Nel merito.

 In una società individualista una volta premiato il migliore, questo incassa tutto e il non-migliore schiatta di fame in fondo alla scala sociale. In una società solidale (che funziona) invece il migliore viene premiato e una parte della ricchezza che produce viene redistribuita al non-migliore, perché il non-migliore (in termini produttivi) può essere anche uno che non ha potuto studiare, che è nato in un’area disagiata, che gli è morto il papà a sette anni, un disabile, un anziano, etc etc.

Non si tratta insomma di decidere ‘meritocrazia sì o meritocrazia no’, come vogliono farci credere: siamo tutti per la meritocrazia e non per le clientele. Si tratta invece di scegliere quale modello di meritocrazia vogliamo: se quello che premia il migliore e basta o quello che premia il migliore rendendo il suo essere migliore anche un fattore di solidarietà e di coesione sociale.  

Non sarebbe affatto individuare un sistema meritocratico, che torni a premiare l’impegno e le capacità del singolo, ma, mi viene da pensare che questa sia più che altro la reazione necessaria, ed estrema, ad un periodo nel quale questo è andato a farsi benedire. In cui il familismo, il compiacimento del potente, i piccoli favori personali hanno preso il sopravvento, in ogni campo. E’ certo un tema importante per le primarie, e Renzi ha pur ragione nel farne un suo cavallo di battaglia, a patto che, di pari passo nel dar il giusto a chi lo meriti, non si arrivi a dimenticare chi non ne hai i mezzi, le possibilità, le opportunità.

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