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A chi pagare la cauzione?

La libertà é un contratto abusato.

Chiunque vorrebbe essere libero, ma la libertà può essere un baratro. Puoi caderci dentro senza essere più in grado di rialzarti o, ancora, puoi perderti. Molto meglio essere indirizzati, avere qualcuno che ti dica dove andare, cosa fare da quando sei sveglio fino al momento di andare a letto.

La libertà richiede consapevolezza. E un uomo, se consapevole dovrebbe pretendere libertà.

Ecco, se penso al mondo del lavoro, ma anche alla società in cui siamo inseriti, si ha la sensazione di essere trattati come bambini. Bambini da indirizzare, da gestire. La retorica della libertà si scontra con una realtà in cui il controllo delle azioni di ogni individuo è la costante.

Il dipendente deve timbrare il cartellino, deve uscire ad una certa ora, chiedere il permesso per andare dal dentista o accompagnare proprio figlio a scuola. Deve pranzare dalle 13 alle 14 e stare non più di cinque minuti a parlare con un collega alla macchinetta del caffè.

Forse è giusto così. Come detto prima, la libertà senza consapevolezza, può generare caos nell’individuo e nella società di cui è parte.

Ma allora, di cosa stiamo parlando quando parliamo di libertà? E cosa dovrebbe fare un uomo per guadagnare la semplice libertà di gestire il proprio tempo?

A quale sceriffo pagare la propria cauzione?

Occhiachiusi

Un tisi na piula cantari dra sira,
chidda chi na vota mi cuntasti.
Era nicu e mi scantava puru da me ummera,
d’un muru biancu cu rarrieri nu sbalancu.
E mi scantava d’ascutari st’accedu cantari
chi mala nova puteva purtari.
Ma dra sira quannu nni salutisti
un sacciu s’an tisi. Na notti, quannu l’estate java finiennu ntisi
 un gran friddu ‘nta l’uossa
e nenti chiu. Pareva una cosa nutili pi cumu mi muveva,
‘iava a memoria, sulu pi viriti ‘natra vota ancora.
I cunta ri storie chi mi cuntavi, sunnu cu mia
Eranu cunta
d’amuri granni, amuri strappato du cori
e quacchi vota arritruvatu. Cunti di terre
abbandunati e d’ommini ri na vota, ca s’infilarunu
rintra i nostri vini e ora un ponnu chi scappari.
E puru si u tiempu passatu nna abbasta mai,
sacciu unni truvariti quannu l’occhia chiuru e
a tia vaiu circannu.

Come siamo diventati Dei


Puó essere utile prendere talvolta una via di fuga dall’attualità e provare a guardarsi da lontano.

Molto lontano. Partire da circa due milioni di anni fa, quando sulla terra vivevano diverse specie di homo. Non erano molto diverse da noi, ma avevano tutte caratteristiche peculiari. I nostri sussidiari ci hanno parlato dell’homo di Neanderthal, dell’homo di Cro-magnon e poi di quella specie a noi particolarmente familiare. L’homo sapiens. Non era particolarmente forte, ne agile, al contrario dei propri cugini. Nonostante tutto emerse sulle altre specie. Le ragioni che gli studiosi hanno cercato trovano una convetgenza su diversi fattori. La capacità di collaborare all’interno di comunità, e poi, soprattutto, la capacità di creare miti comuni.

Il viaggio dell’homo sapiens raccontato in questo saggio di un certo successo dello storico israeliano Harari rappresenta un analisi efficace della nostra storia evolutiva, ed offre spunti interessanti su cui è opportuno soffermarsi.

La nostra immaginazione ha consentito l’invenzione delle religioni, delle leggi che regolano la convivenza, della fiducia in qualcosa di non tangibile come il denaro. Ogni capitolo analizza questi aspetti che hanno portato l

Da animali a dei spiega come ci siamo associati per creare citta, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dei,
nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati
schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicita.

Attesa

Di tanto in tanto, da piccolo, andavo a pescare con mio zio.

