Di cartoni e spazi

Di scatole ne vado riempiendo continuamente in queste settimane. Le riempio, le porto dietro, le distribuisco per cantine e raccolgo l’ indispensabile, sempre oltre il necessario. Mi muovo per case a cui non farò in tempo ad abituarmi, in cui le svuoto, e con le quali riempio armadi alti fino al soffitto.

Ho svuotato la casa in cui per tre anni ho vissuto, le pareti si sono liberate di quadri e suppellettili, gli armadi hanno fatto spazio a sagome disegnate sui muri, i divani si sono trasformati in cuscini, i letti in materassi gonfiabili. Le spalle stavano oramai le ultime sere appoggiate ai muri sporcati del nostro passaggio. L’occasione che serviva per liberarsi da tante inutili abitudini.

Il punto è che quando punti a raccogliere tutto all’interno di un cerchio minimo, ti ritrovi a non sapere più cosa andavi cercando. Tutto ti sembra lì per un motivo, ma sembra più l’ansia di un raccoglitore di cianfrusaglie per mercatini o cassonetti, più che l’arte ragionata di una raccolta che segue un senso. Ed allora via a tutto ciò che da questo senso distrae.

Ed allora via alle ore di navigazione ininterrotte, ed ininfluenti. Che non si capisce davvero dove porti quest’ansia di sapere che ci è presa da qualche tempo a questa parte. Succeda quel che vuole in giro per il mondo, ciò che importa probabilmente è nel marciapiede sotto casa. Questo continuo aggiornamento del quale, se poi te ne chiedono un resoconto, non ricordi che un accenno che ti rende incapace di formulare un’idea che riconosca come tua. Idee spezzettate senza andare nel profondo, senza coglierne il senso perché già un attimo dopo c’è qualcosa di più o meno interessante, ma comunque qualcos’altro. Il mio cervello è ancora troppo poco evoluto per poter surfare senza farsi prendere dall’ansia da una velocità d’assorbimento che non riesce a sorreggere, per cui una rapida sforbiciata è ciò di cui potrei aver bisogno.

Lavorare per svuotamento. Da riempire ci sono soltanto dei cartoni, e questo può bastare.

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