Leggere Colazione da Tiffany a Shiraz/Le elezioni farsi(a)

Le cose che ho imparato nel giorno delle elezioni al parlamento sulla (presunta) Repubblica Islamica Iraniana sono:

– che il Porcellum qui è applicato dal giorno della rivoluzione. Nessuno può essere candidato senza passare al vaglio di un “Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione”, altro che segreterie dei partiti;
– che qui esistono tanti partiti, ma sono tutti blu. Esiste un blu chiaro, un blu scuro, e mille altre varianti. Ma sempre di blu si tratta. Il rosso, il bianco, non esistono. Ed in questo non vedo nessuna attinenza con sinistra, destra, sinistra che viene accusata di essere destra e così via.
– Che qui non si imbrattano le città con affissioni abusive. Non ce ne è bisogno. Fino a qualche giorno fa non te ne rendevi neanche conto di essere a pochi giorni dalle elezioni. Poi, una sera, il traffico bloccato e dei ragazzi che sventolavano le bandiere per strada in corrispondenza di un comitato elettorale. Poi le immagini si sono moltiplicate, ed il candidato era spesso mostrato a braccetto con Khamenei, come se non fosse già abbastanza chiaro l’appoggio.
– Khamenei è ovunque, sui cartelloni, sui muri, più che ogni altro candidato.

– A votare va poca gente. Della gente che conosco tutti hanno boicottato le elezioni, ritenendole ovviamente inutili.
– Non si vota con la classica matita. Me lo sono fatto spiegare vedendo spesso questo cartellone oggi:

Con qualche specie di inchiostro imbrattano un dito con cui poi imbrattano la scheda elettorale. Non credo crei maggiori possibilità di brogli rispetto alle nostre matite, ma mi è sembrato quanto meno curioso, quasi fosse una sorta di schedatura all’uscita dal seggio.

– Sono riuscito ad entrare in una moschea, la più importante della città, proprio oggi. Mi hanno tenuto in consegna la macchina fotografica, naturalmente. Un luogo che mi ha lasciato senza fiato. Tappeti distesi nell’aria centrale con bambini che ci rotolavano su, donne che discutevano, qualcuno che pregava. E poi la moschea, su due ali di questa immensa piazza, all’interno un labirinto di specchi sulle pareti e sul soffitto. Una parete che separava la zona maschile da quella femminile, con le voci che si scontravano creando un effetto oscuro. Quando siamo usciti, con gli occhi rivolti verso l’interno e quindi i passi ripercorsi all’indietro, ho chiesto per cosa fosse la lunga fila che vedevo su un lato, con le telecamere fisse puntate su di essa. Gente che va a votare, mi hanno spiegato. Perché qui si vota anche all’interno della moschee sotto gli occhi degli imam, che talvolta passeggiano tra la folla. Potere temporale, potere spirituale, sono la stessa cosa, ovviamente.

Qualche foto, come questa, l’ho rubata comunque all’interno, con l’iPhone. Ma questa è un’altra storia.

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