Lui sistemava la canna anche per me, mi spiegava come infilzare i vermi nell’amo cosicché questo scomparisse del tutto, e mi guardare fare il mio goffo lancio. Dopo poco più che una decina di minuti, seduto accanto alla sua silenziosa concentrazione, mi guardavo intorno e cominciavo a vagare con la mente. Inquieto chiedevo quando abboccassero, come mai non avessimo ancora preso nulla. Lui rispondeva annoiato alla mia petulanza e subito dopo mi allontanavo per fare un bagno. Quando tornavo trovavo qualche piccolo pesce nel secchiello e mi dispiacevo per la mia impazienza. Impaziente da sempre. Mi dicevano che avrei imparato da solo la pazienza, la vita me lo avrebbe insegnato. Occorre aspettare che il tempo segua i suoi giri per poi fermarsi nel momento giusto. Non lo afferri. Il pesce afferra il vermicello quando deciderà di aver fame.

E nei suoi giri, scopri una mattina di fine luglio che si, aspettate un bambino. Ti sembra incredibile, di quelle cose che accadono ma non sai se crederci davvero.

Affronti la situazione con il dovuto distacco, cercando di capire quello che sta accadendo. E cerchi conferme nelle sensazioni che lei riesce a trasmetterti, perché in fondo è tutto molto più complicato per i padri.

Non cambia il tuo corpo, le tue ghiandole non si gonfiano. Avviene tutto in una dimensione più sotterranea, nascosta. Quello che cambia è molto meno evidente all’esterno.

Man mano che gli esami si susseguono, la sensazione è quella di aver aggiunto un’ulteriore variabile alla complicata equazione che stai già tentando di risolvere da quando sei su questa terra. Una variabile casuale, che influenzerà la tua vita da li in poi. In questo senso le quaranta settimane, i nove mesi, si offrono come una sorta di palestra nel prendere coscienza della dose di imprevedibilità che hai deciso di aggiungere alla tua vita.

Già dai primi esami devi imparare a controllare l’ansia, sperare che sia tutto in ordine, e poi aspettare che sia lui a scegliere il modo migliore per sistemarsi in quella pancia, girando e girando fino ad aspettare che si decida a mettersi nel modo giusto. E attendere che abbia voglia di vedere il mondo, con i tempi che solo lui può scegliere. Imparando già da adesso a gestire i tempi e le priorità che le sue esigenze comportano.

Perché deciderà lui. A te toccherà imparare la pazienza e il tuo nuovo posto nel mondo.  Di colui che al momento può star li ad accarezzare la pancia ed immaginare il viso che avrà, la forza che avrà, e sperare che stia bene.

Costruendo la strada su cui potrà muovere i suoi passi.

Sperando di essere pronto alla sfida più grande che abbia mai affrontato.

Appunti sulla verità

“In pratica, per i seguaci dei populisti non conta la veridicità dei singoli fatti, perché ad essere vero è il messaggio d’insieme, che corrisponde alla loro esperienza e alle loro sensazioni. E di fronte a questo, servirà a poco accumulare i dati e le correzioni, se la visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali continuerà ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà.”

da La rabbia e l’algoritmo.

Dalla finestra

Stavo seduto guardando dalla finestra per l’intera giornata. Era così che passavo la mia convalescenza dopo quel brutto incidente.

Per fortuna la mia è una zona rumorosa e molto frequentata. Il mercato delle prime ore del mattino con le nonne e qualche mamma che ha accompagnato il proprio bimbo a scuola, poi le voci dei venditori e le loro chiacchiere stanche quando vanno smontando le bancarelle. I bambini nel pomeriggio, dopo aver finito i compiti, giocano a pallone a pochi metri dalla porta di casa, e qualche vecchio sta seduto sulla panchina.

Pensavo mi sarei annoiato molto a stare solo in casa durante queste giornate. E’ stato in effetti così, ma è stato al tempo stesso un bene che sia andata così. E’ molto istruttivo, sai, stare ascoltare dalla finestra senza partecipare alle discussioni. E io avevo parlato troppo negli ultimi mesi. Mi ero accalorato per troppe ragioni, perdendo a volte la lucidità. Avrei voluto prendere a schiaffi qualche volta i miei alunni, quando si ostinavano a non capire quello che pure semplicemente io cercavo di spiegare.

Cercavo di essere chiaro, e gli offrivo la verità, il mio pensiero, su un vassoio e loro si ostinavano a voltarsi dall’altra parte. Che stupidi, pensavo. 

