Le vittorie degli altri

Era inevitabile il contagio ieri pomeriggio, come se una tale iniezione di entusiasmo collettivo fosse necessario, di tanto in tanto, per rinvigorire un senso di comunità altrimenti sfasciata.
Camminando lungo via Torino era già una sfilata di maglie nerazzure dalle prime ore del pomeriggio, di bandiere svolazzanti e di strombazzate stramaledette dai negozianti in quella giornata troppo caotica persino per Milano.
Quando poi raggiungevi piazza Duomo era un tappeto di gente festante, incurante di ogni scaramanzia, già alle sei del pomeriggio, che non potevi fare a meno di ritrovarti dopo poco a cantare, tra il sorpreso e l’attonito, un “pazza inter, amala”.
Anche a voler sfuggire, percorrendo il tunnel verso la metro, quando già comprendevi di aver superato un limite autoimposto, non rimaneva che il fiume di gente che svuotava letteralmente ogni vagone inondandoti di sciarpe e striscioni, fino a sentir dire, superata la marea:
“che se poi vince davvero l’Inter mi emoziono almeno dieci volte tanto che per la vittoria dell’Italia al mondiale, già lo so.”
Che dice di per se tutto.
Mi sono tenuto cosi lontano da quella festa che non mi apparteneva e ho gioito anch’io in realtà, perchè agli interisti ho sempre voluto bene, sono sempre stati gli amici da prendere in giro, senza poter mai ribattere, con cui giocavi facile, che soffrivano in silenzio nella loro mestizia da astinenza. E a me, quelli cosi, mi sono sempre stati simpatici.

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