Col massimo rispetto, frà.

Avrei evitato, qualche sera fa, di assistere ad un concerto dei Club Dogo, e non per innaturale stizza nei confronti di qualsiasi gruppo rap, ma tanto per una reazione epidermica che questi qui, e loro simili, possono scatenarmi. Ed invece mi sono trovato a poca distanza dal palco, complice il banchetto di AddioPizzo che per qualche sera abbiamo tenuto al Carroponte, reperto industriale della Milano che non c’è più, affidato ad oggi all’Arci e trasformata in un’area affascinante da concerti.

Le cose che ho capito, guardandoli da vicino, è che fare il rap oggi è materia piuttosto semplice, e che, dai tempi dei Sangue Misto e dei Sottotono, questi qui hanno capito la lezione degli americani per cui giocare a fare i cattivi paga sempre. Soprattutto se il tuo target di riferimento sono i quindicenni, e non vuoi andar oltre. L’effetto è lo stesso che, del resto, otteneva Shrek sui più piccoli ogni volta che pronuncia la parola “cacca”. Successo facile. E poi rime veloci a base di populismo d’accatto, quello che va così tanto, alla Beppe Grillo insomma, ed il gioco è fatto. Che poi, poracci, certe rime fanno ridere anche me, e vorrei sperare che si guardino allo specchio con ironia ogni volta che producono “bella zio” a ripetizione ed “Ehi brotha, rompiamogli il culo” da ragazzacci di borgata che sperano di entrare all’Hollywood.

Ma se l’effetto poi prodotto è quello che potrei giudicare da quanti si sono avvicinati al nostro banchetto quella sera, mi viene da pensare piuttosto ad un’altra camera di produzione di menefreghismo, costruita con grande maestria. °Finta, non come le loro Nike nuove.

Datemi piuttosto le rime senza senso alla “rap turubistico”, o quelle con cui mi divertivo quando avevo quindici anni, quando di inglese non capivo proprio una cippa.  Datemi almeno una base decente su cui ballare, perdio.

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