Mi guardai allo specchio e pensai, guarda te che scemo che sono. Sono stato in giro ad accolararmi tanto per le mie ragioni, quando invece mi bastava restare alla finestra a guardare questo gran caos che mi passa davanti ogni giorno. 
(Continua)

Ficarra e Picone, cosa vi è successo?

Ficarra e Picone sono i più pessimisti tra tutti noi e ancora non ce ne eravamo resi conto.  L’Ora legale, il loro ultimo film, ha svelato questo segreto. Una spietata disillusione.

Non che non ci abbiano mai lasciato un vago sentore di quest’attitudine. Alla quale, del resto, mi sento molto vicino.  La loro comicità, nella migliore tradizione della commedia italiana, attraverso lo sberleffo ha sempre avuto la capacità di raffigurare i difetti della terra da cui veniamo.  Hanno sempre contrapposto alla risata più istintiva, quella che muove dalle viscere, una risata amara attraverso quale riflettere sulle meschinerie del nostro essere.

In questo senso l’Ora legale poteva rappresentare il loro capolavoro, rappresentando l’essenza stessa di questi tempi. Tempi nei quali le parole onestà, legalità, pulizia, sono entrate nel vocabolario della gente comune e dei politici, e con le quali sono farciti i programmi elettorali di partiti e movimenti di ogni sorta.

Ma dietro la scorza costituita da questa che potrebbe essere una ventata di ottimismo si nascondono le stesse persone che un tempo non lesinavano la raccomandazione per il figlio, il piccolo favore dal conoscente con le amicizie giuste, la piccola occasione per poter ottenere il proprio tornaconto alle spese della comunità. Un modo di fare che squisitamente ci rappresenta da Pozzallo a Pergine Valsugana.

Tagliare con la loro ironia questo velo di ipocrisia che pervade i nostri giorni era l’orizzonte ideale dentro il quale si muove la trama del film.

La sensazione che però ho vissuto, seduto nelle poltroncine di un cinema della Brianza, è stata da subito un’altra. Alle risate che riempivano la sala, si contrapponevano i mugugni e gli arrovellamenti del mio fegato. E di Chiara, con la quale talvolta incrociavamo gli sguardi in cerca di un conforto.

Salvo e Valentino sono palermitani, e fanno bene a cercare lo scenario dei loro film in Sicilia. Li rende autentici, credibili. E Termini Imerese, nel quale il film è ambientato, potrebbe essere la quintessenza di ciò che non ha funzionato negli ultimi sessant’anni in Sicilia. Investimenti industriali disillusi, speranze di volta in volta riproposte da politici sempre uguali a se stessi. Sogni ed incubi che si inseguono da sempre.

Nel teatro delle strade di quella città, come di molte altre, puoi rappresentare tutti i difetti della quotidianità di una città del Sud. Li puoi rendere divertenti, puoi farmi ridere a crepapelle. Se però sbagli il tiro, se nello scrivere la sceneggiatura non usi il fioretto, se non scegli gli attori giusti, quello che rappresenti non è più la possibilità di raccontare attraverso i difetti dei Siciliani i difetti di tutti gli Italiani. Offri piuttosto la sponda ad una rappresentazione della Sicilia sempre uguale a se stessa, nella quale chi non conosce il Sud può riconoscere i propri pregiudizi.

E’ in questo che ho misurato la distanza tra la mia reazione e quella delle risate che provenivano dalle altre poltrone. Tra il successo nazionale del film e la scontentezza nelle reazioni di molti altri siciliani.

Quando la speranza offerta dal Sindaco nuovo, onesto, che tenta di cambiare le cose, viene a contatto con gli interessi personali di chi lo ha votato, che si ribella alla propria stessa voglia di cambiamento, a venire rappresentato è lo stereotipo. Quello secondo il quale al Sud nulla possa cambiare. Che ad una certa latitudine funzioni in una certa maniera.

Non passa il messaggio secondo il quale all’onestà delle parole, che ondivaga percorre l’Italia, si debbano accompagnare comportamenti personali di analoga levatura. Non la critica alla nostra moralità che usa unità di misura diverse a seconda che debba giudicare se stesso o il proprio vicino.

Forse Valentino e Salvo non sono troppo diversi da me, vorrebbero vedere cambiare tante cose che non vanno, ma hanno perso il senso dell’illusione nel crederci davvero. O forse cercano soltanto di punzecchiare ferocemente le proprie vittime per risvegliarle dal torpore.

