in fondo è tutto molto più complicato per i padri.

Non cambia il tuo corpo, le tue ghiandole non si gonfiano. Avviene tutto in una dimensione più sotterranea, nascosta. Quello che cambia è molto meno evidente all’esterno.

Man mano che gli esami si susseguono, la sensazione è quella di aver aggiunto un’ulteriore variabile alla complicata equazione che stai già tentando di risolvere da quando sei su questa terra. Una variabile casuale, che influenzerà la tua vita da li in poi. In questo senso le quaranta settimane, i nove mesi, si offrono come una sorta di palestra nel prendere coscienza della dose di imprevedibilità che hai deciso di aggiungere alla tua vita.

Già dai primi esami devi imparare a controllare l’ansia, sperare che sia tutto in ordine, e poi aspettare che sia lui a scegliere il modo migliore per sistemarsi in quella pancia, girando e girando fino ad aspettare che si decida a mettersi nel modo giusto. E attendere che abbia voglia di vedere il mondo, con i tempi che solo lui può scegliere. Imparando già da adesso a gestire i tempi e le priorità che le sue esigenze comportano.

Perché deciderà lui. A te toccherà imparare la pazienza e il tuo nuovo posto nel mondo.  Di colui che al momento può star li ad accarezzare la pancia ed immaginare il viso che avrà, la forza che avrà, e sperare che stia bene.

Costruendo la strada su cui potrà muovere i suoi passi.

Sperando di essere pronto alla sfida più grande che abbia mai affrontato.

Appunti sulla verità

“In pratica, per i seguaci dei populisti non conta la veridicità dei singoli fatti, perché ad essere vero è il messaggio d’insieme, che corrisponde alla loro esperienza e alle loro sensazioni. E di fronte a questo, servirà a poco accumulare i dati e le correzioni, se la visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali continuerà ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

da La rabbia e l’algoritmo.

Dalla finestra

Stavo seduto guardando dalla finestra per l’intera giornata. Era così che passavo la mia convalescenza dopo quel brutto incidente.

Per fortuna la mia è una zona rumorosa e molto frequentata. Il mercato delle prime ore del mattino con le nonne e qualche mamma che ha accompagnato il proprio bimbo a scuola, poi le voci dei venditori e le loro chiacchiere stanche quando vanno smontando le bancarelle. I bambini nel pomeriggio, dopo aver finito i compiti, giocano a pallone a pochi metri dalla porta di casa, e qualche vecchio sta seduto sulla panchina.

Pensavo mi sarei annoiato molto a stare solo in casa durante queste giornate. E’ stato in effetti così, ma è stato al tempo stesso un bene che sia andata così. E’ molto istruttivo, sai, stare ascoltare dalla finestra senza partecipare alle discussioni. E io avevo parlato troppo negli ultimi mesi. Mi ero accalorato per troppe ragioni, perdendo a volte la lucidità. Avrei voluto prendere a schiaffi qualche volta i miei alunni, quando si ostinavano a non capire quello che pure semplicemente io cercavo di spiegare.

Cercavo di essere chiaro, e gli offrivo la verità, il mio pensiero, su un vassoio e loro si ostinavano a voltarsi dall’altra parte. Che stupidi, pensavo. 

Mi guardai allo specchio e pensai, guarda te che scemo che sono. Sono stato in giro ad accolararmi tanto per le mie ragioni, quando invece mi bastava restare alla finestra a guardare questo gran caos che mi passa davanti ogni giorno. 
(Continua)