E tu lo sai cos’è un captcha?

Confesso che sconoscevo questa parola fino a pochi giorni fa. Mi ricordava qualcosa di vagamente sudamericano, qualcosa legato a chissà quale civiltà perduta.

Macchè, sono totalmente fuori strada.

Avete presente quando provate ad entrare su qualche pagina protetta di un sito e vi compare quella parola distorta che dovete riscrivere? Quello non è altro che un captcha, che risulta essere un acronimo di “test di Turing pubblico e completamente automatico per distinguere computer e umani”.

Viene usato per permettere al computer di distinguere se colui che scrive è un uomo o è un computer che vuole accedere a delle pagine protette inserendo magari virus.

Ogni giorno in questo modo vengono impiegate (secondo la Carnegie Mellon university centocinquantamila ore di lavoro per trascrivere dei captcha. L’equivalente di non so quanti libri. Si è pensato quindi di cogliere due piccioni con una fava creando il progetto recaptcha, per trarre profitto da tutto questo lavoro applicandolo a una necessità simmetrica a quella affrontata dalle captcha: l’archiviazione digitale di tutti i libri e documenti che la nostra cultura ha prodotto prima dell’era digitale, a mano o in stampa.

In pratica si forniscono ai siti che usano i captcha dei brani di testo che uno scanner ha estratto da un documento da digitalizzare e che il computer non è in grado di trascrivere esattamente: cosi quando si capita su quei siti e si decifra un captcha, la risposta contribuisce all’archiviazione per i posteri della conoscenza universale.

Direi geniale!!

Spunti dall’ Internazionale del 10 gennaio 2008.

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