La sensazione però è che siano stati davvero troppo fuori fuoco per poter colpire il centro del bersaglio. Ed è davvero un peccato veder sprecata l’occasione per poter parlare ad un pubblico così vasto di questi argomenti. Davvero un peccato.

L’amica Geniale

Cosa è?
Difficile incontrare qualcuno che non lo conosca. E’ il libro italiano più venduto all’estero negli ultimi anni.

La sua autrice, Elena Ferrante, è del tutto sconosciuta. Dietro infatti al suo nome si nasconde  l’ennesimo personaggio, dietro il quale sono cresciute ipotesi e indagini, quasi morbose, per comprendere chi fosse la misteriosa autrice di questo successo planetario.  E’ una storia che si sviluppa in quattro lunghi libri, e racconta l’amicizia tra Lena e Lina, due bambine cresciute in un quartiere alla periferia di Napoli, negli anni cinquanta. Due bambine cresciute insieme e le cui vite, nei sessant’anni descritti dal libro, non sembrano separarsi mai, nonostante le distanze. Due amiche le cui vite sembrano lontane fin da subito, tra la voglia di emancipazione di Lena e la cocciuta testardaggine nel restare sempre nello stesso quartiere di Lina.

Di cosa parla?

E’ una quadrilogia che mi ha tenuto legato alle sue pagine per quasi quattro mesi, dopo averlo cominciato per curiosità dopo averne sentito parlare molto e averlo visto ogni sera sul comodino dal lato di Chiara. E devo a lui molte ore di sonno rubate. Troppo difficile interromperne la lettura e poggiare la testa sul cuscino.

Non da subito, comunque. Il primo libro, dedicato alla loro infanzia, è sicuramente il più acerbo, ma le basi che getta per la storia sono essenziali. Le figure che popolano il quartiere creano un quadro umano che non verrà mai abbandonato durante tuto il romanzo. E raccontano, dopotutto, anche la storia dell’Italia, dal dopoguerra, alla scoperta della ricchezza degli anni sessanta, fino a giungere fino al nuovo millennio.

Ad emergere sono, comunque, sempre e soltanto le donne.

Gli uomini sono sempre figure meschine, superficiali, spinti dall’istinto o, tutt’al più, succubi delle donne. Sono figure importanti ma del tutto manovrabili, e si fa fatica ad individuare un uomo la cui personalità emerga in maniera del tutto positiva. La profondità dei personaggi maschili e quasi del tutto trascurata, per fare emergere le donne.

Le cui sfumature caratteriali emergono non soltanto dalle due geniali protagoniste, ma da tutte le donne incontrate durante la lettura. Le cui venature caratteriali compongono un campionario quasi completo delle donne italiane degli ultimi cinquant’anni.

Perché leggerlo?

Perché Lenù e Lina sono due personaggi che restano nella memoria. Raccontano l’amicizia, con le invidie, le incomprensioni, le cattiverie e la stima reciproca, in maniera cruda ma allo stesso tempo reale.

E poi perché è un libro che non perdona nessuno, non lascia scampo e non fa sconti. E si lascia divorare.

 

Ma non dovevamo vederci più

Alla scadenza annuale del mio account su tophost, quest’anno avevo deciso di non rinnovare più questo spazio.

Le ragioni, molteplici. 

La distanza tra un post e il successivo. Segnale di un’urgenza che non c’era più, nascosta dietro gli impegni lavorativi e la vita familiare. 

Poi, il rumore di fondo della rete, fin troppo piena di opinioni, per aggiungerne delle altre. Oltrettutto non richieste. 

E infine una certa consapevolezza, maturata negli ultimi anni, di cui vorrei parlare a lungo, magari piu’ avanti. 

Peró poi è bastata la spinta dei soliti per scrivere ai gestori per riavere questo spazio. 

Perchè, nonostante la voradicità dei social, che lasciano raramente lo spazio per riflessioni più lunghe di qualche riga, mi sembra di avvertire nell’aria la necessità di un ritorno ad uno spazio più personale. 

Molte persone che conosco hanno riaperto il loro blog dopo qualche anno di silenzio, sono rifiorite le newsletter, con qualche caso di buon successo. 

