Spaesamento

Osservazione, elaborazione, scrittura.

Passeggiare per la propria città, quando non la vedi da mesi, e attraverso le visioni e gli incontri carotare la realtà, rubandone pezzi per comprendere i cambiamenti in atto qui intorno.
Esercizio didattico interessante, a cui dedica l’attenzione Giorgio Vasta nel libro che ho tra le mani in questi giorni.
Il ritorno a Palermo, le giornate a mare sul finire dell’estate, le passeggiate lungo le vie del centro storico, ed i pensieri che da Palermo partono per analizzare la decadenza del paese intero sono, visti con questi occhi, troppo stimolanti per essere lasciati in libreria, nonostante una scrittura spesso forzatamente ricercata, che porta ad un’invocazione di pietà le cellule del mio corpo.
E’ una visione spietata ed ironica, che con il corpo perfettamente abbronzato di una donna “cosmetica”, con lo scontro con un gruppo di emo in piazza Castelnuovo, conduce allo Spaesamento, il titolo del libro, per ciò che non si comprende più.

Per chi poi la città la città la conosce, cosi come i suoi mutamenti, non può che abbandonarsi ad un sorriso disicantata dinnanzi all’ennesima scoperta, dello scrittore, subito dopo aver superato Piazza Castelnuovo, nell’incontrare, quasi disidratato, il bar storico, da cui era affascinato da ragazzo e nel quale si fermava sempre durante ogni manifestazione studentesca, zaino sulle spalle:

Al di là del confortevole bunker del bancone – sul quale è montata una calotta trasparente che, sepolte sotto le spoglie brutali di calzoni pizzette e ravazzate, nasconde provette in vetro chiaro denso di siero seme e liquido cerebrospinale di un organismo marziano – stanno i due baristi, uno vecchio e uno giovane. Di nuovo metto la sete tra parentesi e li contemplo: perchè tra loro scorre un legame invisibile che da solo vale la trasfigurazione in atto. Se per il vecchio è infatti giusto parlare di barista, l’altro è invece un barista modificato, un barista dopato, qualcuno che nella fisionomia nell’abbigliamento e negli atteggiamenti posturali segnala di esistere in un altro modo, in un altro mondo. Lui è un barman – è evidente – non è un barista. Perchè se il barista è neorealista e terrestre, il barman è un supereroe della postmodernità – una sola lettera lo distingue da Batman -, è Tom Cruise giovane che in un cocktail manipola bottiglie come un alchimista alambicchi e matracci, un performer della fabbricazione di miscele raffinate, l’artista dello shaker, il fromboliere della mescidazione colta dei liquidi.

E’ lucida l’analisi, ma forse il paziente sta cosi male che dovremmo smettere di credere di poterlo curare attraverso i nostri sguardi compiaciuti.
E ripenso a quando, da cameriere part-time ai tempi dell’università mi trovai a chiamare il barman, come lui si definiva, semplicemente barista. Una leggerezza che mi perdonò parecchi vassoi dopo.

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