28 giorni.

Tipico comitato d’accoglienza

Da quanto non scrivo qui? Parecchio, direi. Eppure ne ho fatta di strada quest’anno. Fisicamente passando per Shiraz, forse l’ultima volta che davvero ho avuto voglia di scrivere, poi New York, Istanbul, la Cappadocia, e poi di nuovo in Egitto, ad Alessandria, di nuovo in mezzo al mare. Ma non solo, perchè molto altro intanto è cambiato.

Ed adesso, nel giorno del mio compleanno, inauguro dall’atrio di un austero hotel da repubblica post-sovietica quelli che saranno i movimenti per l’anno appena cominciato.

Col freddo, appena sceso dalle scalette dell’aereo, che sembra in grado di bruciare la pelle. E l’Eurasia, che mi accoglie con lo sguardo da orientale di uomini col colbacco, mentre i miei pensieri si muovono sulla netta sensazione di non aver esattamente previsto un freddo così intenso. Uno strato di ghiaccio spesso qualche centimetro ricopre interamente ogni strada, sul quale già qualche italiano perde improvvidamente l’equilibrio.

Arrivo in hotel, ad Atyrau, quando qui è già notte, accompagnato da due ragazzi che con due parole d’inglese mi chiedono del Milan, e di Balotelli. Anche qui.

Metto disordine tra i miei oggetti riempendo la stanza d’albergo nella quale rimarrò per qualche giorno, almeno fin tanto che non avrò fatto ogni visita medica e ogni corso di sicurezza che mi consentirà di arrivare sull’isola che non c’è.

Neanche su Google Map.

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