Al chiaror del mattin

In questi giorni ho sentito un pò di amici salutarmi, partire per i loro campi scout.

Sono passati intanto già tre anni dall’ultimo campo estivo. Si, un pò di nostalgia, per avere abbandonato quelle esperienze, c’è. Ma fa parte delle scelte di questi anni.
Sono gli odori che però non vanno via.
I pali di castagno, i cordini arrotolati a formare legature, le cucine di campo, il sapone delle pentole, la terra bagnata di brina al risveglio, il fumo negli occhi durante i fuochi notturni.
I campi sono l’esperienza fondamentale per ogni scout, e chi non ha vissuto quelle esperienze probabilmente sorriderà ironico a queste mie parole.
Ma li c’è tutto ciò che serve. Non c’è quell’iconografia banale e stereotipata. C’è la società per intero.
C’è la comunità, la quotidianità del vivere insieme, le gioie per i giochi, ma anche tutto il contrario. C’è l’invidia tra le squadriglie, ci sono le piccole liti tra i piccoli gruppi. C’è l’amore che sboccia tra le tende, di nascosto da noi capi, che sembriamo non cogliere molti dettagli.
C’è l’atmosfera di libertà che difficilmente hanno vissuto prima e che probabilmente sarà difficile ritrovare in futuro.
C’è la responsabilità verso se stessi e verso gli altri che fino a quel momento nessuno ha avuto modo di accordargli.
Probabilmente se vi fermate al bagaglino e allo stupido sketch di Verdone, non capirete.
Ma, se conoscete qualche scout, provate a chiedere dei loro campi da ragazzi.

Vedrete i loro occhi illuminarsi, ne sono sicuro.

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