La bella politica

Ho deciso di scrivere questo post per raccogliere alcune idee, anche per memoria personale, su ciò che da qualche tempo a questa parte ho potuto osservare nella politica, guardando da una certa prospettiva alla formica per immaginare il comportamento dell’elefante.
Una bella utopia nata in questi anni intorno alla politica è che questa possa essere considerata alla stregua di un’altra attività di volontariato.
Una buona dose di questa retorica prevede un impegno a tempo determinato, come se questa fosse un’attività da sviluppare nelle ore più vuote della settimana.

Un ragazzo, animato dalle migliori intenzioni, che provasse ad affrontare una sfida di questo livello su queste basi, potrebbe aver voglia di mollare la presa fin da subito.

La preparazione e voglia di fare verranno di gran lunga dopo delle lunghe sessioni di palestra capaci di ingrossarne le spalle e prepararsi ad un mondo nel quale troverà dinamiche che fino a quel giorno ignorava.
Qualche anno fa anche a me venne questo desiderio. Infarcito delle belle idee che lo scoutismo mi aveva messo in testa (o che più probabilmente erano già dentro di me), della situazione indegna della politica italiana, mi ero convinto che l’unica via possibile fosse quella di un impegno in prima persona in questo campo così bistrattato da tutti. Le critiche alla malapolitica e all’indignazione ero giunto a mal sopportarle, mi sembravano niente più che una sterile apparenza con cui è facile vestirsi in questi anni.

Così, una volta trovato ordine in ciò che la vita aveva ingarbugliato, e messe radici da qualche parte, pensai fosse giunto il momento. Mi recai al circolo più vicino e trovai molto di quello che cercavo. Giovani motivati da alti ideali, spinti da un desiderio vero di fare buona politica, fin troppo simili a quello che desideravo anch’io.
Li incontrai, tra l’altro, nel momento giusto. La fatiscente amministrazione a guida leghista era stata sostituita da un commissario, e da li ad appena un anno, delle nuove elezioni si sarebbero tenute nella città.
Cominciai a partecipare alle riunioni di partito, a collaborare attivamente per la campagna elettorale e finii tra i venticinque volti della lista, più per la necessità che un numero così elevato di candidati impone la legge che per una scelta maturata con coscienza. Accettai comunque con fiducia, sperando di poter imparare facendo, e ancor di più, con la consapevolezza che avrei giusto avuto dieci voti o poco più.
Scoprii nella campagna elettorale il momento di maggiore entusiasmo della vita politica, in cui i progetti crescono e le forze si uniscono per raggiungere un obiettivo comune. Un momento di convivialità e partecipazione. Ma scoprii anche il momento in cui volti che prima non conoscevi si avvicinano alla politica, chiedono di partecipare, di far parte del progetto.

Ed è il momento in cui cominci a porti qualche domanda.
Dal giorno delle elezioni, e della vittoria, infatti, qualcosa cambia.
Senza nessuna ingenuità, hai la piena certezza di quelli che sono i limiti della politica, la difficoltà stessa del fare politica.

La capacità di un leader nel creare il consenso intorno a se non è altro che la capacità stessa di guardare ai piccoli egoismi personali, alle singole richieste, ai bisogni di chi può sostenerti. Un leader veramente capace sa sommare questi egoismi personali all’interno di una visione più ampia, un percorso che può fare l’interesse di tutti o, ancora meglio, della comunità. Questo ne fa un leader virtuoso.
Un terreno complicato, si capisce, quello del leader. Che spiega il fallimento di molti progetti. Perché le esigenze dei singoli sono in continuo mutamento, ed un errore è capace di creare malumori e disappunti che poi è difficile colmare, ricucire, rattoppare. Perché le buche create per farti inciampare saranno a volte visibili ed altre meno. E questo per rimanere sul terreno amico, senza nemmeno immaginare le difficoltà intrinseche della responsabilità e le insidie che questa comporta.

Mantenere la pace sul campo, in un terreno sul quale pochi agiscono in maniera disinteressata, o quanto meno indirizzata ad un bene comune, è un gioco che richiede menti finissime, abituate all’astrazione come quelle di un buon giocatore di scacchi.
Se il cavallo scalpita, esattamente come negli scacchi, è bene tenerlo sottocchio. Guardarlo a vista. Cercando di ammansirlo in qualche modo. Il pedone che sta defilato e non si muove dalla sua posizione, può essere ignorato.
Del resto ultimamente personaggi come Frank Underwood di House of Cards hanno reso perfettamente l’idea di questa capacità.

In questo quadro la capacità ammirevole di un leader sarebbe quella di mantenere lo sguardo fisso sull’obiettivo preciso da raggiungere, disinteressandosi dei tranelli posti sul cammino, ma trovando il modo piuttosto per rendere quel risultato plausibile. Del resto è quello che mi augurerei stia facendo l’attuale primo ministro.

Ma quante possono essere le persone capaci di così tanto? E come si può rimanere immuni da tutto questo senza che la politica ti cambi? E quali sono le probabilità che questo cambiamento sia nella direzione di renderti una persona migliore, più saggia ed equilibrata?
[…dovrebbe continuare]

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