Ma, più ampiamente, sembra sia nata la necessità di una condivisione più ristretta, che ambisce a ritrovare un’isola di confronto più serena, ragionata, sincera, di quanto offerto dall’immensa vastità del bacino dei nostri amici su facebook.  Nei quali, spesso, si tende a tacere le proprie opinioni per evitare discussioni spesso sterili e per evitare dissapori con persone che abitualmente incontri per strada. Una forma di autocensura che è anche una forma di salvaguardia per le proprie coronarie. 

Per cui ben venga questo ritorno alla riserva indiana dei blog, luoghi virtuali in cui rifugiarsi durante questi strani giorni. 

Settembre arriverà.

Il caldo delle prime ore del pomeriggio era per lui soffocante. Se ne stava a letto, con un lenzuolo appena sotto i piedi guardando il soffitto. Lei dormiva. Avevano appena fatto l’amore, in quella casa da cui finalmente si vedeva l’orizzonte verticale del mare. Il sapore del tempo perso, come lo definiva lui, era nel riconquistare il sapore del tempo. Le accarezzò la coscia e lei sentì quella mano, tanto che sembrava fosse prossima al risveglio. Disse sottilmente “che c’è” e si riaddormentò.

Lui guardava il soffitto. Quella casa aveva un soffitto in legno come non ne vedeva da tempo. I cerchi sulle tavole invecchiate disegnavano strane figure. O almeno era quello che la sua mente gli raccontava. Vide un coniglio dalle lunghe orecchie e una balena balzare fuori da una trave. Una nuvola e una piccola barchetta. Si girò quindi da un lato e guardò fuori dalla finestra. Il tempo sembrava voler mutare. Piccole nuvole all’orizzonte. E lui tornava bambino sognando rocambolesche avventure tra quelle creature.

Tuttavia, la solita inquietudine si impossessò di lui. Non riusciva a godere della serenità che quel luogo gli suggeriva. Ne aveva perso l’abitudine. Le ore contate, gli impegni che si susseguono, gli incontri per i quali manca sempre l’occasione. E adesso quella vastità dinnanzi ai suoi occhi. Di spazi e di tempi.

Cosa sarà adesso? Cosa ne farò del mio tempo, che prima tanto anelavo?

Avevo tutta una vita alle spalle e una ancora da ridisegnare.  Le cose non andavano bene già da un po’, e già da qualche anno Gianni aveva pensato di vendere tutto ai loro storici concorrenti. Edifici, macchine, magazzini. Non ne valeva più la pena. E non aveva il cuore giusto per poter fregarsene dei suoi dipendenti. Parlò anche con lui.

“Michele, sai, ho deciso di mollare” furono le sue parole “ho continuato in questi anni per voi, perché so quanto sarebbe difficile ricominciare di questi tempi, ma siamo arrivati al capolinea”. Avevano cominciato insieme. Erano stati soci per qualche anno, ma lui aveva deciso che le responsabilità erano già troppe così. Si era scelto un ruolo diverso. Formare i più giovani, gestire i progetti più interessanti creando intorno a se la squadra migliore. Era quello che voleva fare. Le dinamiche dei bilanci lo avevano annoiato da sempre.

“Tu, forse, troveresti subito qualcosa. Sarebbero anche disposti a prenderti con loro, i nuovi proprietari”.

Lo interruppe Michele, appoggiandosi al muro dinnanzi al quale avevano fumato tante, troppe sigarette durante quegli anni. “Sai che c’è, Gianni?” “Mollo con te. Sono stanco anch’io. Lo sto decidendo adesso. Non ho voglia di ricominciare con questa vita. In fondo mi mancano pochi anni alla pensione. E ho voglia di tornare a casa. Di una nuova vita, di diversi obiettivi. Quel che sarà, sarà”.

Si abbracciarono. Pensò che non erano mai stati così vicini come in quel momento. Pacche sulle spalle, strette di mano vigorose, ma mai un abbraccio come quello.

Erano passati quasi due mesi. Un tempo che gli sembrava infinito. Il giusto spazio alle spalle per pensare a ciò che era stato, tra mille ripensamenti. Avrò fatto bene? Dovevo proprio mollare adesso? Che mi è preso?

Pensava, guardando quel soffitto. Con lei, distesa col braccio sul cuscino, ancora bella come sempre.

Una nuova vita. Che sarà mai?

In fondo è estate. Il tempo di sospensione. E poi arriverà settembre, finalmente, e potrò tornare tra i banchi di scuola.